L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 22 dicembre 2019

svolgere la relazione introduttiva partendo dall’analisi della situazione internazionale per poi passare all’analisi della situazione interna e concludere l’esposizione con le opportune indicazioni politiche e organizzative

“Scava, scava, vecchia talpa...”

di Eros Barone
19 dicembre 2019


Un tempo, era di norma nelle riunioni dei partiti operai (dai congressi dell’Internazionale Comunista alle cellule di fabbrica, passando attraverso le sezioni nazionali e territoriali), svolgere la relazione introduttiva partendo dall’analisi della situazione internazionale per poi passare all’analisi della situazione interna e concludere l’esposizione con le opportune indicazioni politiche e organizzative. È quello che mi propongo di fare anch’io, limitatamente alla prima parte e in modo schematico, spero con qualche utilità, in questo articolo.

Mi sembra giusto allora prendere le mosse, per il rilievo che essa assume nell’àmbito della difesa dei princìpi di autodeterminazione, indipendenza e sovranità nazionale, dalla sconfitta delle macchinazioni degli Stati Uniti, della NATO e dei mercenari al loro servizio in Siria: un risultato certamente reso possibile dall’intervento politico e militare della Russia, ma anche dall’ampiezza e dalla compattezza del consenso popolare al regime baathista. Una vittoria, quindi, che assume una portata non solo geopolitica ma anche ideale, poiché, altrettanto certamente, ha contribuito a determinare la crisi delle correnti più reazionarie dell’islamismo, spingendo le masse popolari del Medio Oriente a superare le divisioni settarie di tipo religioso e tribale, su cui hanno giocato fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso l’imperialismo israeliano ed occidentale. In tal modo, milioni di persone hanno rialzato la testa e hanno cominciato a lottare per obiettivi economici e sociali, aprendo un fronte di classe contro lo sfruttamento capitalistico, per conquistare migliori condizioni di vita e di lavoro.

Come dimenticare infatti che gli Stati Uniti e Israele hanno utilizzato la spinta settaria delle ideologie religiose (si pensi alla divisione del mondo arabo-islamico tra sunniti e sciiti) per destabilizzare e rovesciare i governi progressisti, nazionalisti, laici e socialisti come il nasserismo, il movimento baathista, il gheddafismo e il movimento di liberazione nazionale palestinese, che rappresentavano un ostacolo per l’accaparramento delle risorse petrolifere e per l’istituzione di un regime di ‘apartheid’?

Parimenti, l’influenza del fronte reazionario formato dall’Arabia saudita e dagli emirati del Golfo Persico, dai potenti alleati anglo-americani di queste monarchie petrolifere e da uno Stato razzista, militarista, bellicista ed espansionista quale è Israele, è stata drasticamente ridotta, rispettivamente, nello Yemen e in Siria, mentre la Turchia espansionista, oscurantista e neo-ottomana di Erdogan, in questo momento alleata dell’Italia nell’intricato contesto libico, segue una politica spregiudicatamente ondivaga alla ricerca di una supremazia regionale, destreggiandosi fra la Scilla dell’instabilità interna e il Cariddi di un vincolo sempre più precario con la NATO. Del resto, sono state – e sono tuttora - queste le forze cui va attribuita la responsabilità storica di aver rovesciato il vaso di Pandora dell’oscurantismo religioso, del terrorismo e del tribalismo, vale a dire i mali che hanno ridotto il Medio Oriente in questi ultimi tre decenni ad un inferno di disunione fra i popoli arabi, di conflittualità distruttiva e di sottosviluppo socio-economico. In questo senso, le recenti sollevazioni antigovernative in Sudan, Algeria, Libano, Iran e Iraq segnano, a livello di massa, una presa di coscienza importante ed una prima combattiva risposta rispetto al carattere irriducibile e persistente, reso ancor più acuto e insopportabile dalla dipendenza economica e da uno sviluppo distorto, dell’oppressione di classe legittimata e, nel contempo, ideologicamente rimossa dalle autorità religiose musulmane. Queste sollevazioni scaturiscono quindi, nei ceti subalterni, da una coscienza di classe emergente e da una rabbia irreprimibile verso coloro che accumulano la ricchezza e detengono il monopolio del potere politico. Il percorso di questa febbre insurrezionale non nasce più, come nelle passate, artificiali e illusorie “primavere arabe” (o come nei conati eversivi promossi ad Hong Kong), dalle centrali dell’imperialismo e dalla loro ricerca di proconsoli più adeguati per mediare ‘in loco’ i propri interessi, ma dalla battuta d’arresto e dalla crisi del capitalismo monopolistico transnazionale prodotte dalla disarticolazione dei poli imperialistici: disarticolazione la quale, a sua volta, acuisce la loro conflittualità reciproca. Per usare un’immagine di stampo cinese, abbiamo una tigre ferita ma non abbattuta, perciò quanto mai aggressiva e pericolosa.

