L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 3 dicembre 2019

Conte Conte ma che dici. Afferma che ha comunicato ma di fatto non l'ha fatto

Huffington Post di Annunziata scortica Conte sul Mes

3 dicembre 2019


L’informativa di Conte in Parlamento sul Mes vivisezionata da Huffington Post Italia diretto da Lucia Annunziata. Estratto dell’articolo di Claudio Paudice

Ci sono diversi buchi nella ricostruzione fatta dal premier Giuseppe Conte alla Camera e al Senato per dimostrare la sua costante interlocuzione con il Parlamento e la correttezza del suo operato nella duplice veste di presidente del Consiglio gialloverde e giallorosso.

La ricostruzione di Conte inizia dalle sue comunicazioni al Parlamento il 27 giugno 2018, alla vigilia della sua prima partecipazione a un Consiglio Ue. In quell’occasione, il premier ha affrontato in modo “esplicito” la riforma del Mes benché tema centrale fosse in quel periodo l’immigrazione. Qui annuncia i suoi propositi: “Siamo contrari ad ogni rigidità nella riforma del Meccanismo europeo di stabilità: soprattutto perché nuovi vincoli al processo di ristrutturazione del debito potrebbero contribuire proprio essi all’instabilità finanziaria, anziché prevenirla. Non vogliamo neppure pericolose duplicazioni con i compiti della Commissione europea per la sorveglianza fiscale”.

Nella sua ricostruzione, Conte rivendica: “In quel primo Eurosummit a cui ho partecipato, è stato inoltre deciso, con il sostanziale contributo dell’Italia, di continuare a lavorare alla riforma dell’Unione Economica e Monetaria, purché ciò riguardasse un intero pacchetto di riforme, includendo quindi l’avvio di negoziati sul Sistema Europeo di Assicurazione dei Depositi (EDIS) e approfondendo la riflessione sullo Strumento di Bilancio dell’eurozona…”.

In realtà, come si può leggere dalla Dichiarazione del Vertice Euro del 29 giugno 2018, pur essendo menzionato il cosiddetto “approccio a pacchetto”, l’Eurosummit certifica che la lista delle condizioni del Mes saranno pronte per dicembre, 
mentre per l’assicurazione dei depositi si legge soltanto che “si dovrebbe iniziare a lavorare a una tabella di marcia al fine di avviare negoziati politici sul sistema europeo di assicurazione dei depositi”. 
Va ricordato che sono passati pochi giorni dalla dichiarazione di Meseberg con cui Francia e Germania hanno dato l’abbrivio per la riforma del fondo Salva-Stati.

L’11 dicembre nuova tappa della ricostruzione di Conte. Nelle sue comunicazioni in vista dell’Eurosummit, il premier si rammarica per la distanza delle posizioni (“forte contrasto di vedute”) sul mini-bilancio comune dell’Eurozona emerse all’Eurogruppo di una settimana prima. E aggiunge: “Il nuovo rinvio delle decisioni sullo schema assicurativo sui depositi è per noi il segnale di un’Europa che continua a farsi condizionare dai mercati piuttosto che tentare di indirizzarli. Quanto alla riforma della governance del MES, manteniamo le nostre riserve su un approccio intergovernativo e ribadiamo che i ruoli attribuiti al meccanismo europeo di stabilità non devono minare irreversibilmente le prerogative della Commissione europea, in particolare in materia di sorveglianza fiscale”.

Una 
  • critica abbastanza netta, quindi, all’approccio avuto sul Mes 
  • e ai ritardi dei lavori sugli altri pilastri dell’unione monetaria. 
La risoluzione approvata dal Parlamento non menziona nemmeno il fondo Salva-Stati, eppure Conte afferma che “l’Italia da me rappresentata si è espressa in modo coerente con il mandato del Parlamento”. E su tali basi, ”è stato dato l’incarico all’Eurogruppo di procedere alla predisposizione di una bozza di revisione del trattato Mes”. Nonostante le “riserve” espresse dal premier in aula.

La ricostruzione prosegue con il richiamo alle Comunicazioni del 19 marzo 2019, nelle quali “mi sono ugualmente soffermato sul tema” nonostante non fosse previsto un Eurosummit. La rivendicazione è fuori luogo perché nel suo intervento 
il premier si limita a dichiarazioni di principio: 
“Mi limito a richiamare, tra gli altri, il budget dell’eurozona, lo schema europeo di garanzia dei depositi, il cosiddetto EDIS, e gli emendamenti al Trattato sul meccanismo europeo di stabilità”. E riferendosi al Bicc (e non al Mes) aggiunge che “per l’Italia è senz’altro prioritario che tale strumento sia di dimensioni adeguate, prevedendo anche una sua capacità di prendere a prestito sui mercati finanziari, offra un vero supporto a investimenti e riforme, abbia funzioni anticicliche e di stabilizzazione e, attenzione, non sia sottoposto a condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti”. Tutto qua.

