L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 24 dicembre 2019

Libia, non è vero che i militari turchi sono preparati per andare in Libia, lo sono come sono quelli italiani, andare in Libia non è inopportuno, non è mai troppo tardi

UNA NUOVA GUERRA STA PER SCOPPIARE A POCHI CHILOMETRI DALL’ITALIA



(di David Rossi)
23/12/19 

Quando le racchette egiziane si attaccheranno alle palle (da tennis) turche, Ankara e il Cairo (così come Washington e Mosca) giocheranno sulla testa dell’Europa una partita che l’Italia in particolare non potrà dimenticare. L’Enrico V ci insegna a leggere la situazione in Libia meglio di qualunque editoriale e a farlo al di là del manicheismo imperante fra i commentatori politici nostrani.

Il fato tira forte, più di quanto molte menti anche illuminate possano capire, i soggetti coinvolti verso scenari di guerra. E imporrà soluzioni di compromesso calate dall’alto, sulla testa dei Libici e non solo, dalle maggiori potenze, preoccupate di evitare di trasformare un incendio acceso di proposito alle porte dell’Europa in un rogo completamente fuori controllo.

Così è perché la Turchia ha i mezzi (militari e politici) e il giustificativo (quasi 200.000 turcofoni a Misurata) per mettere entrambi i piedi in Libia. Se i turchi lo annunciano adesso, è perché già sono pronti, dentro e fuori la Tripolitania, a calpestare il territorio libico e non solo quello.

Così è perché gli Stati Uniti hanno già sperimentato in Siria la mossa politico-strategica che adottano in Libia: eliminare l’ex alleato (là i Curdi, qui Haftar) e lasciare mano libera a Erdogan, con cui litigano di giorno e alla luce dei riflettori ma poi fanno pace e fanno bottino insieme di notte.

Così è perché la Russia litiga con l’America quel tanto che basta per giustificare la presenza degli statunitensi ai tavoli negoziali e la loro influenza politica sulla parte presa di mira da Mosca, ma in realtà sta, pure lei, a far bottino con Washington. D’altronde, il patto Molotov-Ribbentrop lo hanno inventato (anche) i Russi e la spartizione della Libia rientra nella stessa logica. Idem per quanto riguarda la prossima “protezione” dell’Egitto.

Così è perché Haftar si è deciso a sfondare a Tripoli solo con gli stivali turchi che gli rimbombano già nelle orecchie. E non sembra avere l’endorsement convinto di Washington, ma quello ambiguo di Parigi.


Così è perché al Cairo conta soltanto che non un solo soldato turco metta piede in Cirenaica, perché il giorno in cui gli S400 (foto), maldestramente venduti da Mosca ad Ankara, fossero schierati a Est di Sirte, la Repubblica Araba d’Egitto cesserebbe di essere uno Stato indipendente e dovrebbe elemosinare da Mosca, da Washington o, molto più probabilmente, da entrambi una protezione come dei curdi qualsiasi.

Così è perché Sarraj, dopo aver trattato con gli Italiani per avere aiuti (ricavandone pacche sulle spalle, richieste di trattenere quanti più possibile “coloured” e promesse di aiuti diplomatici in shaa Allah), con i Qatarioti per avere fondi (poi, largamente sprecati a causa della corruzione dilagante), con i Francesi per avere… Dio solo sa che cosa (a loro interessano le miniere del Sud della Libia e al massimo al GNA hanno concesso di reclutare un po’ di africani francofoni per difendere Tripoli), con il LNA stesso, sottovoce e con barba e baffi finti, per ricavarne una via di fuga onorevole e profittevole, ha alla fine dovuto cedere all’unico che fin dall’inizio era disposto a comprare tutta la mercanzia: i Turchi.

Così è perché l’Europa si è voltata dall’altra parte: se a Parigi interessano solo le briciole… auree, a Londra e Berlino nemmeno quelle. Le potenze i cui imperi coloniali dominarono il mondo oggi sono ridotte così: hanno paura (o forse schifo) a rompere la cristalleria libica e occupare un Paese di sei milioni di anime in cui la parte di territorio abitabile è estesa meno della Lombardia.

Così è perché non è vero che interessa il petrolio libico più che altro. Nemmeno se l’oro nero zampillasse fuori dalla terra ad accarezzarla, le potenze europee interverrebbero direttamente. Washinton e Mosca lo fanno con cautela, per non trovarsi impelagate fra decine di tribù e clan isterici. Ankara è molto meno smaliziata e si butta senza remore nella mischia. Il Cairo sente la forza del fato, come dicevamo, che la tira dentro a forza. E organizza esercitazioni navali al largo della Libia per avvertire Ankara di non farsi strane idee. Lo stesso fanno Israele e Cipro. Persino Roma manda timidi avvertimenti ad Ankara, perché si tenga fuori dai guai e si limiti al massimo a proteggere i turchi di Misurata. Ma questo non ce lo dicono… Vi ricordate quando nel 1999 non ci raccontarono che eravamo in guerra contro la Serbia o nel 2011 che bombardavamo l’amico Gheddafi?


Così è perché l’Italia non può, non vuole e non deve intervenire seriamente in Libia. Al lettore non vengano nemmeno in mente frasi tipo: “Ma con un altro Governo…” oppure “Se solo avessimo le palle…” perché proprio non è il caso di mettersi da soli o in compagnia delle piccole nazioni del Mediterraneo orientale spaventate dai Turchi a tenere testa in modo minaccioso a Ankara. L’osso sarebbe troppo duro da rodere, non solo dal punto di vista militare e politico, ma per soverchianti aspetti demografici e culturali. Inoltre, con Mosca e Washington così ambigue, ci troveremmo spiazzati.

Se avessimo un qualsiasi ministro degli esteri, che fosse “merda in calze di seta” come il Talleyrand e non si curasse solo del consenso, beh, ci si potrebbe perlomeno divertire a tentare, furbescamente, di smussare certi aspetti dell’azione politico-militare turca. Ve lo immaginate un ministro degli esteri che, senza farsi selfie e senza chiedere il permesso a una piattaforma informatica, si divertisse per esempio a smentire che l’Italia stia per riconoscere l’indipendenza di Rojava e che, allo stesso modo, smentisse la già avvenuta concessione di un prestito miliardario alla Siria per l’acquisto di elicotteri da combattimento di ultima generazione?

La Porta, una volta verificato che in effetti i due fatti non si sono verificati o non sono prossimi, subito richiederebbe un incontro chiarificatore a Roma. Il tono, non aggressivo ma quasi amichevole, della reazione turca (dopo tutto, perché dovrebbero arrabbiarsi per due smentite?) preluderebbe a un’offerta perché ne agevolassimo l’azione avendone la convenienza. Chi scrive non auspica questa “agevolazione” e soprattutto vorrebbe un’azione per lo meno coordinata con Berlino e Bruxelles e continua a sperare che le dichiarazioni della nostra diplomazia non sembrino echeggiare “Coca, panini, Fanta…”

Il mondo cambia alla svelta. Tempi bui si avvicinano. Gli Italiani devono accorgersene.

Foto: Türk Silahlı Kuvvetleri / MoD Fed russa / Twitter

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