La domanda cruciale che va posta è dunque la seguente: dopo decenni di stasi, di dissenso organizzato dall’alto e di ‘falsi movimenti’ (si pensi, come modello storico di questi fenomeni artificiali, all’Ochrana, la polizia segreta zarista capace di organizzare le provocazioni più disparate, dalla creazione di movimenti sindacali filogovernativi all’infiltrazione di spie persino nella direzione di partiti rivoluzionari), la rottura della pace sociale imperialista, cui stiamo assistendo, è un segnale che può preludere ad una guerra imperialista generalizzata? Gli elementi per formulare questa ipotesi non mancano e altrove sono stati oggetto di un esame specifico. 1

Sennonché sono da porre in rilievo anche i limiti che condizionano il sommovimento politico e sociale in corso: la mancanza di una direzione strategica, il carattere spontaneo e meramente antigovernativo di una ribellione popolare che è (almeno per ora) priva di un programma alternativo e di capi riconosciuti. Orbene, nonostante questi limiti, peraltro inevitabili se si considera la congiuntura controrivoluzionaria che da alcuni decenni caratterizza l’attuale momento storico, non mancano né i motivi (crisi dell’imperialismo) né le ragioni (ripresa del socialismo) che consentono di prevedere che questi sommovimenti, da un lato, si trasformeranno in movimenti organizzati e, dall’altro, si orienteranno anche soggettivamente in una direzione anticapitalistica.

Se ora volgiamo lo sguardo all’America centro-meridionale, il dato che colpisce l’attenzione è, per un verso, la crisi del cosiddetto “socialismo del XXI secolo”, ossia di un progetto intrinsecamente contraddittorio in quanto, ad un tempo, socialdemocratico e antimperialista, e per un altro verso, in continuità con quanto si è or ora rilevato a proposito del Medio Oriente, la mancanza di una direzione politica chiara e decisa delle imponenti mobilitazioni popolari che si sono sviluppate su aspetti concreti ma dirompenti della condizioni di vita delle persone (non solo energia e imposte, ma anche diritti sociali e democrazia), scuotendo i relativi governi e attaccando le classi dirigenti di cui questi sono espressione, in Cile, Ecuador, Colombia, Argentina e Haiti, nel mentre Cuba, Nicaragua e Venezuela incarnano un esempio di tenace resistenza all’imperialismo, che è fonte di solidarietà operante per tutti i popoli americani. Per quanto riguarda la Bolivia, il colpo di Stato che ha portato al rovesciamento del governo di Morales obbliga a riflettere, oltre che sulla differenza tra accesso al governo e conquista del potere, sulla inevitabilità della violenza reazionaria interna ed internazionale (si pensi al Cile del 1973!) quando vengono posti in discussione interessi economici fondamentali delle classi al potere (questione del litio), e sulla correlativa necessità della violenza rivoluzionaria e di misure dittatoriali per impedire che la controffensiva antipopolare di tali classi utilizzi gli apparati militari e polizieschi dello Stato borghese come basi di appoggio della sovversione interna e strumenti di intervento controrivoluzionario dell’imperialismo.

