L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 2 gennaio 2020

Ebrei-palestinesi feccia dell'umanità, cancro da estirpare, l'infamia tramutata in realtà






Un decennio in rassegna: gli avvenimenti che hanno segnato gli ultimi 10 anni di questione israelo-palestinese

Evidenza - 31/12/2019





Mondoweiss.net. Di Yumna Patel. (Da InvictaPalestina). Mentre un altro decennio di questione israelo-palestinese sta per concludersi, l’idea di una soluzione pacifica e giusta per i Palestinesi sembra più lontana che mai.

Gran parte degli ultimi 10 anni è stata caratterizzata da perdite. Perdite in senso letterale: di terre, di case, di vite. Essenziale, tuttavia, sembra essere la perdita di speranza. Perdita di speranza nei leader locali e mondiali, nella responsabilità internazionale e nella prospettiva di una soluzione a due Stati.

Questo decennio ha segnato il 70° anniversario della Nakba, 50 anni da quando Israele ha occupato la Cisgiordania e Gerusalemme est e 10 anni di assedio a Gaza. Con ogni anniversario commemorato dai palestinesi, la situazione ha continuato a peggiorare.

I rifugiati palestinesi continuano a languire nei campi profughi nei Territori Occupati e nella diaspora. Israele continua ad occupare ciò che resta della terra palestinese, intensificando i proclami di annessione, e a Gaza oltre 2 milioni di palestinesi entreranno nel 2020 sapendo che è l’anno in cui le Nazioni Unite hanno dichiarato che la loro casa diventerà “inabitabile”.

Il governo di Netanyahu, unito all’influenza di Trump negli Stati Uniti, ha inaugurato un’era d’oro per la destra israeliana e per gli insediamenti, con un’espansione senza precedenti delle colonie illegali in Cisgiordania e il record di demolizioni di case a Gerusalemme est.

Esaminando il prossimo decennio, molte cose appaiono incerte. Con la soluzione dei due Stati considerata da molti come ormai “morta”, come saranno in futuro i negoziati di pace, specialmente sotto una potenziale presidenza Trump in un eventuale secondo mandato? Se Netanyahu riuscirà a ottenere un altro mandato come Primo Ministro, l’annessione si trasformerà da promesse elettorali da incubo a una realtà agghiacciante? I giovani palestinesi potranno finalmente far sentire la loro voce o continueranno a essere repressi dai leader corrotti dell’Autorità Palestinese e di Hamas?

Mentre le risposte a tutte queste domande non hanno per ora soluzione, quello che possiamo supporre è che le cose, prima di migliorare, sicuramente peggioreranno.

Per ora, diamo uno sguardo all’ultimo decennio e agli avvenimenti che hanno plasmato la storia in Palestina e in Israele e che probabilmente continueranno a plasmare il futuro della regione per gli anni a venire.


2010.

L’inizio dell’era di Obama: un barlume di speranza.


L’inizio della presidenza di Barack Obama nel 2009 segnò un cambiamento negli arabi e nei musulmani di tutto il Medio Oriente e della diaspora, che negli ultimi otto anni, durante la presidenza Bush, avevano subito guerre e devastazioni.

In uno storico discorso al Cairo del 4 giugno 2009 intitolato “Un nuovo inizio”, il presidente promise di migliorare i rapporti con il mondo musulmano e scelse di indicare la pace tra Israele e Palestina come uno sforzo importante da intraprendere durante la sua presidenza .

L’ex presidente Barack Obama durante il suo discorso al mondo musulmano al Cairo nel 2009 (Foto: Flickr)


Mentre criticava i movimenti di resistenza palestinese e riaffermava il legame “indistruttibile” dell’America con Israele, le sue richieste di statualità palestinese e della fine dell’espansione degli insediamenti furono positivamente accolte dai leader palestinesi di tutte le fazioni e incontrarono un cauto ottimismo da parte degli abitanti dei Territori Occupati. Fu un esordio promettente dopo decenni di politica americana e di posizioni negative nei confronti dei palestinesi e, a quel tempo, fu qualcosa in cui sperare.


Gaza Freedom Flotilla.

31 maggio 2010


La comunità internazionale viene scossa da un raid di un commando israeliano contro la Gaza Freedom Flotilla, un gruppo di sei navi civili, tre navi passeggeri e tre navi mercantili, diretto verso la Striscia di Gaza.

