L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 26 dicembre 2019

C’è un legame profondo, tra Stato, mafia, massoneria e servizi segreti che non è ben identificabile, che si muove attorno al confine dei giochi di potere in quel cono d’ombra che non è mai facile da mettere a fuoco

Dora Coscarelli


Lamezia Terme - Ci sono cose che tutti conoscono ma di cui nessuno è in grado di parlare ad alta voce; c’è un legame profondo, tra Stato, mafia, massoneria e servizi segreti che non è ben identificabile, che si muove attorno al confine dei giochi di potere in quel cono d’ombra che non è mai facile da mettere a fuoco. Su questo argomento prova a fare luce il giornalista Claudio Cordova, restituendo alle pagine di un libro intitolato Gotha, edito paperFIRST, il risultato di numerose inchieste giudiziarie che hanno segnato la storia dell’Italia e della Calabria dagli anni 60 ad oggi. L’imponente testo, che conta all’incirca quattrocento pagine, frutto di di una minuziosa ricostruzione documentale è stato presentato al Tip Teatro dall’autore che, insieme a Don Giacomo Panizza ha provato a ripercorrere tutte le tappe di un immane lavoro durato cinque anni.

A moderare l’incontro Maria Teresa Morano, coordinatrice regionale Antiracket, nonché volto storico di Trame Festival. L’obiettivo di Cordova è quello di portare alla luce un fenomeno torbido che coinvolge non solo uomini di potere, ma anche gran parte della società civile, la quale è spesso connivente o preferisce sull’argomento malavita fare spallucce o far finta che il fenomeno non esista. É proprio su questo humus fertile che la ‘ndrangheta ha potuto costruire la sua piramide di potere diventando una mafia di serie A, agendo in sordina in un territorio troppo spesso dimenticato dall’opinione pubblica. “La Calabria è stata per tantissimo tempo un laboratorio criminale proprio per il ruolo di marginalità relegato a questa regione - ha spiegato Cordova, - bisognerebbe far diventare la Calabria un caso nazionale, come nella Sicilia post stragi, come la camorra del post Saviano, per far sì che si smuova qualcosa, altrimenti continueremo a cantarcela e suonarcela da soli.” La ‘ndrangheta che racconta, infatti, è una delle organizzazioni più insidiose e da sempre sottovalutate, che assume le sembianze di una setta molto più che di una banda armata: “Il patrimonio più grosso che la ‘ndrangheta ha sono le relazioni ancor prima che il denaro”.

È verso la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70 che la ‘ndrangheta fa il salto di qualità: in quel periodo, all’interno della struttura criminale viene infatti creata una società più importante, la cosiddetta Santa, una sorta di organizzazione nella organizzazione che riunisce l’èlite delle famiglie malavitose. Una borghesia mafiosa, ed anche più erudita, che ha permesso alle famiglie criminali di dialogare con il potere su vari livelli: dalla politica, alla pubblica amministrazione, dalle associazioni massoniche, fino alla magistratura, dalle forze dell’ordine, ai professionisti di ogni settore, fino ad arrivare anche agli uomini di chiesa.

Ad intervenire su questo argomento è stato Don Giacomo Panizza, trasferito a Lamezia da Brescia molti anni fa e, diventato il simbolo della resistenza alla mafia: “Quando sono arrivato qui, mi sono dovuto difendere prima ancora che dalla mafia, da chi affermava che la mafia non ci fosse”. Don Panizza ha raccontato una società pervasa da una mentalità comune predominante sulla realtà vera e di una chiesa che lo invitava, di fronte alle minacce, a fare finta di non capire.

“Oggi a Lamezia, le cose sono un po’ cambiate - ha continuato - ma non abbastanza. Si è riusciti a comprendere di più il fenomeno, ma non a capire come organizzarsi; non sta nascendo ad esempio un movimento popolare che dica basta. Anche la Chiesa non ha una vera e propria strategia, preferisce chiudere gli occhi e vivere in quel tipo di mentalità che diventa più vera dei Vangeli.” Il puzzle di Claudio Cordova, non si limita soltanto a delineare il confine calabrese del malaffare, scavalla il regionalismo arrivando ad ipotizzare addirittura rapporti tra la ‘ndrangheta e la parte deviata dei servizi segreti sfiorando il complottismo, in molte di quelle che furono le stragi di stato, rimaste tutt’ora irrisolte e avvolte da un’aura di mistero. Ciò che emerge da tutta questa storia è che l’attività della ‘ndrangheta non sia circoscritta ad azioni periferiche, ma sia parte di un disegno ben più ampio: che abbia giocato un ruolo da protagonista nella scrittura di alcune delle pagine più nere della storia d’Italia: il rapimento Moro, la strage di piazza Fontana, la Loggia P2, il tentato Golpe Borghese, il traffico di rifiuti tossici radioattivi.

Nessun commento:

Posta un commento