L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 19 dicembre 2019

La Lega spasmodica agogna a essere riconosciuta parte integrante del Sistema mafioso massonico politico, da qui le proposte di mandare lo stregone maledetto al Quirinale, anzi no prima a capo del governo e poi alla Presidenza della Repubblica, sull'affermazione dell'intangibilità dell'Euro e cioè il via libero al Progetto Criminale dell'Euro e infine al riconoscimento della sua anima dannata neo liberista nel cuore e nella mente

La Lega si piega

di Leonardo Mazzei
18 dicembre 2019

Lega 2019 come il PD 2011?

Tempi duri per chi sogna Salvini alla presidenza del consiglio. O, almeno, tempi lunghi e (soprattutto) prospettiva incerta.

Che ti fanno i caporioni leghisti due giorni dopo il trionfo della Brexit nelle elezioni politiche in Gran Bretagna? Mentre l'addetto alla propaganda, smesso di parlare per un attimo della Nutella, apre ad un governo di unità nazionale, il portavoce dei capibastone del Nord, il cugino del banchiere Ponzellini, fa immediatamente il nome di chi quel governo dovrebbe guidare. Ovviamente — chi altri sennò! — il da tutti osannato Mario Draghi. Caspita, quanto son sovrani certi "sovranisti"!

Ma le notizie di questo fine settimane sono anche altre. L'inglorioso esercito delle sardine ha fatto tappa a Roma per confermare quel che già sapevamo. Che si tratta di un moderno movimento conservatore, che odia il populismo perché disprezza il popolo. Che urla al fascismo solo per fingere di non vedere la dittatura europea.

Un movimento che vuol conservare il dominio delle attuali oligarchie finanziarie, invocando al potere la pretesa "competenza" dei "tecnici" neoliberisti. Un movimento che ama la globalizzazione, e che vorrebbe imporre il "politicamente corretto" dei dominanti per legge.

Con queste premesse, cosa possiamo aspettarci da questo movimento? Certo, la politica è spesso più complessa di quel che appare, ma l'impressione è che l'antisalvinismo porti oggi a Draghi, come l'antiberlusconismo portò a Monti nel 2011. E non penso se ne sia accorto solo chi scrive...

Ma perché allora gli stessi leghisti si sono messi a dar manforte al disegno dei loro avversari? Ecco una bella domanda alla quale bisogna provare a rispondere.

Mossa tattica o autogol leghista alle porte?

Secondo alcuni la mossa del duo Salvini-Giorgetti, che da sempre giocano in coppia (se ne facciano una ragione Borghi e Bagnai), sarebbe puramente tattica. In base a questa tesi un primo obiettivo sarebbe quello di spiazzare le forze di governo, accentuando le contraddizioni interne alla maggioranza, come pure quelle dentro ai partiti che la compongono. Al tempo stesso — secondo obiettivo — questa mossa avrebbe lo scopo di tranquillizzare tanto i cosiddetti "moderati", quanto (e soprattutto) le oligarchie euriste. Poi, una volta incassato il no di Pd ed M5s, il successo nelle urne (secondo questa lettura comunque vicine) sarebbe ancor più facile.

Questa ipotesi ha però un'insidiosa variante, che corrisponde al nome di Matteo Renzi. Il Bomba potrebbe infatti aprire per primo alla proposta leghista. A quel punto la crisi sarebbe virtualmente aperta, la Lega non potrebbe fare marcia indietro, mentre gli odiati Zingaretti e Di Maio verrebbero a trovarsi in una posizione ancor più angusta dell'attuale. Al tempo stesso la legislatura andrebbe avanti (il che per Renzi è vitale) almeno per un altro anno. Questo calcolo appare tuttavia assai rischioso. Forse troppo anche per un giocatore d'azzardo come il fiorentino.

E se invece la mossa leghista non fosse solo tattica? O, pur se sempre tattica, avesse comunque un orizzonte temporale ben più lungo? Ecco un'ipotesi assai più intrigante della prima. A mio modesto parere più credibile della prima.

Della Lega conosciamo da sempre la sua anima liberista e, al suo interno, la forza centrale del blocco nordista e filo-tedesco. A questi elementi costitutivi, si aggiungono ora il tentativo di entrare a far parte del Partito Popolare Europeo (PPE) ed il via libera di Salvini (why not?) all'elezione di Draghi al Quirinale.

La risultante di questi quattro dati di fatto può essere una sola, la progressiva normalizzazione del partito e della sua guida salviniana in primo luogo. Non potendo desalvinizzarsi per evidenti ragioni di marketing, la Lega ha però bisogno di portare a termine il suo percorso di normalizzazione — trasformandosi cioè da movimento populista a semplice forza conservatrice — attraverso ulteriori prove di affidabilità. Come escludere che un governo Draghi possa essere una di queste prove, magari proprio quella decisiva?