La MV Mavi Marmara della Gaza Freedom Flotilla, 2010 (Photo: Flickr)


A tarda notte, i commandos navali fanno irruzione sulle navi, trasportati da elicotteri e da motoscafi, e uccidono 10 attivisti, per lo più cittadini turchi. Dopo aver costretto le navi ad attraccare al porto di Ashdod, gli israeliani arrestano gli altri 600 attivisti, che verranno poi espulsi.

Il raid provocò una condanna diffusa da parte della comunità internazionale e mise a dura prova le relazioni turco-israeliane. Un rapporto delle Nazioni Unite dichiarò che l’uccisione di diversi attivisti era “coerente con un’esecuzione extra-legale, arbitraria e sommaria”, mentre un’indagine dell’UNHCR concluse che le azioni di Israele erano state “sproporzionate” e “avevano dimostrato un livello inaccettabile di brutalità”. A seguito delle pressioni internazionali, dopo l’incidente Israele alleggerì per un breve periodo il blocco su Gaza.


Israele interrompe il blocco degli insediamenti durato quasi un anno.

26 settembre 2010


In una decisione che avrebbe contribuito a spianare la strada nei Territori Occupati a un decennio di espansione insediativa senza precedenti, Israele interrompe il blocco di 10 mesi sulla costruzione di insediamenti in Cisgiordania.

La mossa avvenne nel mezzo dei colloqui di pace condotti dagli americani, che si interruppero, anche se non causarono l’immediata partenza di entrambe le parti. La decisione diede il via libera alla costruzione di oltre 2.000 nuove unità negli insediamenti illegali e fu celebrata come una vittoria dai sostenitori del movimento dei coloni in Israele.


2011.

La Palestina cerca, senza riuscirci, di essere riconosciuta come Stato membro delle Nazioni Unite.


16 settembre 2011.

A seguito di un anno di trattative di pace in stallo e all’espansione ancora in corso degli insediamenti illegali, il presidente Mahmoud Abbas annuncia che il suo governo avrebbe presentato una richiesta formale per la piena ammissione dello Stato di Palestina alle Nazioni Unite. Il presidente Obama dichiarò che avrebbe posto il veto alla domanda – una mossa che gli Stati Uniti evitarono di dover fare in quanto la Palestina non riuscì ad ottenere nove dei voti richiesti dal Comitato per le Ammissioni necessari per essere accettati.


La Palestina ottiene il seggio all’UNESCO.

31 ottobre 2011.


Dopo il fallito tentativo di adesione all’ONU, la Palestina celebra una vittoria ottenendo un posto presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO). La mossa fu festeggiata dagli attivisti palestinesi che avevano spinto per l’adesione con la speranza che concedere lo status di sito patrimonio mondiale dell’UNESCO a luoghi storici nel territorio palestinese, potesse aiutare a proteggere alcune aree dall’espansione degli insediamenti israeliani e dalla confisca delle terre.

Antiche terrazze agricole nel villaggio di Battir in Cisgiordania, nominato patrimonio mondiale dell’UNESCO. (Foto: Daniella Cheslow)


La decisione fu accolta da una feroce opposizione da parte di Israele e degli Stati Uniti, tanto che questi ultimi immediatamente dopo la decisione sospesero il loro finanziamento all’agenzia delle Nazioni Unite, in conformità con una legge degli Stati Uniti del 1990 che proibisce l’erogazione di fondi a qualsiasi agenzia delle Nazioni Unite che “accordi all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina la stessa posizione di uno Stato membro. ”


2012.

L’amministrazione civile israeliana alloca segretamente i terreni della Cisgiordania per l’espansione degli insediamenti.


30 marzo 2012.

A seguito di una richiesta da parte di un attivista anti-insediamenti, che si avvalse della legge sulla libertà di informazione, fu rivelato che l’Amministrazione civile israeliana stava allocando di nascosto porzioni di terra in Cisgiordania – circa il 10% dell’intero territorio – per la futura espansione degli insediamenti. Haaretz riferì all’epoca che le mappe indicavano diversi insediamenti che al momento della pubblicazione ancora non esistevano.


L’operazione “Pilastro di difesa” devasta Gaza.

14-21 novembre 2012.