Nell’Occidente imperialista, regno dell’opulenza ostentata ma sempre meno fruita dalla maggioranza delle persone a causa della perdurante e ingravescente crisi economica mondiale, le pesanti politiche neoliberiste portate avanti dal capitale finanziario e dalle sue alleanze (Unione Europea) hanno determinato la disaffezione e la sfiducia nei confronti di sistemi parlamentari in gran parte corrotti e svuotati di potere decisionale, spacciati peraltro da una bolsa retorica quali esempi di "democrazia liberale", e hanno suscitato una crescente opposizione di massa ai governi, che si manifesta negli scioperi generali e in forme di mobilitazione permanente.

Di fronte alla capitolazione e alla bancarotta della sinistra opportunista e filo-imperialista milioni di lavoratori, nei paesi capitalistici avanzati, hanno finito, per il disgusto e per la disperazione, con l’indirizzare i loro voti a formazioni politiche del populismo reazionario. Ma se si tiene conto della sostanza economica e politica dei problemi e delle alternative del tutto endosistemiche in cui essi vengono formulati (neoliberismo/protezionismo, cosmopolitismo/nazionalismo, ‘porti chiusi’/‘no border’), non è difficile prevedere che il cosiddetto “momento populista” si dimostrerà effimero e controproducente quanto il continuo sostegno ai partiti tradizionali che incatenano il destino dei popoli agli imperativi dell'accumulazione capitalistica.

Dunque, è in atto e si sta estendendo a numerosi e importanti paesi del mondo un profondo malcontento di massa che crea le basi di una situazione potenzialmente rivoluzionaria in cui le classi dominanti non possono più vivere come per il passato e le classi dominate non vogliono più vivere come per il passato. In alcune situazioni nazionali, tale malcontento si sta trasformando in uno scontro fisico diretto con lo Stato e i suoi apparati repressivi. Basti pensare alle mobilitazioni prolungate dei ‘gilets jaunes’ e al grandioso sciopero generale contro la riforma delle pensioni varata dal governo di Macron in Francia. In altre situazioni le masse procedono ancora a tentoni, senza riuscire per ora a identificare con chiarezza il nemico di classe, talché il malcontento o si esprime deformandosi e rifluendo su un terreno elettorale sempre più angusto o si polarizza in una direzione sbagliata (è questo il caso dell’Italia). Infine, non va dimenticata l’esistenza di un pericoloso focolaio reazionario rappresentato da alcuni paesi fascisti o simil-fascisti dell’Europa centro-orientale (Ungheria, Polonia, Stati baltici, Ucraina), i quali sono organicamente funzionali alla strategia di accerchiamento aggressivo della Russia, perseguita dagli Stati Uniti e dalla NATO.

In un articolo precedente ho analizzato le cause e le ragioni dello spostamento verso destra delle classi dirigenti di un certo numero di importanti paesi del mondo, 2 mentre in questo articolo sottolineo la sempre più diffusa resistenza che si registra nei confronti del ‘combinato disposto’ fra il dominio capitalistico e la dominazione imperialistica. Si tratta di un’onda sempre più alta che, come mostra anche questa sintetica rassegna delle crisi internazionali, può trasformarsi in uno ‘tsunami’ devastante. Un antico detto cinese recita: “Ti auguro di vivere in tempi interessanti”. Non mancano segni e segnali che indicano il prossimo anno come un “tempo interessante”. Se si capirà che ad azioni e idee duramente di destra bisogna contrapporre azioni e idee duramente di sinistra, il 2020 potrebbe essere un anno non solo interessante, ma anche importante nella storia del movimento rivoluzionario mondiale.

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