L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 26 dicembre 2019

Le contraddizioni del Vaticano - in Afghanistan si perchè il padrone l'ha ordinato, in Libia no perchè siamo/siete pacifisti. Gli Interessi Nazionali sull'altare delle più becere contraddizioni

Quanto influisce il pacifismo nella politica estera italiana. L’analisi di Gagliano

26 dicembre 2019


Perché è deleterio che il pacifismo orienti le scelte in materia di politica estera. L’analisi di Giuseppe Gagliano

Le recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, sulle modalità con le quali l’Italia dovrebbe risolvere la crisi libica non possono non indurre a riflettere su quali siano i presupposti ideologici presenti sia nella classe politica ma soprattutto all’interno di larga parte della società civile.

Una delle ragioni che ha impedito — e impedirà — al nostro Paese di avere una politica estera autorevole e credibile — dipende certamente anche dal retroterra ideologico e culturale presente in una larga parte della società civile e anche nella classe politica italiana, retroterra che rigetta in modo consapevole ed esplicito il realismo politico — e quindi il concetto di interesse nazionale per non parlare poi di quello di proiezione di potenza — per abbracciare una sorta di pacifismo irenico. Pacifismo che è stato espresso per esempio sia nel volume curato dalla Caritas italiana dal titolo Il peso delle armi scritto in collaborazione con il quotidiano Avvenire, con Famiglia cristiana, con il Miur ed edito da Il Mulino nel 2018 sia in quello dal titolo Cibo di Guerra – Quinto rapporto sui conflitti dimenticati in collaborazione con Famiglia cristiana e Il Regno, sempre promosso dalla Caritas ed edito da Il Mulino nel 2015.

Per avere un’idea chiara di quella che è la posizione culturale di un settore potente ed influente della società civile italiana sia sul piano politico che economico sarà sufficiente citare alcuni passi particolarmente significativi di questi due saggi. Incominciamo dal primo saggio.

“Anzi, proprio i custodi di questo diritto, (l’autore dell’articolo allude al diritto internazionale ndr) quella parte della comunità internazionale che siede nel consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sono tra i principali artefici di questo collasso etico, a partire dai membri permanenti del consiglio: sono i principali produttori e trafficanti di armamenti. I cinque membri permanenti sono i sei maggiori esportatori di armi del mondo”. [p. 106].

“È utile ricordare la genesi politica ed insieme ideologica che portò alla legge 185 del 1990. Uno dei principali promotori di questa legge fu deputato verde Sergio Andreis che insieme a organizzazioni come Amnesty International ma soprattutto grazie al ruolo decisivo del mondo cattolico —alludiamo alla Caritas italiana, alla rivista Nigrizia, a Zanotelli — e di influenti protagonisti della vita politica italiana come Oscar Luigi Scalfaro, Flaminio Piccoli e della socialista Margherita Boniver questa legge non sarebbe mai stata varata”.

“La produzione di mezzi militari da parte di Leonardo utilizzati dall’esercito turco in Siria nelle operazioni in territorio siriano anche contro i civili curdi, è stata l’oggetto di una contestazione organizzata dai centri sociali del nord-est nel mestrino, dove ha sede la società di Finmeccanica. Se poi guardiamo con attenzione i dati della relazione sulla esportazione di armi del 2017 notiamo che fai primi 25 destinatari vi sono un numero cospicuo di paesi dalla controversa credibilità democratica in tema di diritti umani, stato di diritto e trasparenza”. [p.63]

“È utile ricordare che gli Stati membri dell’Unione Europea sono giuridicamente vincolati dalla posizione comune 2008/944 /Pesc del consiglio, dell’8 dicembre 2008 che definisce norme comuni per il controllo delle esportazioni di tecnologie e attrezzature militari. Fra gli otto criteri indicati vi sono: il rispetto degli obblighi degli impegni internazionali e in particolar modo le sanzioni, il rispetto di diritti umani del diritto umanitario internazionale. Ebbene proprio Francia, Regno Unito, Germania, Svezia, Italia e Spagna nel 2016 hanno autorizzato le più sostanziosa esportazioni di armi verso l’Arabia Saudita”. [p. 57]

Un discorso analogo viene fatto dagli autori per quanto riguarda la produzione di armi negli stabilimenti sardi di Domusnovas che verranno poi ceduti alla RWM Italia controllata dalla tedesca Rheinmetall Group, armi queste che hanno finanziato l’Arabia Saudita nella guerra in Yemen e che di conseguenza violano in maniera esplicita la legge 185 del 1990.

