L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 22 dicembre 2019

Il Progetto Criminale dell'Euro si è mangiato la coperta e questa rischia di lasciare scoperto le banche e assicurazioni italiane che pallidamente cercano di contrattaccare per non morire

Banche italiane contro il Mes, ricompare il “governo tecnico”

di Dante Barontini
19 dicembre 2019

Coincidenze temporali, certo. Però quando si moltiplicano significa che ci sono “sommovimenti” sistemici piuttosto forti, al punto che fenomeni distanti appaiono improvvisamente mossi dalle stesse forze.

Il governo giallorosè si sta scannando sul decreto per salvare la Popolare di Bari, importante banca meridionale appena commissariata dalla Banca d’Italia. Su cui, com’è anche giusto, piovono critiche per la sua eccessiva condiscendenza dell’esercitare la “vigilanza” nei confronti delle banche (del resto, anche Bankitalia ha un azionariato, rappresentato dalle banche stesse…).

Gli istituti di credito italiani, per larghe parti devastati da gestioni “allegre” (quasi sempre lungo la faglia che dovrebbe separare scelte di investimento e “favori” politici), sono però complessivamente solide. Contrariamente a quel che si scrive su alcuni giornali mainstream, e a quel che vorrebbero i finanzieri del Grande Nord europeo, la loro attività prevalente è rimasta in genere quella classica: raccolta risparmio e prestiti a famiglie e imprese. Poca attività da “banca d’affari”, con massicci investimenti in “prodotti derivati” di origine statunitense, diventati “illiquidi” a cominciare dal grande crack del 2008 (fallimento Lehmann Brothers e dintorni).

Ci sembra significativo che la soluzione più logica per la Popolare di Bari appaia – solo ora! – la sua trasformazione in “banca del Sud” con partecipazione pubblica; anzi, quasi sotto controllo pubblico. Il che dovrebbe anche far riflettere sull’indubbia cazzata fatta con la “privatizzazione” delle cinque banche di “interesse pubblico”, dalla cui successiva fusione sono nati due “campioni nazionali” (Unicredit e Banca Intesa) circondati da una serie di istituti più locali e intrecciati con i vari poteri territoriali (nel bene e soprattutto nel male, come si è visto con Banca Etruria, Veneto, Ferrara, ecc).

Un sistema del credito insomma solido ma non privo di forti “criticità”, che sta per subire il più massiccio attacco che si sia mai visto, grazie al “nuovo” Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) che questo governo di incapaci sta per approvare in continuità diretta con il precedente (“gialloverde”), responsabile di aver dato l’”ok politico” nel giugno scorso, quando la Lega c’era e “dominava” l’esecutivo.

Si moltiplicano in questi giorni gli altolà provenienti direttamente dal mondo delle banche e delle imprese più grandi, proseguendo quella “mobilitazione sottotraccia” aperta dal presidente dell’Abi (l’associazione delle banche italiane), Antonio Patuelli: “Se le condizioni relative al debito pubblico cambiano, è chiaro che le banche italiane sottoscriveranno meno debito pubblico. E non saranno mica solo le banche”.

Il “piccolo particolare” è che banche e assicurazioni con sede in Italia sono anche detentrici del 70% dei titoli di Stato emessi da questo paese. Dunque, se non li comprano loro, il prezzo crolla, gli interessi da pagare aumentano e il debito pubblico esplode. Con grave danno delle stesse banche e assicurazioni, che ovviamente dovrebbero cercare di vendere il più possibile quei itoli (ma con i prezzi in calo…) e poi registrare clamorose perdite nei bilanci.

Tutto parte dall’insistenza con cui la Germania, in tutti i tavoli di trattativa su nuovi e vecchi accordi europei (dal Mes, appunto, al Solvency II che riguarda le assicurazioni), pretende di inserire la “ponderazione del rischio” per i titoli di Stato. Una sorta di rating emesso dal Mes – presiduto da Klaus Regling, vero artefice delle asimmetrie nella creazione dell’euro – e che, inevitabilmente, influirebbe sulla valutazione di “mercato” dei titoli degli Stati in base a una decisione “tecnica” arbitraria.

L’editoriale con cui Guido Salerno Aletta apre l’edizione del sabato di Milano Finanza, nelle misura in cui rappresenta le preoccupazioni di questa (rilevante, per disponibilità patrimoniale) “frazione di borghesia”, è un’autentica dichiarazione di guerra al Mes e alla Germania.

Fin dal titolo (“I deteriorati di Angela”), che indica esplicitamente quei titoli privi di valore che affollano le casseforti di Deutsche Bank, Commerzbank e tante altre banche (tedesche, olandesi, francesi, ecc).

“Serve un Banking Compact per eliminare le distorsioni all’interno dell’Europa in materia di aiuti di Stato alle banche. Occorre ristabilire concorrenzialità e competitività. E invece non solo si inchiavardano i criteri del Fiscal Compact nell’ambito della riforma del Mes, ma non si prevede neppure che questo possa intervenire dopo che siano stati smantellati gli aiuti concessi da uno Stato al suo settore bancario prima dell’agosto del 2013, da quando è entrata in vigore la Comunicazione della Commissione Europea che ne ha sancito il divieto”.

Nome e cognome, non sono certo taciuti: “Sono i numeri di Eurostat a dimostrare che, nell’Eurozona, gli effetti della crisi bancaria del 2010 non sono stati ancora superati e che la Germania continua a tenere in piedi una gran parte degli aiuti che ha generosamente concesso.”

E non si tratta di spiccioli, come si può vedere dalla tabella sottostante…


La conclusione è ovvia, e viene “consigliata” ai distrattissimi – o ignorantissimi? – negoziatori italici in sede europea:

“Bisogna prima liquidare gli interventi pubblici nelle Bad bank tedesche: sono fantocci che sopravvivono, attività finanziarie dietro cui probabilmente c’è molto poco o forse nulla. Se c’è un divieto di aiuti di Stato, bisogna fare pulizia, ed è il sistema bancario tedesco che si deve far carico delle perdite che finora sono state annegate nel debito pubblico (tedesco, ndr). Ed è forse questo che si vuole celare. Per la Germania è arrivato il tempo di fare i compiti a casa”.

Si comprende facilmente, dunque, che una parte importante della borghesia di questo paese sia alla ricerca di una classe politica meno arrendevole o incompetente di quella installata a Palazzo Chigi e dintorni. E si capisce altrettanto bene che neanche Salvini (o tantomeno la Meloni…) sono in grado di corrispondere a questo bisogno.

Proprio oggi, su La Stampa (appena tornata ad essere organo di casa Agnelli, dopo l’acquisto di tutto il gruppo Repubblica-L’Espresso), compare un’intervista chiarificatrice a Giancarlo Giorgetti, vera testa pensante della Lega (Salvini va bene per i selfie e i video, per le strategie serve gente più in palla…) in cui, papale papale, apre la porta a un Comitato di Salvezza Nazionale con tutti i partiti dentro al posto del governo Conte Bis. Per guidarlo, guarda un po’, non ci sarebbe nessuno meglio di Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea. Piuttosto esperto di contrasti con i “colleghi” tedeschi, in materia di politiche monetarie.

Non è un mistero per nessuno che Draghi sarebbe la prima opzione sia per Mattarella che per il Pd, in caso di crisi del governo giallorosè. E che quindi si rischia davvero di avere un governo Pd-Lega, o meglio un “governo tecnico” sostenuto da questi due partiti più Berlusconi.

Ma non ditelo a Mattia Santori, potrebbe venirgli un coccolone…

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