Dopo giorni di tensioni transfrontaliere, le forze israeliane uccidono Ahmed Jabari, capo dell’ala militare di Hamas, in un attacco aereo. Nel corso della settimana successiva, le forze israeliane affermarono di aver colpito 1.500 obiettivi “militari” in tutta la Striscia di Gaza. 174 palestinesi furono uccisi, la maggior parte (oltre 100) civili, mentre altre centinaia furono feriti. Sei israeliani, tra cui quattro civili, furono uccisi, oltre 200 feriti.

Distruzione a Gaza dopo l’”Operazione Pilastro di Difesa” di Israele nel 2012 (Foto: Ahmed Deeb)


All’indomani dell’offensiva, la seconda in quattro anni, Israele fu accusato di aver commesso diversi crimini di guerra. In un attacco aereo su un edificio residenziale, 10 membri della famiglia al-Dalu furono uccisi. “In molti casi, B’Tselem ha scoperto che molti palestinesi che non avevano preso parte alle ostilità sono stati uccisi e feriti senza aver ricevuto alcun preavviso, circostanza che avrebbe potuto consentire loro di salvarsi”, dichiarò allora B’tselem.


Risoluzione UNGA che promuove la Palestina a Stato di osservatore non membro.

29 novembre 2012.

Migliaia di palestinesi partecipano a una manifestazione a sostegno della richiesta palestinese per l’ammissione alle Nazioni Unite il 21 settembre 2011 nella città di Ramallah in Cisgiordania. (Foto: Abbas Momani / AFP)


Dopo il tentativo fallito dell’anno prima di diventare uno Stato membro a pieno titolo, i palestinesi celebrano la decisione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che vota in modo schiacciante a favore della risoluzione 67/19, promuovendo la Palestina allo status di Paese osservatore non membro. Il ruolo, essenzialmente simbolico, avrebbe permesso alla Palestina di partecipare ai dibattiti dell’Assemblea Generale e le avrebbe spianato la strada per diventare membro dell’International Criminal Court (ICC).


In risposta, Israele approva la costruzione di insediamenti in E1.

30 novembre 2012.


Il giorno successivo alla promozione della Palestina come Stato osservatore presso le Nazioni Unite, Israele rispose approvando la zonazione preliminare e i piani di costruzione per gli insediamenti nell’area E1 in Cisgiordania. La misura punitiva fu ampiamente condannata dalla comunità internazionale,compresa l’amministrazione americana, che la considerò una grave battuta d’arresto per la soluzione dei due Stati.

Costruzioni nell’insediamento di Ariel in Cisgiordania, il 27 settembre 2010. (Foto: Getty Images)


La decisione del 2012 aprirà la strada ad anni di costruzione di insediamenti nell’area che, una volta completati, avrebbero isolato completamente la Cisgiordania settentrionale dalla parte meridionale del territorio, rendendo impossibile la fattibilità di un futuro stato palestinese contiguo. Entro la fine del decennio, l’area E1 sarebbe diventata un punto critico della lotta palestinese contro l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania.


2013.

John Kerry inizia i colloqui di pace guidati dagli Stati Uniti.


Agosto 2013.

Per la prima volta in quasi tre anni, i leader israeliani e palestinesi si incontrano faccia a faccia per negoziati di pace diretti, sotto l’egida dell’allora segretario di Stato John Kerry. I colloqui iniziarono con concessioni concordate da entrambe le parti: la Palestina accettò di interrompere la ricerca del riconoscimento internazionale come Stato attraverso le domande alle organizzazioni internazionali, e Israele accettò il rilascio di 104 prigionieri palestinesi incarcerati prima degli Accordi di Oslo del 1993.

Mahmoud Abbas, John Kerry e Shimon Peres si stringono la mano al World Economic Forum in Medio Oriente e Nord Africa 2013, ad Amman, in Giordania. 26 maggio 2013. (Foto: FLASH90)


I colloqui mostrarono presto segni di debolezza, con le parti che non furono neppure in grado di concordare a quali questioni dare priorità. Meno di un anno dopo, le trattative fallirono. Allora venne riferito che i funzionari americani attribuirono gran parte della colpa a Israele, per la continua espansione degli insediamenti durante i negoziati. Peace Now riferì che durante i nove mesi di colloqui di pace, Israele stabilì un nuovo record nell’espansione degli insediamenti, con quasi 14.000 case di coloni approvate.


Prigionieri pre-Oslo rilasciati dalle carceri israeliane.

Agosto – dicembre 2013.