Non desta alcuna sorpresa allora il fatto che gli autori del saggio esprimano tutto il loro disappunto in merito all’approvazione di una debolissima mozione parlamentare contro l’esportazione di armi in Arabia Saudita ma soprattutto si lamentino del fatto che l’approvazione da parte del parlamento italiano sia stata determinata dall’aver condiviso una visione tipica del realismo politico che ha implicitamente ignorato le posizioni espresse dal Parlamento europeo e dai divieti sanciti dal Trattato internazionale sul controllo delle armi.

Vediamo adesso, alla luce di queste ampie citazioni, di trarre alcune conclusioni.

In primo luogo, è evidente che l’industria degli armamenti — per sua stessa natura — non può rispettare i canoni del diritto internazionale umanitario né tantomeno quelli della valutazione di impatto ambientale. Coloro che impongono tali criteri alla produzione degli armamenti hanno sostanzialmente un solo scopo e cioè quello di ostacolare in modo sistematico l’industria delle armi costringendola a collassare gradualmente.

A tale riguardo, uno degli autori del saggio, Diego Cipriani, cita ampiamente un documento ufficiale della Chiesa intitolato La Santa sede e il disarmo elaborato dalla Pontificia commissione Giustizia e Pace. Il contenuto di questo documento è un rifiuto netto e radicale di qualunque approccio realistico alle relazioni internazionali.

In secondo luogo, non senza una certa amara ironia, ci domandiamo se la politica estera italiana sia fatta dal ministero degli Affari esteri o se, al contrario, sia fatta dalla Caritas, dal Centro europeo di scienza della pace, integrazione e cooperazione dell’Università nostra signora del buon consiglio, da Famiglia Cristiana, da Pax Christi o da Zanotelli.

In terzo luogo è evidente che, almeno nel nostro paese, il pacifismo cattolico — e in parte quello laico — svolgono un ruolo determinante non solo all’interno della società civile ma condizionano in modo rilevante le scelte politiche della classe dirigente con pesanti ricadute sulla credibilità internazionale del nostro paese. Anche per questa ragione diventerà sempre più difficile per il nostro paese portare in essere una politica estera credibile e autorevole.

In quarto luogo, allo scopo di tutelare l’interesse nazionale delle industrie di armamenti, la legge 185 dovrebbe essere profondamente modificata proprio allo scopo di mettere il nostro paese nelle condizioni di competere alla pari con gli altri paesi europei.

Passiamo adesso, seppur brevemente, a estrapolare alcuni brani del secondo volume indicato.

Nel primo saggio del volume scritto da Francesco Strazzari — professore associato di scienza politica presso la scuola superiore Sant’Anna di Pisa— si sottolinea con profondo disappunto come siano tornate a livello politologico ad affermarsi “dottrine ispirate al realismo politico con conseguente scetticismo rispetto a cooperazione internazionale, integrazione europea e iniziative delle Nazioni Unite”.

La seconda osservazione compiuta dall’autore è invece relativa al nostro paese. L’Italia “che pure si è positivamente distinta sul versante del soccorso ai migranti in mare tende a riorientare la propria bussola verso gli schemi più tradizionali della condotta della politica estera e come si evince dalla dichiarazione resa dal ministro degli esteri italiano nel 2014 secondo il quale dobbiamo recuperare senza vergognarcene un concetto semplicissimo e cioè quello di interesse nazionale” viene valutata negativamente dall’autore. Cosa dovrebbe fare allora l’Italia secondo Strazzari? Ignorare ancora più di — quello che fra l’altro fa costantemente il nostro paese nell’ambito della politica estera — il proprio interesse nazionale come sta emergendo chiaramente per esempio nella situazione libica?

