L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 22 dicembre 2019

Mare Nostrum - Cosa aspettiamo ad andare in Libia con i nostri soldati? Sganciamoci dall'Afghanistan e andiamo in Libia cercando per una volta di essere coerenti e leali verso i libici

Al via le manovre di Erdogan per estromettere l’Italia dalla Libia

21 dicembre 2019 


I rilevanti sviluppi militari sul fronte libico nella battaglia in atto da otto mesi intorno a Tripoli stanno evidenziando sul piano strategico la crescente irrilevanza di Italia ed Europa.

In meno di un mese il trattato militare e sulla Zona economia esclusiva (ZEE) marittima tra il governo Tripoli e la Turchia, firmato a Istanbul il 27 novembre e reso operativo il 7 e 8 dicembre, ha mutato lo scenario politico e militare.

In prima linea il feldmaresciallo Khalifa Haftar ha annunciato l’ennesima offensiva finale sulla capitale che per ora ha visto il suo Esercito nazionale libico (LNA) conseguire solo modesti progressi nel settore sud-occidentale puntando ora su Sirte e Misurata. Successi smentiti da Fayez al Sarraj, premier del Governo di accordo nazionale (GNA) riconosciuto dall’Onu, che sta cercando nelle ultime ore di conquistare Tarhouna, roccaforte nemica alla periferia sud di Tripoli.


Un contrattacco del GNA reso possibile dai nuovi aiuti dalla Turchia che già schiera consiglieri militari, blindati e droni armati e dalla mobilitazione generale di tutte le milizie di Misurata che bilanciano le forze di Haftar sostenute da contractors pagati dagli Emirati Arabi Uniti, da milizie sudanesi e contractors russi la cui consistenza numerica è stimata da diverse fonti tra 600 e 1.400 unità.

Una presenza che Mosca ha negato in più occasioni ma che deve avere un fondamento se la crisi libica è oggetto di colloqui e presto di trattative) tra Recep Tayyp Erdogan e Vladimir Putin. Leader che potrebbero avere le carte in regole per guidare una possibile intesa che congeli il conflitto libico, obiettivo fallito finora dalla comunità internazionale.

Del resto se gli aiuti turchi hanno permesso di salvare Tripoli da Haftar, quelli russi (con egiziani ed e emiratini) impediscono il fallimento dell’offensiva dell’LNA gettando le basi per un’intesa russo-turca che farebbe il paio con quella messa a punto recentemente in Siria.


Inoltre nel 2017 il generale Haftar aveva firmato un accordo di cooperazione militare con Mosca a bordo della portaerei Admiral Kuznetsov, in transito di fronte a Tobruk rientrando dalle acque siriane.

Nell’attuale assetto strategico libico, Roma, Parigi e più in generale l’Europa si trovano quindi spiazzate dopo essersi schierate apertamente contro la Turchia per l’invasione della Siria Settentrionale e per l’intesa marittima turco-libica che penalizza direttamente Grecia e Cipro e indirettamente Egitto e Israele, minacciando la realizzazione del gasdotto EastMed destinato a portare in Europa il gas dei giacimenti del Mediterraneo Orientale.

Il governo italiano rischia perciò di pagare caro disinteresse e gaffes nei confronti di Tripoli, apparsi evidenti rispetto al passato e anche all’esecutivo giallo-verde, che aveva visto un forte attivismo soprattutto del Viminale e dei servizi d’intelligence nel cercare una mediazione tra i protagonisti della crisi libica pur appoggiando il GNA e condannando i bombardamenti dei jet di Haftar su obiettivi civili.

Negli ultimi tre mesi invece Tripoli si è sentita abbandonata da Roma che pretende di rinegoziare l’accordo sui migranti e chiede ai libici una migliore assistenza a poche migliaia di clandestini nei campi di detenzione quando il GNA ha la priorità di occuparsi di oltre 140 mila suoi cittadini sfollati di guerra nella sola area della capitale.

Roma ha continuato a fornire motovedette alla Guardia Costiera libica (ultime consegne a inizio novembre) ma non ha concesso nessun aiuto militare diretto per la difesa della capitale contro le forze di Haftar. Certo, in teoria è in vigore dal 2011 un embargo dell’Onu sulle forniture a di armi alle fazioni libiche che viene però da anni quotidianamente violato da almeno una mezza dozzina di paesi che secondo l’inviato dell’ONU Ghassan Salamè, interferiscono direttamente nella crisi libica.


Neppure l’abbattimento di un drone della nostra Aeronautica, il 20 novembre scorso ad opera della contraerea di Haftar, ha determinato un maggiore attivismo di Roma, emarginata anche al vertice NATO di Londra dove la questione libica è stata discussa da un gruppo ristretto franco-tedesco-turco-britannico.

