L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 24 dicembre 2019

Libia - altri tremila mercenari dal Sudan

Libia, “in arrivo a fianco di Haftar tremila mercenari sudanesi. Se non combattono fanno traffico di esseri umani”


A rivelarlo è il Guardian, che cita "alcuni comandanti". Tanti dei militari in arrivo dal Sudan hanno combattuto in Darfur e molte nuove "reclute" hanno imbracciato le armi contro il regime di Omar al-Bashir, destituito l'11 aprile 2019 dopo 30 anni al potere. Per loro la Libia è "l’unico modo per ottenere le risorse necessarie per poi combattere in Sudan"

di F. Q. | 24 DICEMBRE 2019

Tremila mercenari sudanesi per combattere con l’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che da aprile ha iniziato l’offensiva contro Sarraj, a capo del governo di Tripoli. L’unico in Libia riconosciuto dalla comunità internazionale. Non hanno un “calendario” stabilito per il ritiro e, soprattutto, non hanno un solo campo di battaglia perché “quando non hanno nulla da fare devono lavorare, a volte sono coinvolti nel traffico di esseri umani“.

Tutte dichiarazioni raccolte dal Guardian, che cita come fonte alcuni “comandanti”: dopo le notizie secondo cui uomini delle temute Forze di supporto rapido (Rsf) sarebbero arrivati in Libia per prendere parte alle operazioni volute da Haftar, “leader di due diversi gruppi di combattenti sudanesi attivi in Libia” hanno confermato al giornale l’arrivo di “centinaia di nuove reclute negli ultimi mesi”. Un comandante di base nel sud della Libia parla di “tanti giovani“, talmente tanti da ammettere che “non abbiamo nemmeno il posto per sistemarli”. Un comandante sudanese insiste sul ruolo cruciale dei suoi uomini nella “liberazione” dei campi petroliferi conquistati dalle forze di Haftar.


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Alcuni dei principali gruppi sudanesi in Libia hanno combattuto nel Darfur. Secondo i “comandanti dei mercenari sudanesi” citati dal Guardian, tra le nuove “reclute” ci sono molti che hanno combattuto contro il regime di Omar al-Bashir, destituito l’11 aprile 2019 dopo 30 anni al potere. Una delle fonti afferma che in molti sono stati reclutati nel Darfur negli ultimi mesi, mentre altri sono arrivati direttamente in Libia per ‘arruolarsi’. “So che siamo mercenari e che non stiamo combattendo con onore e dignità – ha detto uno di loro – ma è una cosa temporanea, torneremo in patria appena si sarà conclusa la nostra missione qui”. Tutti i comandanti, scrive il Guardian, sperano infatti di tornare in Sudan per combattere contro il governo transitorio. Tra loro c’è chi parla della ‘missione’ in Libia come dell’unico modo per ottenere le risorse necessarie per poi combattere in Sudan. “Siamo in Libia – ha detto una fonte – Ma ci sono altre battaglie che ci attendono in Sudan“.

(foto d’archivio)

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