L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 5 novembre 2019

Rassegna stampa di limes

La rassegna geopolitica del 4 novembre.
 
di Federico Petroni
4 novembre 2019

NEGOZIATI ASIATICI

Ai vertici di Bangkok dell’Asean e dell’Asia Orientale fanno passi avanti due progetti geopolitici cinesi. Uno è la stesura di un codice di condotta per il Mar Cinese Meridionale, che Pechino si aspetta di siglare entro il 2021 con i quattro membri dell’Asean (Brunei, Vietnam, Filippine, Malaysia) con cui ha dispute territoriali. L’altro è un accordo commerciale con i paesi dell’Asean più Giappone, Australia, Corea del Sud, Nuova Zelanda: in Thailandia è stata annunciata la conclusione delle trattative, la firma è attesa per febbraio.

Perché conta: L’idea di codice di condotta marittimo non viene dalla Repubblica Popolare. Il fatto che quest’ultima abbia accettato di negoziarlo non vuol però dire che si sia piegata. Pechino sta trattando con ciascun paese bilateralmente, in linea con la propria ritrosia per iniziative multilaterali. Soprattutto, cerca di imporre la propria visione: nessuno dovrebbe sviluppare le risorse marittime o condurre esercitazioni con paesi terzi senza il consenso degli altri firmatari; inoltre, il codice non dovrebbe recepire le norme della Convenzione dell’Onu sul diritto del mare (e dunque anche le sentenze di corti internazionali contrarie agli interessi cinesi).

Per quanto riguarda l’iniziativa commerciale, nota come Regional Comprehensive Economic Partnership, vanno rilevati due aspetti strategici. Il primo è la resistenza dell’India, la cui motivazione puramente economica (non vedersi invasa da prodotti cinesi a basso costo) serve a mascherare il persistente timore di essere accerchiata da una “gabbia di seta”. Il secondo è il relativo favore con cui Stati Uniti e Giappone guardano a questo progetto. Scorgendovi non una concreta possibilità per Pechino di ergersi a egemone commerciale d’Estremo Oriente, bensì un’opportunità per Tokyo per imbrigliare la Cina in una rete di norme che ne frenino l’espansione e per Washington per promuovere l’apertura del mercato cinese, vista come un modo per introdurvi dei cavalli di Troia. In ogni caso, l’amministrazione Trump, che al vertice di Bangkok ha inviato una delegazione di secondo piano, ha invitato i leader dei membri dell’Asean a un summit speciale a Washington.

Per approfondire: Assalto alla Cina

GLI USA IN SIRIA

Gli Usa tornano nel Nord della Siria. Le truppe statunitensi stanno (ri)aprendo cinque avamposti: uno a Jazira, a ovest di Raqqa, uno a Sarrin, poco a sud di Kobani, e tre a Qamishli.

Perché conta: Finora delle Forze armate americane si sapeva che sarebbero tornate solo a protezione dei pozzi petroliferi a est, vicino Dayr az-Zawr (vicino alla quale, ad as-Suwar, hanno comunque costruito una nuova base). Anche a Qamishli sorgono giacimenti di oro nero, mentre a Raqqa e Kobani no. Le truppe a stelle e strisce hanno inoltre condotto pattugliamenti in quasi tutto il territorio controllato dalle milizie curde, spingendosi molto più a settentrione di quanto annunciato in precedenza. Il messaggio di questi movimenti è piuttosto chiaro: siamo tornati, i futuri equilibri del Nord-Est della Siria devono tenerne conto. Turchia e Russia ovviamente non gradiscono perché si riduce il loro margine di manovra per indebolire i curdi, per il proprio tornaconto (Ankara) o per rafforzare l’alleato di Damasco (Mosca). Il fatto che una milizia filoturca abbia sparato qualche colpo contro un convoglio statunitense la dice lunga su come Ankara percepisca gli ultimi sviluppi. Queste notizie confermano quanto fittizi e temporanei fossero i ritiri americani dalla Siria.

Per approfondire: Vincitori e vinti della nuova fase delle guerre in Siria

LA GARA PER IL 5G

La Cina ha lanciato la rete Internet 5G in alcune delle maggiori metropoli del paese, con l’obiettivo di arrivare a 50 entro fine anno.

Perché conta: La Repubblica Popolare non è il primo paese a farlo, la Corea del Sud è molto più avanti in questo senso e pure alcune città degli Stati Uniti sono già connesse. Tuttavia, rispetto agli Usa, i cinesi godono di un fondamentale vantaggio iniziale: essere in linea con la domanda mondiale. Il 5G cinese infatti usa frequenze medio-basse che permettono una diffusione geografica molto più ampia rispetto alle alte frequenze impiegate dagli operatori statunitensi, che, pur rendendo migliore il servizio, ne restringono fortemente il raggio. Questo determina un ritardo americano nella partita per le forniture mondiali che tuttavia potrebbe essere colmato da progressi tecnologici o da misure legislative come l’apertura da parte del governo federale delle frequenze intermedie.

Per approfondire: La proxy war digitale

GAS AZERO

Le forniture di gas dall’Azerbaigian non arriveranno in Europa prima di ottobre 2020, secondo l’operatore del gasdotto Tanap, uno dei segmenti della rete di distribuzione.

Perché conta: L’ultimo ostacolo è rappresentato dal completamento del Tap, ossia il ramo che dalla Grecia arriva in Italia via Albania. Finora, il consorzio deputato alla sua costruzione non aveva fornito una data. L’infrastruttura ha rilievo strategico perché diversificherà l’approvvigionamento energetico europeo dall’eccessiva dipendenza dalla Russia. Peraltro, il Movimento 5Stelle al governo ha dato il via libera a questo gasdotto rovesciando la propria posizione durante la campagna elettorale. E dimostrando quanto gli imperativi strategici di un paese possano imporsi sulle preferenze partitiche o sugli interessi economici. Una dinamica cui si assiste anche in queste ore con la decisione di Roma di bloccare dal 15 dicembre i voli dell’iraniana Mahan Air, cedendo così alle pressioni degli Usa.

Per approfondire: Tap, il gas azero sbarca in Italia

VENEZUELA

El Salvador ha riconosciuto Juan Guaidó come presidente del Venezuela, espellendo i diplomatici che rappresentano il regime di Nicolás Maduro. Quest’ultimo ha fatto lo stesso con la delegazione salvadoregna a Caracas. E nel frattempo ha promesso di stanziare fondi per il completamento di due petroliere da parte di un cantiere navale argentino.

Perché conta: Mentre si chiude una porta diplomatica in America Centrale, Maduro spera che se ne sia appena aperta una all’estremità meridionale del Sudamerica. El Salvador ha rotto i rapporti su pressione di Washington, che ha evidentemente preteso qualcosa in cambio dalla recente estensione di un anno delle protezioni per i rifugiati provenienti da questo paese latinoamericano negli Stati Uniti. Invece, l’elezione in Argentina di Alberto Fernández ha suscitato in Caracas la speranza di smorzare l’approccio anti-madurista del precedente presidente Mauricio Macri. Un’aspettativa nata probabilmente anche giudicando la scelta del neoeletto di visitare come primo paese il Messico di Lopez Obrador, il quale sulla crisi del Venezuela ha una posizione non interventista. Movenze diplomatiche che non cambiano i rapporti di forza nel braccio di ferro tra Maduro e Guaidó, al momento nettamente sbilanciati a favore del primo. Ma ogni apertura verso il regime è per quest’ultimo una boccata d’ossigeno.

Per approfondire: Venezuela, la notte dell’Alba


LIMES NERD Gli anniversari geopolitici del 4 novembre
 

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