A Tripoli e Misurata ha poi sollevato malumori la visita in Marocco, nel novembre scorso, del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, perché il GNA si aspettava che il neo-titolare della Farnesina attribuisse a Tripoli la priorità tra i paesi del Nord Africa.

La superficialità italiana ha favorito in Tripolitania le pressioni per un più stretto abbraccio con Ankara, come quelle del Gran Mufti Sadiq al-Ghariani, autorità religiosa vicina alla Fratellanza Musulmana, dichiaratosi a favore non solo del trattato ma pure dell‘invio di truppe turche a Tripoli.


L’Itala paga quindi il prolungato disinteresse del governo Conte 2 nei confronti della crisi libica, che la visita un po’ improvvisata a Tripoli e a Bengasi di uno spaesato Luigi Di Maio non ha certo sanato.

Anzi, a questo proposito l’annuncio che il feldmaresciallo Haftar sarà ospite a Roma a inizio gennaio si è rivelato un vero autogol, un po’ dilettantesco, perché ha permesso ad Ankara di accusare Roma di essersi schierata con chi sta attaccando la capitale come ha fatto Erdogan giovedì al vertice islamico di Kuala Lumpur, dove ha affermato che “purtroppo stiamo assistendo al tentativo di Egitto, Abu Dhabi, Francia e persino Italia di legittimare Haftar”.

Una frase che ha dato il via, come riferiscono ad Analisi Difesa fonti libiche, a manifestazioni anti-italiane a Misurata e a dure critiche rivolte a Roma dalla stampa libica vicina al Governo di accordo nazionale (GNA).


Comprensibili quindi le ragioni del colloquio telefonico di ieri sera tra Giuseppe Contre ed Erdogan. L’Italia ha poi duramente criticato gli accordi marittimi turco-libica definiti da Conte “inaccettabili”, schierandosi di fatto con Haftar e i suoi alleati oltre che con Grecia e Cipro.

I nostri interessi in Libia però restano confinati essenzialmente in Tripolitania, dalle cui coste partono i traffici illeciti di esseri umani e il gasdotto Greenstream che l’ENI utilizza per portare in Italia il gas estratto nel deserto libico.

La proposta politica dell’Italia appare fondata su basi inconsistenti: il coinvolgimento di Ue e paesi europei per avviare un negoziato di pace già alla conferenza di Berlino di cui non è stata fissata una data e alla quale i libici non sembrano interessati a partecipare.

Del resto Tripoli ha già preso le misure dell’irrilevanza dell’Europa con la richiesta di aiuti militari formulata il 20 dicembre ai paesi amici (Italia, Usa, Regno Unito, Algeria e Turchia) a cui solo Ankara ha risposto positivamente mentre per la Farnesina “la soluzione alla crisi libica può essere solo politica, non militare. Per questo motivo continuiamo a respingere qualsiasi tipo di interferenza, promuovendo invece un processo di stabilizzazione che sia inclusivo, intra-libico e che passi perle vie diplomatiche e il dialogo”.


Dichiarazioni di circostanza ma del tutto ininfluenti. La soluzione politica può nascere solo da una impasse militare determinata da un equilibrio tra le forze in campo. Se l’LNA conquistasse Tripoli o il GNA ricacciasse in Cirenaica le truppe di Haftar la crisi si risolverebbe sul campo di battaglia. Il rifiuto a ricoprire un ruolo militare priva quindi gli europei dell’opportunità di avere un’influenza diretta sulle operazioni e ne rende marginale il peso politico e negoziale.

L’Italia peraltro ha già soldati presenti in Libia. Trecento sono schierati all’aeroporto di Misurata per una missione di aiuti sanitari rivolti alla popolazione locale il cui significato oggi sfugge a molti, soprattutto perché il nostro contingente è basato su un aeroporto, quello dell’Accademia aeronautica libica, spesso bersaglio dei jet e dei droni armati di Haftar.

Altri 80 militari della Marina sono invece nel porto tripolino di Abu Sitta per coordinare e appoggiare la Guardia Costiera libica nel contrasto all’immigrazione illegale.


Ora che Tripoli ha attivato il memorandum con Ankara nel settore della cooperazione militare la presenza dei soldati italiani risulta evidentemente sgradita ai turchi la cui influenza ormai molto pressante su Tripoli potrebbe indurli a minacciare gli interessi italiani imponendo il ritiro dei nostri militari e un ridimensionamento del ruolo dell’ENI in Tripolitania.

Tra le ipotetiche “rappresaglie” contro gli interessi italiani a Tripoli ispirate dai turchi va inoltre considerata la possibilità che dalle coste libiche Ankara potrebbe raddoppiare la minaccia reiterata all’Europa di aprire i confini a nuovi massicci flussi migratori illegali: ora non più solo sulla rotta balcanica ma anche su quella libica.

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