L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 23 dicembre 2019

Lo stato deve reimparare a produrre, dominare tutti i campi dell'economia e metterla al servizio delle comunità

L'ANALISI
L’iniziativa privata ritenuta al di sotto di ogni sospetto
Sulle grandi questioni dell’economia non esiste una vera e propria opposizione parlamentare

ALBERTO MINGARDI
21 Dicembre 2019


Se qualcosa si muove, tassala. Se continua a muoversi, regolamentala. Se smette di muoversi, prova con i sussidi. Questa frase di Ronald Reagan condensa bene quello che sembra essere, tutt'oggi, l'atteggiamento dei partiti politici verso l'impresa privata. Di tutti: sulle grandi questioni dell’economia non esiste una vera e propria opposizione parlamentare.

L’iniziativa privata è fortemente regolamentata e considerata con sospetto. Fino a quando non arriva sull’orlo della bancarotta. In quel momento, il pubblico da temibile avversario diventa appassionato salvatore.

L’attuale governo fa dello “Stato imprenditore” un terreno di convergenza fra i partiti della coalizione.

Ora con l’intervento nella Banca Popolare di Bari, intermediato dal Mediocredito centrale, all’arcipelago dello Stato imprenditore si aggiunge una nuova partecipazione bancaria, che si affianca al Monte dei Paschi di Siena. L’unico dibattito è stato retrospettivo, i renziani hanno rimproverato i grillini di averli criticati su Banca Etruria. Nel merito della questione, silenzio assoluto, con l’eccezione di qualche sporadica accusa alla Banca d’Italia, forse perché deve rinnovare il suo DG e la politica vuole mettere becco.

Noi italiani abbiamo esperienza di un Paese nel quale le banche erano in larga misura pubbliche e così buona parte dell’industria nazionale, e dovremmo ricordare come l’una cosa compenetrasse l’altra. Entrambe hanno la stessa funzione: subordinare gli obiettivi economici (fare profitti) di un’impresa o di una banca, agli obiettivi extra economici della classe politica (mantenere un certo livello occupazionale, continuare a investire in un certo settore, eccetera). Là dove non arriva il controllo diretto da parte del pubblico arriva la sua capacità di indirizzare l’erogazione del credito, privilegiando questo o quello.

Negli ultimi vent’anni, pur con molte diffidenze, le cose avevano cominciato a cambiare. L’integrazione europea aveva costretto il Paese ad avere più attenzione sia ai conti pubblici che alle dinamiche della concorrenza. La spinta di Bruxelles verso liberalizzazioni e rigore di bilancio oggi si è esaurita.

Ai giornali piace raccontare Stato e mercato come due antagonisti, e l’imprenditoria privata come gelosissima delle proprie libertà. Magari fosse così. Gli imprenditori, e soprattutto i manager, i gestori pro tempore di un’impresa, non sono necessariamente nemici dei salvataggi o delle nazionalizzazioni. Al contrario. Sono esseri umani e come tutti gli esseri umani preferiscono non vedersi presentare il conto delle proprie responsabilità. La nazionalizzazione è spesso una via d’uscita.

Lo Stato non dovrebbe né fermare le imprese che si muovono né spingere quelle che stanno ferme. Dovrebbe offrire un quadro normativo certo e affidabile, nel quale chi la gestisce possa condurre un’azienda come meglio crede.

Questo soprattutto perché la produzione di beni e servizi è una faccenda assai più complessa di quanto non paia ai commentatori e ai politici. Prendete il fenomeno del momento, i biscotti alla Nutella. La Ferrero ci ha messo dieci anni ad arrivare dall’idea al prodotto in supermercato. Questo può sembrare sorprendente: non stiamo parlando di qualcosa che è, grosso modo, l’equivalente di uno strato di crema spalmabile interposto fra due frollini? Il guaio è che la realizzazione di un prodotto industriale è cosa diversa dal prepararsi la colazione. L’equilibrio fra l’ involucro esterno, fatto di pasta frolla, e l'interno al cioccolato deve essere non solo piacevole al gusto ma pure replicabile da parte di macchinari costruiti ad hoc.

“Fare” un biscotto alla Nutella per ciascuno di noi significa prendere due frollini e appiccicarli usando la crema come colla. Farne milioni di pezzi significa dotarsi dei macchinari opportuni, ottenere una qualità omogenea, fare in modo che siano piacevoli ma anche duraturi e resistenti, immaginare un marketing d’impatto.

Il guaio della politica italiana è che il suo grado di comprensione della vita economica non va molto oltre il tavolo della colazione. Tutto sembra facilmente risolvibile, se entra in campo lo Stato. Di quanto produrre beni e servizi sia una faccenda complessa, chiunque sia l’azionista, non si accorge nessuno.

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