Ma procediamo nella rassegna della riflessione di Strazzari. L’autore, facendo riferimento ad Obama, sottolinea con disappunto che la sua amministrazione ha fatto in realtà ampio uso della forza “attraverso una miriade di azioni belliche, più o meno chirurgiche, che hanno fatto leva sul livello tecnologico di ingaggio senza pari di cui gli Stati Uniti sono capaci, cercando nel contempo di sottrarsi ad ogni impegno rispetto a campagne ampie e protratte.”Ci domandiamo: una potenza egemonica come gli Stati Uniti cosa avrebbe dovuto fare per consolidare la sua proiezione di potenza considerando che la Russia e la Cina stanno emergendo come player di tutto rispetto nel contesto dello scacchiere internazionale?

Non poteva naturalmente mancare, nella riflessione dell’autore lontanissimo dal realismo politico, una critica molto severa nei confronti delle esportazioni di armamenti autorizzate dall’Unione Europea, esportazione che l’autore considera assolutamente illegittima soprattutto quando questa esportazione va a consolidare il potere politico e militare di regimi autoritari. Particolarmente interessante è la parte dedicata all’industria degli armamenti italiani e, in modo particolare, a quella del bresciano. Il fatto che le esportazioni internazionale di armi e munizioni dalla provincia di Brescia abbiano superato nel corso del 2013 316 milioni di euro non rappresenta per l’autore un dato positivo ma al contrario un dato assolutamente negativo. Inoltre è estremamente significativo il fatto che l’autore citi l’osservatorio permanente sulle armi leggere e la rete italiana per il disarmo come fonti autorevoli per le proprie valutazioni, organizzazioni queste che ormai da anni conducono una vera e propria lotta contro l’esportazione di armamenti dell’Italia. Infatti, non senza un certo compiacimento, l’autore ricorda per esempio il fatto che Beretta sia stata denunciata da SaferGlobal Finland.

È tuttavia la parte conclusiva del suo saggio a rappresentare l’aspetto più interessante dal nostro punto di vista poiché l’autore giudica sia sul piano teorico che sul piano pratico inammissibile il fatto che il discorso geopolitico si coniughi al realismo politico. Questa sinergia — che al contrario dovrebbe essere sempre perseguita e non occasionalmente come purtroppo capita troppo spesso nelle scelte di politica estera compiute dal nostro paese — determina una sorta di militarizzazione del pensiero realista e della realpolitik. Al contrario la politica estera italiana dovrebbe proprio ispirarsi alle analisi disincantate sia della geopolitica sia complessivamente parlando del realismo politico.

Vediamo adesso di tirare le somme da tutte queste considerazioni.

In primo luogo il nostro Paese — dal punto di vista storico — ha raggiunto molto tardivamente l’unità nazionale rispetto alla Francia o rispetto all’Inghilterra e in secondo luogo la separazione tra Chiesa e Stato rimane ancora oggi molto problematica rispetto ai Paesi di tradizione protestante. L’assenza cioè di una demarcazione netta — laicamente parlando – tra Stato e Chiesa contribuisce — e contribuirà — a creare continue e costanti interferenze da parte degli organismi ecclesiali nelle scelte di politica estera del nostro paese.

Ma il dato più preoccupante è la capacità da parte di questo orientamento politico e culturale di condizionare ed influenzare le istituzioni educative promuovendo una cultura del disfattismo che creerà una gioventù incapace di comprendere cosa sia l’interesse nazionale e soprattutto incapace di comprendere la complessità della dinamica delle relazioni internazionali, complicità che nulla ha a che vedere con le utopie del pacifismo. Sui tavoli dei nostri studenti — come su quelli dei nostri politici — dovrebbero trovare posto i testi di Tacito, Machiavelli, Guicciardini, Clausewitz, Spykmann, Aron ecc.

Ora, se in una società democratica e liberale, è certamente necessario tutelare sul piano culturale e ideologico il Pacifismo nelle sue varie espressioni – da quelle più moderate a quelle più radicali – è tuttavia assolutamente deleterio servirsi di questo orientamento ideologico non solo per educare i giovani ma anche per orientare le scelte in materia di politica estera.

Insomma il pacifismo – laico o cattolico – non deve trasformarsi in una prassi politica o educativa ma deve rimanere solo un orientamento culturale come può essere quello della cultura Maya o Maori.

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