Come parte dei colloqui di pace, Israele accettò di rilasciare 104 prigionieri palestinesi – gli stessi prigionieri che avrebbe dovuto rilasciare nel 1999, in occasione del Memorandum di Sharm el-Sheikh. I prigionieri furono rilasciati in quattro fasi, la prima delle quali ebbe luogo il 13 agosto, il primo giorno di negoziati. Ventisei prigionieri, tutti con condanne a lungo termine comminate prima degli Accordi di Oslo, furono rilasciati e accolti come eroi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Palestinesi nel campo profughi di Aida celebrano il rilascio di Khaled al-Azraq nel 2013, dopo aver trascorso più di 20 anni nelle carceri israeliane (Foto: Activestills)


Dopo mesi di instabili negoziati, il secondo gruppo di 26 prigionieri fu rilasciato il 29 ottobre e il terzo il 30 dicembre. Mentre il presidente Abbas e i palestinesi celebrarono i rilasci come una grande vittoria, molti espressero preoccupazione per il fatto che Israele, come spesso accadeva, nel corso degli anni avrebbe tranquillamente arrestato di nuovo i prigionieri rilasciati. Il 28 marzo 2014, Israele non rilasciò il quarto gruppo composto da 26 prigionieri, fatto che segnò l’inizio della fine dei colloqui di pace.


2014

L’Operazione Brother ‘s Keeper sconvolge la Cisgiordania.

12 giugno – 30 giugno 2014

Soldati israeliani conducono incursioni notturne in Cisgiordania durante l’operazione Brother’s Keeper nel 2014 (Foto: Wikimedia commons)


Il 12 giugno, tre adolescenti israeliani vengono rapiti mentre fanno l’autostop vicino all’incrocio di Gush Etzion, nel distretto di Hebron in Cisgiordania. Il rapimento scatena una caccia all’uomo di due settimane attraverso i Territori Occupati, la più grande operazione israeliana in Cisgiordania dalla Seconda Intifada. In quello che molti ritennero più un tentativo per schiacciare le attività di Hamas in Cisgiordania che per trovare gli adolescenti, Israele uccise cinque palestinesi, tra cui un ragazzo di 14 anni, fece irruzione in oltre 1.000 case, uffici e scuole palestinesi e arrestò centinaia di palestinesi. Quando gli adolescenti furono trovati, uccisi e sepolti in un campo a Hebron, il fatto aveva ormai tenuto con il fiato sospeso la nazione e la comunità internazionale, e venne indicata come il punto di partenza di un anno di violenza nella regione.


Il rapimento e l’uccisione di Muhammed Abu Khdeir.

2 luglio 2014.


Qualche giorno dopo la fine della caccia all’uomo in Cisgiordania, i palestinesi furono scossi fino al midollo dalla notizia che un ragazzo palestinese di 16 anni di Gerusalemme est era stato rapito da un gruppo di giovani israeliani. Alcune ore dopo, il suo corpo carbonizzato venne rinvenuto gettato vicino a una foresta a Gerusalemme. I primi risultati dell’autopsia dimostrarono che l’adolescente, Mohammed Abu Khdeir, era stato bruciato vivo.

Grandi folle si radunano sulla strada principale di Shufat, in attesa dell’arrivo dei resti di Abu Khdeir. (Foto: Matthew Vickery)


L’omicidio fu seguito da una serie di tentativi di rapimento di palestinesi da parte di israeliani e attacchi di “price tag” (movimento vagamente organizzato di israeliani estremisti che protestano per l’evacuazione e la demolizione di insediamenti illegali in Cisgiordania ndt) in Cisgiordania. I palestinesi organizzarono numerose proteste in tutto il territorio ,represse dalle forze israeliane. Come è noto, pochi giorni dopo l’omicidio divenne virale un video che mostrava agenti israeliani sotto copertura che picchiavano violentemente il cugino di Khdeir, il quindicenne americano Tariq Khdeir, mentre veniva ammanettato e bloccato a terra. Le foto della faccia gonfia e piena di lividi bluastri di Khdeir furono riprese dai media internazionali e americani e suscitarono una condanna diffusa da parte della comunità internazionale.

Tarek Abu Khdeir (Photo provided and published with consent from the Abu Khdeir family)


Operazione “Margine Protettivo” a Gaza.

8 luglio – 26 agosto 2014.


