L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 6 novembre 2019

Nazionalizzare l'Ilva - anche se il nostro acciaio verrebbe a costare più di quello proveniente dall'estero dobbiamo mantenere la produzione è un asset strategico se vogliamo mantenere quel poco d'industria che gli euroimbecilli di lunga data, dai Prodi ai Ciampi ed Euroimbecilandia ci hanno lasciato

L’ex Ilva è la punta dell’iceberg della crisi dell’acciaio europeo

Non solo l'impianto di Taranto: la produzione in Italia nel 2019 subirà un calo del 4,1% e in Ue del 3,1%. La minaccia arriva da Cina e Usa, ma anche da Turchia e India.

Redazione
05 Novembre 2019

L’industria europea dell’acciaio arranca, sotto il pressing di competitor come la Cina e gli Stati Uniti, ma anche la Turchia e l’India. E il caso del tracollo dell’ex Ilva di Taranto non è che la punta dell’iceberg di una crisi che accusa il colpo delle manovre sui dazi e del rallentamento dell’economia mondiale che ha innescato la brusca frenata di un mercato cruciale per la crescita e lo sviluppo come quello dell’automobile. Per l’Italia, la produzione di acciaio dell’intero 2019 è vista in calo del 4,1%, contro un ribasso medio per i Paesi dell’Unione europea pari al 3,1%.

LE MINACCE DALLA CINA E DAGLI USA

E se la Cina rappresenta una minaccia soprattutto in termini di dumping sui prezzi e boom produttivo – nei primi otto mesi il gigante asiatico ha già incassato un aumento della produzione del 9% – va detto che la produzione statunitense continua a crescere. Dal rapporto dell’American Iron and Steel Institute (Aisi) emerge che la settimana scorsa, la produzione di acciaio grezzo degli Stati Uniti è stata di 1.888.000 tonnellate, in aumento dell’1,2% rispetto alla settimana precedente e dello 0,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Nel dettaglio, spiega l’Aisi «la produzione aggiornata dall’inizio dell’anno fino al 2 novembre è stata di 81.599.000 tonnellate ed è perciò aumentata del 2,5% rispetto alle 79.581.000 tonnellate nette registrate nello stesso periodo dell’anno scorso».

CALO DEI CONSUMI DELL’ACCIAIO UE

Tutt’altra l’aria che si respira nel Vecchio Continente, anche per colpa di una normativa europea sull’import, basata su un sistema di “quote libere”, troppo blanda per arginare l’ondata di acciaio a prezzi stracciati. Eurofer, l’associazione europea dell’industria siderurgica, registra ancora numeri in flessione per l’acciaio Ue: nel rapporto diffuso il 31 ottobre scorso segnala infatti un calo del 7,7% del consumo apparente nel secondo trimestre di quest’anno dopo un ribasso dell’1,6% nel primo trimestre. Per il 2020 vede un lieve miglioramento seppure con un trend assai moderato per i contraccolpi della flessione del settore manifatturiero dell’Ue che, tra guerra dei dazi e le incognite sulla Brexit, non si fermerà prima del secondo trimestre del prossimo anno. Prima dell’estate proprio ArcelorMittal, il colosso siderurgico che ha appena deciso di sfilarsi dal progetto dell’ex Ilva, aveva annunciato tagli alla produzione negli stabilimenti europei per due volte nel solo mese di maggio.
LA MANCATA FUSIONE TRA THYSSEN E TATA

Altro inequivocabile sintomo di forte malessere è stato il naufragio dei progetti di fusione fra ThyssenKrupp e Tata Steel. Un merger era l’estremo tentativo di salvataggio dell’acciaio europeo per scongiurare la chiusura di stabilimenti e decine di migliaia di licenziamenti, senza contare l’impatto sull’indotto.

https://www.lettera43.it/ilva-taranto-acciaio-ue-produzione/?refresh_ce

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