L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 24 dicembre 2019

A metà settembre la Fed ha ricominciato a regalare denaro alla finanza, a novembre è stato il turno della Bce, qualcosa non funziona nell'economia del debito, qualcuno sa, molti no

La liquidità delle banche centrali spinge le Borse più dei dati economici

Frank Borchers - 23/12/2019 11:44:13

La stabilizzazione dei risultati dell’industria manifatturiera, segnalata dall’indice dei responsabili degli acquisti, costituisce un primo segnale positivo per l’economia globale, benché sia avvenuta a livelli molto bassi. Molto più importante, tuttavia, è la netta svolta operata nel 2019 dalle banche centrali, che hanno investito il sistema con un’ondata di liquidità di dimensioni ragguardevoli, di cui i mercati azionari hanno beneficiato ben di più di quanto fosse lecito aspettarsi dai dati economici.

Molti operatori continuano a stupirsi del rialzo delle azioni nelle settimane e nei mesi passati. Nell’attuale contesto di debolezza economica globale, i nuovi record segnati dalle azioni e il calo degli spread creditizi sembrano costituire un’anomalia. La scarsa vivacità economica è imputabile in primo luogo all’industria manifatturiera, che risente in particolare della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e dei conseguenti dazi punitivi, che hanno a loro volta causato il calo degli ordini e il minore utilizzo delle capacità produttive. Se si osservano indicatori anticipatori come il Purchasing Managers’ Index (Pmi), si nota che al momento molte economie hanno interrotto il precedente trend negativo. Nelle tre maggiori economie mondiali – Stati Uniti, Cina ed Eurozona – si continuano a registrare valori al di sotto della soglia di crescita di 50 punti, anche se rispetto al mese precedente si nota, almeno negli Usa e nell’area dell’euro, una stabilizzazione su livelli bassi. In area euro, la Germania resta fanalino di coda, a causa della forte dipendenza dell’industria tedesca dalle esportazioni, all’indebolimento della congiuntura mondiale dovuto ai conflitti commerciali e alle incertezze legate alla Brexit. Va tuttavia rilevato che la situazione dell’industria tedesca non ha subito un peggioramento e, secondo i dati emersi dall’indice Ifo sulla fiducia delle imprese, le aspettative degli imprenditori tedeschi sono leggermente migliorate. Chi fa meglio in Europa è la Francia, mentre l’Italia appare in via di stabilizzazione: l’indicatore anticipatore del Belpaese è sceso in misura trascurabile da 47,8 a 47,7 punti. Solo la Spagna ha accusato un ulteriore calo di quasi un punto, scendendo a ottobre a 46,8 punti, il livello minimo raggiunto da aprile 2013.

Non siamo ancora arrivati al rimbalzo che segue sempre, prima o dopo, le fasi di ribasso, ma gli indicatori anticipatori del settore manifatturiero si sono stabilizzati e questo potrebbe essere un primo segnale di inversione di tendenza. Sarà però opportuno osservare con attenzione i Pmi per capire se siamo di fronte a una ripresa sostenibile. Tale stabilizzazione non giustifica tuttavia il rialzo che si è registrato dell’azionario.

Nel 2019 abbiamo assistito a un cambio di rotta della politica monetaria. La liquidità sui mercati dei capitali è decisamente aumentata grazie ai numerosi tagli dei tassi di riferimento e al lancio di un nuovo programma di acquisto di obbligazioni da parte della Bce. Quest’anno la politica monetaria della Federal Reserve statunitense ha compiuto una svolta a 180 gradi: sino alla fine di agosto 2019, nell’arco di soli 20 mesi, erano stati drenati dal mercato circa 700 miliardi di dollari statunitensi e il bilancio della Fed era sceso da circa 4500 miliardi a circa 3800 miliardi di dollari. A metà ottobre la Fed ha ricominciato ad acquistare titoli di Stato a breve termine a un ritmo di circa 60 miliardi al mese, al fine di allentare le tensioni sul mercato monetario. Sebbene la Fed non si stanchi di ribadire che tali acquisti non costituiscono in alcun modo un programma di Qe, il loro impatto sul bilancio della banca centrale è ben visibile, avendone causato un ampliamento. La Fed ha inoltre effettuato diversi tagli dei tassi, ben tre consecutivi da luglio a ottobre di quest’anno.

Anche la Bce ha ricominciato a immettere liquidità sul mercato utilizzando i consueti canali. A inizio novembre l’istituto di Francoforte ha cominciato ad acquistare titoli di Stato e obbligazioni societarie dell’area dell’euro a un ritmo di 20 miliardi di euro al mese, e gli acquisti proseguiranno a tempo indeterminato. La Bce reinveste inoltre in nuovi titoli i proventi delle obbligazioni in scadenza. Nel quadro dell’ultimo programma di acquisto di obbligazioni, alla fine del 2018 la Bce aveva già acquistato titoli per 2600 miliardi di euro. Il bilancio della banca centrale è pertanto aumentato a quasi 4700 miliardi di euro. Con la ripresa del programma a novembre di quest’anno il bilancio riprenderà gradualmente a salire. Poiché il tasso di riferimento è fermo da tempo allo 0%, le banche possono continuare a prelevare nuovo contante dalla banca centrale a costo zero.

Rispetto ai precedenti programmi di iniezione di liquidità delle banche centrali, il supporto offerto da queste misure non è forse paragonabile a uno tsunami, ma si tratta senz’altro di un’onda di ragguardevoli dimensioni. Le banche centrali hanno già mostrato in passato di essere disposte a fare di tutto per assicurare condizioni di (ri)finanziamento favorevoli a imprese, banche e anche stati e per sostenere l’economia, e questo vale anche per il presente. È precisamente questo contesto che esercita un influsso particolarmente positivo sulle azioni e che ne spiega l’evoluzione negli ultimi mesi, sebbene tale andamento non trovi riscontro nei dati economici.

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