L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 27 dicembre 2019

Euroimbecilandia alla prova di una politica estera

Francia e Germania, l’illusione di dirigere la geopolitica euromediterranea

-26 Dicembre 2019

Fonte: elysee.fr

Nel mese di dicembre si sono moltiplicati i grandi appuntamenti diplomatici: dal vertice della NATO a Londra fino al nuovo incontro tra Ucraina e Russia e ai più numerosi vertici bilaterali e trilaterali sulla Libia, i fronti caldi della geopolitica euromediterranea sono stati decisamente approfonditi sotto più aspetti. In ognuna di queste occasioni di incontro c’è però stata una sorta di costante: la presenza di Francia e Germania, sedute ai posti più prestigiosi dei tavoli delle trattative.

Non si può negare la rilevanza, per motivi politici ed economici, di Parigi e Berlino nel contesto continentale: del resto, è ben chiara da tempo la caratterizzazione “franco – germanocentrica” dell’Unione Europea; è sempre più evidente, inoltre, il tentativo della Francia di Macron di assumere un ruolo di leader pure all’interno della NATO, con la Germania che, dopo qualche perplessità sulle parole di Macron circa la “morte cerebrale” dell’Alleanza, è sembrata accomodante con questa nuova, potenziale dinamica, in funzione anti-USA e anti-Turchia.

La questione primaria, in questo quadro, pare costituita non tanto dal fatto che Francia e Germania sembrino dettare i tempi dell’agenda geopolitica euromediterranea, quanto da che appaiano convinte di farlo in piena autonomia, in particolare scegliendo di volta in volta gli interlocutori che ritengono più appropriati per il potenziale successo di una certa operazione diplomatica. Così, ad esempio, è ben noto che a Londra, all’inizio di dicembre, prima del vertice NATO si sia svolto un incontro ristretto tra Francia, Germania, Gran Bretagna e Turchia sul futuro della Libia: in quella occasione, la grande esclusa è stata l’Italia, la cui presenza non è stata ritenuta necessaria.

Francia e Germania, “mediatori” interessati tra Ucraina e Russia

In realtà, la strategia “autonomista” della politica estera franco – tedesca non è storia nuova e già si è presentata, forte, per lo meno nell’ultimo quinquennio. Non si può dimenticare, infatti, il precedente (fallimentare, a dir la verità) dell’incontro tra Francia, Germania, Ucraina e Russia in Normandia, nel 2014, all’alba della drammatica crisi tra Kiev e Mosca. L’incontro di due settimane fa a Parigi tra i capi di Stato delle stesse quattro nazioni, il primo di questo tipo dal 2016, non ha fatto che rinfrescare questo modus operandi. Il presidente Putin e l’omologo ucraino Volodymyr Zelenski hanno concluso, con la “benedizione” di Emmanuel Macron e Angela Merkel, un breve memorandum d’intesa su un cessate il fuoco nelle martoriate regioni ucraine del Donbass e Luhansk, oltre a decidere per la prima volta alcune indispensabili misure per la salvaguardia dei rispettivi prigionieri.

Il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, commentando l’occasione di incontro tra i leader belligeranti dell’Europa dell’est non ha esitato a presentare Parigi e Berlino come i due “mediatori” nella crisi. Come è stato notato, comunque, tale funzione mediatrice non appare del tutto gratuita e disinteressata. Intorno alla pacificazione dell’Ucraina dell’est, infatti, gravitano numerosi interessi legati alle forniture di gas russo all’Europa occidentale.

Francia e Germania, con gli accordi commerciali per il gas (la cui esecuzione è stata precaria fin dallo scoppio della guerra) in scadenza, sarebbero interessate a una stabilizzazione dell’area, in modo non solo da normalizzare la posizione dell’Ucraina, Paese dal quale ad oggi ancora transita la maggior parte del gas russo destinato all’Europa occidentale, ma anche di ammorbidire Putin, allo scopo di rendere al più presto operativo il gasdotto North Stream 2. Questo, passando per il Baltico, arriverebbe proprio in Germania, seguendo una rotta settentrionale meno problematica da un punto di vista geopolitico.

Che l’argomento del gas russo sia rovente, del resto, lo testimonia proprio in queste ore anche la vicenda delle sanzioni che Trump, in funzione antieuropea e, per la proprietà transitiva, antirussa, avrebbe imposto nei confronti di alcune imprese europee “colpevoli” di essere coinvolte proprio nello sviluppo del North Stream 2. La reazione della Germania, in questo caso, è stata a dir poco sdegnata: la portavoce di Angela Merkel ha parlato di comportamento scorretto dell’amministrazione USA e di misure in grado di colpire non soltanto aziende che non hanno in alcun modo violato le regole della competitività commerciale internazionale, ma anche le economie di “Paesi emergenti”, che sarebbero penalizzate da eventuali ripercussioni del trattamento americano sugli investimenti finora assicurati dagli europei.

La Libia e la diplomazia franco – tedesca

Nell’agenda di Francia e Germania c’è l’affare del gas coinvolto nelle relazioni tra Ucraina e Russia, ma anche lo scenario nordafricano. In quest’ambito, ad oggi è il grande problema della stabilizzazione della Libia a catalizzare l’attenzione di Berlino e Parigi. In questo caso, l’obiettivo sembra anche quello di contrastare il discutibile espansionismo dell’influenza turca nella regione.

In effetti, la prima preoccupazione di Macron e Merkel sembra essere stata quella di censurare la strategia di Erdogan che, con la promessa di supporto attivo e passivo al governo di Serraj, si starebbe accattivando proprio il fragile esecutivo “ufficiale” della Libia, riconosciuto dall’ONU. In quest’ottica, è sembrata non bastare l’inclusione della stessa Turchia nel fatidico vertice di Londra, che forse mirava a ricondurre Ankara sotto il controllo franco – tedesco – britannico.

In attesa della nuova Conferenza sul punto, che, guarda caso, si terrà a Berlino a inizio 2020, per costruire un’alternativa in più allo scopo di risolvere il conflitto in Tripolitania e Cirenaica, Francia e Germania hanno scelto di riesumare un vecchio attore regionale ora caduto nel dimenticatoio diplomatico: l’Italia. È stato il presidente del Consiglio Conte, a quanto pare, a sollecitare Macron e Merkel a riammetterlo al tavolo dei “grandi”, a margine dell’ultimo Consiglio Europeo. Un approccio, quello di Conte, che mentre il ministro degli Esteri Di Maio incontrava Serraj e Haftar sbandierando nuove, illuminate intuizioni di realpolitik alla ricerca del compromesso in Libia, significava in realtà un’accettazione rassegnata del duopolio franco – tedesco.

Insomma, nel quadro di un encefalogramma della diplomazia europea tristemente (come di consueto) piatto, Francia e Germania tentano di porsi come interlocutrici necessarie su tutti i punti più rilevanti della geopolitica euromediterranea. Sarà il tempo a dire se si tratta di una strategia fruttifera, oppure se consiste nella consueta illusione, da parte di Paesi europei dalla grandeur ormai incrinata, di riproporsi con prepotenza sulla scena internazionale, senza però riuscire a incidere più di quanto attori apparentemente secondari, ma di peso, come la Turchia e la stessa Russia, consentano loro di fare.

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