L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 5 gennaio 2020

Assassinare Soleimani è stato atto obbligato, gli Stati Uniti sono stati messi all'angolo e questo li ha portati a reagire per non perdere la faccia. Il rovescio della medaglia è la continua stratificazione di odio, rancore che gli stessi accumulano sempre di più e sempre più velocemente. Statunitensi pregni di sangue, tutto il loro arsenale può solo continuare a produrre solo odio e morte bella detererrenza

La strategia di Trump sull’Iran spiegata da Molinari (La Stampa)

5 gennaio 2019


L’analisi del direttore del quotidiano La Stampa, Maurizio Molinari, sul potere della deterrenza esercitato da Trump nel caso Soleimani

“Sottovalutare l’America è l’errore più comune da parte dei suoi avversari – da Breznev ad Arafat, da Milosevic a Saddam, da Bin Laden ad Al-Baghdadi – e Soleimani lo ha ripetuto dimenticando che l’arsenale Usa in Medio Oriente resta comunque senza rivali, inclusi i missili che lo hanno eliminato. Restituendo all’America un potere di deterrenza militare che sembrava non voler più usare”.

E’ uno dei passaggi salienti dell’editoriale del direttore del quotidiano La Stampa, Maurizio Molinari, pubblicato ieri.

“Gli incontri privati al Cremlino con Vladimir Putin sulla Siria, le petroliere nel Golfo bloccate dalle sue mine, l’industria petrolifera saudita ferita dai suoi droni hi-tech e l’aver creato dal nulla gli Hezbollah iracheni – 25 mila uomini – devono aver fatto percepire a Soleimani una sorta di onnipotenza, tanto più che era riuscito a scampare a più tentativi di eliminazione da parte di Israele e il suo unico superiore era il grande ayatollah Khamenei in persona”, ha scritto Molinari, autore di libri come “Assedio all’Occidente” e “Il Califfato del terrore”.

“Ma tale e tanto potere lo ha portato a commettere l’errore fatale: l’assalto all’ambasciata Usa a Baghdad del 31 dicembre, con centinaia di miliziani sciiti penetrati dentro la zona di sicurezza, ha fatto percepire alla Casa Bianca di essere ad un passo dall’umiliazione – ha continuato il direttore de La Stampa e analista di cose americane e internazionali – Se Trump non avesse reagito avrebbe ripetuto l’errore di Jimmy Carter davanti al sequestro dei diplomatici Usa a Teheran nel 1979 e l’errore di Barack Obama davanti alla brutale uccisione del console americano a Bengasi nel 2011”.

Era stato Soleimani – sottolinea Molinari – “a ordinare il blitz di Baghdad con l’intento di vendicare l’attacco aereo Usa subito dai suoi Hezbollah iracheni pochi giorni prima, al fine di ottenere la più nitida immagine dell’impotenza di un’America incapace di difendere a Baghdad la sua più grande sede diplomatica al mondo. E se, nella notte fra il 2 e il 3 gennaio, Soleimani era arrivato a Baghdad era proprio per coordinare da vicino la continuazione dell’assedio alla sede Usa con Abu Mahdi al-Muhandis, suo vice e capo delle milizie sciite”.

Conclusione di Molinari: “Ma per Soleimani è stato un fatale eccesso di sicurezza: avendo vissuto in prima persona negli ultimi anni il ritiro degli Usa dalla Siria ed il loro indebolimento in Iraq e nel Golfo, ha pensato che il «Grande Satana» fosse in ginocchio al punto da poterlo trafiggere propri lì, nel cuore di Baghdad, dove aveva deposto Saddam Hussein nel 2003. Sottovalutare l’America è l’errore più comune da parte dei suoi avversari – da Breznev ad Arafat, da Milosevic a Saddam, da Bin Laden ad Al-Baghdadi – e Soleimani lo ha ripetuto dimenticando che l’arsenale Usa in Medio Oriente resta comunque senza rivali, inclusi i missili che lo hanno eliminato. Restituendo all’America un potere di deterrenza militare che sembrava non voler più usare”.

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