L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 5 gennaio 2020

Assassinio di Soleimani, fa emergere l'unica Strategia che gli statunitensi hanno saputo elaborare quella del Caos e della Paura, enunciata al mondo 11 settembre del 2001. Due aerei tre torri

OBIETTIVO: DESTABILIZZAZIONE PERMANENTE
ECCO PERCHÉ TRUMP FA GUERRA ALL’IRAN

ALBERTO NEGRI | 04 GEN. 2020 08:32 

Il generale iraniano Qassem Soleimani

Quando gli Usa decidono di lanciare un attacco sconsiderato come quello di Baghdad contro il generale iraniano Qassem Soleimani e il suo braccio destro iracheno bisognerebbe farsi un paio di domande: perché adesso e qual è la strategia Usa?

Il motivo contingente sono stati gli attacchi Hezbollah agli americani seguiti per altro da un’immediata e ancora più pesante replica americana che ha scatenato l’assalto all’ambasciata Usa di Baghdad. Tutto come da copione. Gli Hezbollah iracheni alleati di Teheran provocano gli Stati Uniti e Washington reagisce. Ma non una sola volta.

IL COLPO GROSSO

Trump decide il colpo grosso: far fuori l’architetto della politica militare dell’Iran nella regione, imputato di attacchi anti-americani, ma anche l’uomo che ha difeso Baghdad dall’avanzata dell’Isis. Significa colpire al cuore il regime iraniano e avviare una logica di guerra.

La domanda vera è perché le milizie filo-iraniane hanno provocato gli Usa. La ragione sta nei nuovi piani militari americani in Iraq.

E per quale motivo gli Usa hanno colpito Soleimani proprio adesso?

La sua presenza e la sua capacità organizzativa erano incompatibili con i programmi americani di fare dell’Iraq una base operativa anti-iraniana.

Gli Usa stanno facendo le valigie dalla Turchia che ha accordi militari con la Russia e l’Iran: Incirlik per loro non è più una base sicura né per tenere le testate atomiche né per attaccare l’Iran. Erdogan, che ha pure acquistato le batterie russe anti-missile S-400, non è più un alleato Nato affidabile e ha già chiuso Incirlik dopo il fallito colpo di stato del 2016, concedendo poi assai di malavoglia la base agli americani per i raid contro il Califfato.
Gli Usa hanno così rafforzato la loro presenza in Iraq, aggiungendo 750 militari ai 5mila già presenti e trasferendo una parte del loro arsenale balistico e le bombe nel caso gli Usa dovessero attaccare la Repubblica islamica. Insieme, naturalmente, ai droni che potrebbero aver colpito Soleimani anche dal territorio iracheno.

Quindi abbiamo risposto al primo punto: perché gli Usa hanno attaccato proprio adesso. La ragione che viene data dalla stampa mainstream, ovvero che l’Iran nasconde un nuovo arsenale nucleare, è propagandistica. In passato gli Usa avevano colpito i siti nucleari iraniani mettendoli fuori gioco con attacchi cibernetici.

CAOS CREATIVO

E qui viene il secondo punto: le motivazioni strategiche degli Usa.
Siamo nel pieno di quel “caos creativo” – anche questa volta dalle conseguenze imponderabili – che gli Stati Uniti perseguono da circa un ventennio con criminale determinazione nel nostro cortile di casa.
Una decisione che rientra perfettamente nella strategia americana di sconvolgere gli equilibri precari del Medio Oriente iniziata con l’invasione dell’Iraq nel 2003, continuata con i raid in Libia del 2011 contro Gheddafi, insieme a Francia e Gran Bretagna, e proseguita con la guerra per procura in Siria contro Assad, un conflitto che ha visto le monarchie del Golfo e la Turchia impegnate, insieme ai jihadisti, a contrastare prima di tutto l’influenza iraniana e poi anche quella russa. Il tutto con il consenso degli Stati Uniti.

LO SCOPO DI FONDO

Quale è lo scopo di fondo di questa destabilizzazione? L’obiettivo di Washington era ed è quello di polverizzare gli Stati arabi e musulmani che in qualche modo possano opporsi a Israele, il guardiano degli Usa nella regione, e all’Arabia Saudita, il maggiore cliente di armamenti Usa legato dal 1945 a Washington da un patto di ferro firmato tra il sovrano Ibn Saud e il presidente Roosevelt.

La sostanza del conflitto secolare tra sciiti e sunniti, manovrato già con l’attacco di Saddam Hussein all’Iran rivoluzionario nel 1980 e rinfocolato in Siria e Yemen, risiede nello scopo di eliminare prima o poi, il regime della repubblica islamica.

L’obiettivo della destabilizzazione permanente è stato colto in Iraq, precipitato nel caos da 17 anni, e in parte anche in Siria, nel mirino costante dei missili israeliani. Ma rimaneva e rimane l’influenza di Teheran in Iraq, a Damasco e soprattutto in Libano dove gli Hezbollah alleati di Teheran sono dotati di un arsenale missilistico che ha fermato Israele nel 2006.

L’attentato americano contro Soleimani rientra in questa logica. Se vi piace mette un bel “like” a Trump.

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