Se davvero stanno così le cose, quali probabilità di successo ha questa operazione? Se, come noto, la politica è uno dei campi nei quali si determina più spesso l'eterogenesi dei fini, siamo proprio sicuri che quello leghista non possa rivelarsi come il più clamoroso degli autogol?

La lezione del 2011

Mettiamoci adesso nella testa dei capibastone leghisti. Se il disegno è quello di accreditarsi verso i grandi potentati economici, appoggiare un governo Draghi può essere senz'altro una buona mossa. La base di uno schema che vede come secondo passaggio l'approvazione di una legge elettorale alla "spagnola", trampolino di lancio per chiedere le elezioni anticipate nel 2021, con due anni di anticipo sulla scadenza naturale del 2023.

Domanda: ma Draghi sarebbe disponibile a stare lì solo per un annetto? Ovviamente no, ma se poi c'è la sicurezza di un bel settennato al Quirinale a partire dal 2022 (come già promesso da Salvini) altrettanto ovvio che quel no diventa un sì. Nel frattempo Salvini si sarebbe imparentato con la Merkel, come il suo omologo Orban, ed il gioco sarebbe fatto.

Un bel quadretto, no? Bello davvero, specie per chi ancora crede al sovranismo del mangia-nutella!

C'è tuttavia un'altra variabile. Un anno di governo di unità nazionale avrebbe i suoi prezzi da pagare. Di immagine, di logoramento e non solo. E qui, di nuovo, come non rammentare quanto accadde nel 2011? Sia pure in termini diversi, allora era il Pd a volersi accreditare, dunque niente elezioni dopo la caduta del Berluska, ma un bel governo Monti a fare il lavoro sporco, dopo di che avremmo avuto Bersani (con Vendola) al potere per vent'anni... Sappiamo tutti come andarono invece le cose...

Venendo all'oggi, chi può escludere che un Draghi a Palazzo Chigi possa divenire una sorta di inamovibile mostro sacro? Di certo in tanti lavorerebbero in quel senso, giornaloni ed economistoni in primo luogo, a far da traino come sempre ai desiderata di Bruxelles.

Ora, i leghisti son personaggi un po' grezzi, ma stupidi proprio no. Ovvio dunque che certi rischi siano stati messi nel conto. Ma perché correrli allora, tanto più nel momento in cui sul piano elettorale si ha il vento in poppa?

Ecco, questa domanda ha una sola risposta: perché non si vuol vincere contro l'oligarchia, si vuole invece farlo con il suo beneplacito. Perché l'internità leghista al blocco dominante è maggiore di quel che sembra, idem per la subalternità ai poteri eurocratici. Perché, detto in altre parole, Salvini fa il duro con gli immigrati, ma la sua "durezza" si ferma sull'uscio di quei potentati con i quali ci si vuole banalmente accordare. Un accordo indispensabile per ottenere il decisivo lasciapassare dell'UE.

Chi ha votato Lega illudendosi sulla vecchia felpa "basta euro" del suo addetto alla propaganda, sappia che ormai tante felpe son passate sotto i ponti. Ed altre ne passeranno, ma quel "basta euro" non solo è dismesso e démodé. Esso è adesso semplicemente bandito, nell'illusione — solo il tempo ci dirà quanto fondata — di poter essere così ammessi a tavola senza troppi problemi.

La conseguenza di tutto ciò è il curioso ritornello sull'ex capo della Bce. Draghi, Draghi e ancora Draghi, neanche i leghisti fossero semplici sardine. Dopo il "why not?" di Salvini per mandarlo al Quirinale, ecco ora quello di Giorgetti per portarlo a Palazzo Chigi. A quando una proposta come Papa o almeno come commissario tecnico della nazionale di calcio?

Del resto, ma come avremmo fatto senza di lui negli anni novanta (quando era Direttore generale del Tesoro) ad ottenere il record mondiale delle privatizzazioni? Come avremmo fatto senza di lui nell'agosto 2011 a scrivere quella bella letterina con la quale si imponeva al governo in carica ed a quelli futuri di ridurre l'Italia in mutande?

Bene, tenetevi stretto Draghi e quel che rappresenta, entrate pure nel partito della Merkel, fate anche un bel governo di unità nazionale basato sulla sudditanza a Bruxelles, ma smettetela almeno di presentarvi come alternativi alla dittatura eurista.

Che la Lega sia liberista non è certo una novità. Che il suo sovranismo sia perciò sempre stato equivoco idem. Che si arrivi addirittura a Draghi è però un bel salto di qualità.

Sulle contraddizioni del salvinismo, agli inizi di settembre ci permettemmo di formulare dodici domande ad Alberto Bagnai. Domande rimaste giocoforza senza risposta. Bene, tre mesi dopo quelle domande potrebbero forse diventare ventiquattro, quarantotto o novantasei. Ma in fin dei conti basterebbe che si rispondesse ad una: Draghi, perché sì?

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