Altro buco nella ricostruzione: prosegue Conte affermando che il 21 giugno ha “nuovamente affrontato il tema anche perché un generale consenso sulla bozza di revisione dell’accordo Mes era stato raggiunto il 13 giugno dai Ministri dell’Economia dell’area euro”. Tuttavia 
  1. nelle aule parlamentari non era giunta nessuna notizia sul superamento delle tante perplessità espresse dal Governo italiano, 
  2. né era stato presentata la bozza di riforma (diffusa sul sito Ue a metà giugno, ma trasmessa – come prassi vuole – dal ministro Tria alle presidenze delle Camere solo il 9 agosto). 
E allora perché è stato espresso consenso 
su un testo, nonostante le “riserve” del premier e una risoluzione parlamentare, peraltro ammorbidita su richiesta di Palazzo Chigi a detta della Lega, che vincolava il Governo a 
 “trasmettere alle Camere le proposte di modifica del trattato” 
affinché il Parlamento si esprimesse “con un atto di indirizzo”, e a non approvare modifiche “che prevedano condizionalità”, riservando all’esecutivo la facoltà di “esprimere la valutazione finale solo all’esito della dettagliata definizione di tutte le varie componenti del pacchetto, favorendo il cosiddetto package approach”?

Più fonti oggi affermano che la “valutazione finale” è superflua: (euroimbecillità di Gualtieri è manifesta e chiaramente in cattiva fede)
il ministro dell’Economia Gualtieri, in audizione, ha affermato che 
il testo non è più modificabile. 
E il presidente dell’Eurogruppo Centeno a novembre ha fatto sapere che il grosso del trattato è chiuso e che ora si sta lavorando solo alla legislazione secondaria. Quale atto di indirizzo poteva esprimere il Parlamento se il testo non era più emendabile?

Ma Conte in Aula non si poneva questo problema, anzi condivideva l’approccio di M5S e Lega, da sempre critici con il Fondo Salva-Stati, perché posticipare “le valutazioni complessive” non è “affatto un modo di procedere avveduto, accorto e raccomandabile” e rivendicava, come ricordato oggi, di aver “sostenuto che fossero comunque necessari ulteriori approfondimenti tecnici”.

Nella ricostruzione odierna, ricorda quindi come abbia fatto inserire nella Dichiarazione finale dell’Eurosummit del 21 giugno 2019 il riferimento della “logica a pacchetto”, ma appare più di contorno che di sostanza. Si legge: “Sulla revisione del trattato MES ci attendiamo che l’Eurogruppo prosegua i lavori in modo da consentire il raggiungimento di un accordo sull’intero pacchetto neldicembre 2019″. E gli altri punti? Sul mini-budget “chiediamo all’Eurogruppo e alla Commissione di proseguire i lavori su tutte le questioni in sospeso”; mentre sull’assicurazione dei depositi, “attendiamo con interesse la prosecuzione dei lavori tecnici sull’ulteriore rafforzamento dell’unione bancaria”. In sintesi: la logica a “pacchetto” viene menzionata come orpello, perché dalla dichiarazione si evince chiaramente come il Mes sarà pronto a dicembre mentre sugli altri pilastri i lavori sono ancora in alto mare.

Conte però ha rassicurato sul fatto che nessun membro del Governo ha firmato un “trattato ancora incompleto”, ma come fatto trapelare oggi da fonti dell’Eurogruppo 
la riforma ”è stata già approvata a giugno, 
stiamo solo discutendo la legislazione secondaria, ed è meglio chiudere ora”.

Da ultimo, Conte richiama la Relazione Consuntiva della partecipazione dell’Italia all’Ue per il 2018, presentata dall’allora ministro Paolo Savona in Consiglio dei ministri il 21 dicembre 2018, all’indomani quindi dell’intesa sulle condizioni del Mes che sarebbe stata poi tradotta in testo solo nel giugno successivo: nel testo di 226 pagine affrontato dai ministri (e successivamente approvato dal Parlamento con parere favorevole delle Commissioni) si richiamano alcuni punti che faranno parte della bozza: la revisione delle linee di credito precauzionali (senza però specificare i criteri che di fatto escludono l’accesso all’Italia, insieme a un’altra decina di Paesi), l’accordo di collaborazione tra Mes e Commissione Ue e la “complementarietà” dei due organi nella “analisi della sostenibilità del debito”; infine la menzione dell’introduzione delle Cacs single-limb, che agevolerebbero di molto le ristrutturazioni dei debiti pubblici, a partire dal 2022″. Insomma, 
vengono citati diversi argomenti per somme righe, ma mancano naturalmente tutti gli elementi necessari a comprendere la portata della riforma, a partire dai maggiori poteri al Mes e al suo direttore a detrimento della Commissione.

Infine, c’è un ultimo punto che non torna nell’informativa di Conte alle Camere: se come ha detto il ministro Gualtieri in audizione le nuove Cacs sono “ininfluenti se non migliorative”, perché oggi il premier ha annunciato che “l’Italia dovrà battersi per ottenere che venga mantenuta la possibilità di effettuare sub-aggregazione”, dal momento “va giudicata come particolarmente adatta alla specificità del debito pubblico italiano”? La principale decisione che dovranno prendere i ministri delle Finanze è se dare alla legislazione sussidiaria sulle Cacs valore giuridico più forte allegandola al nuovo trattato, oppure se far adottare gli allegati con una decisione del fondo salva-Stati. La Francia spinge per la prima ipotesi, mentre l’Italia è favorevole alla seconda. E chi supporta la linea francese? Le Cacs “sono pensate per essere sicuri che se c’è ristrutturazione del debito i detentori di minoranza non possono tenere in ostaggio gli altri creditori per i loro interessi”: lo ha detto la neo-presidente dell’Eurotower, la francese Christine Lagarde.

(estratto di un articolo di Huffington Post Italia; qui la versione integrale)

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