Dopo settimane di tensioni in Israele e Palestina a seguito delle uccisioni dei tre adolescenti israeliani e di Abu Khdeir, e dopo giorni di intensi lanci di missili transfrontalieri tra Israele e Gaza, Israele lancia l’”Operation Protective Edge”, che si sarebbe rivelata la più mortale e la più distruttiva delle sue tre offensive su Gaza in sette anni. Attacchi aerei intensi, aree con presumibili militanti di Hamas bombardate e la successiva invasione di terra, durarono per 50 estenuanti giorni. L’offensiva attirò l’attenzione della comunità internazionale, mentre attraverso i media andavano diffondendosi storie di interi edifici residenziali bombardati e fatti crollare seppellendo sotto le macerie intere famiglie. Storie di ragazzi uccisi mentre giocavano a calcio sulla spiaggia e di scuole delle Nazioni Unite bombardate scatenarono un intenso contraccolpo contro Israele e le sue azioni nella Striscia.

Colonne di fumo a seguito di un attacco aereo israeliano nella parte orientale della città di Gaza, il 9 agosto 2014, durante l’Operazione Margine Protettivo. (Foto: Ashraf Amra / Immagini APA)


Secondo la documentazione delle Nazioni Unite, l’operazione causò la morte di 2.251 palestinesi, tra cui almeno 1.462 civili, di cui 551 bambini. Più di 11.000 altri abitanti di Gaza rimasero feriti, quasi un quarto dei quali bambini. Si stima che 1.500 bambini rimasero orfani e 142 famiglie palestinesi ebbero tre o più membri uccisi nello stesso incidente, per un totale di 742 morti. Inoltre, 18.000 unità abitative furono distrutte in tutto o in parte, lasciando senza casa più di 100.000 abitanti di Gaza. Secondo un rapporto del 2019 di B’Tselem, quattro anni e mezzo dopo la guerra, il 20% delle case è ancora inutilizzabile e circa 2.300 famiglie – circa 13.000 persone – rimangono senza tetto.


2015.

Omicidio della famiglia Dawabsheh.

31 luglio 2015.

Un abitante di Duma fa capolino nella camera da letto in cui il bambino Ali Dawabsheh è stato bruciato a morte. (Foto: Jen Marlowe)


Violenti attacchi di coloni contro i palestinesi non sono un evento insolito in Cisgiordania. Ma quando nel 2015 un gruppo di coloni mascherati dà fuoco alla casa della famiglia Dawabsheh nel villaggio di Duma, i palestinesi dei Territori sono terrorizzati. L’incendio uccide Ali Dawabsheh, 18 mesi, ed entrambi i suoi genitori. Ahmed Dawabsheh, di quattro anni, fu l’unico sopravvissuto, con gravi ustioni in oltre l’80% del suo corpo. Mentre i media e il governo israeliani tentarono di etichettare l’attacco come l’atto di alcuni “lupi solitari” ed “estremisti ebrei”, i palestinesi sostennero che non si trattava di un incidente una tantum, ma piuttosto rappresentava il vero volto del movimento dei coloni in Cisgiordania. L’attacco scatenò proteste diffuse tra i palestinesi e si trasformò in in un episodio decisivo del decennio in termini di violenza dei coloni nei Territori Occupati.


Inizia la “Terza Intifada”.

13 settembre 2015-2016.


Alla vigilia di Rosh Hashanah, dozzine di israeliani entrano nel complesso di Al-Aqsa a Gerusalemme est sotto la protezione delle autorità armate israeliane. La presenza dei fedeli israeliani provocò proteste tra i palestinesi presenti, violentemente represse dalle forze israeliane. I video delle forze israeliane che sparano granate stordenti e gas lacrimogeni nella moschea di Al-Aqsa suscitarono numerose proteste. Quella stessa notte, un israeliano venne ucciso dopo essere stato attaccato da un gruppo di lanciatori di pietre palestinesi e aver perso il controllo della sua auto. Nei giorni successivi, continuarono gli scontri nel complesso di Al-Aqsa e attraverso Gerusalemme e la Cisgiordania. Gli esperti politici di tutto il mondo, così come i leader israeliani e palestinesi, iniziarono a etichettare l’ondata di proteste come “Terza Intifada”.

Hadeel al-Hashlamoun poco prima di essere uccisa il 22 settembre 2015.


Il 22 settembre, le forze israeliane spararono uccidendo una ragazza palestinese di 18 anni, Hadeel Hashamoun, mentre attraversa un checkpoint a Hebron, presumibilmente armata di un coltello. In seguito si scoprì che non rappresentava una minaccia imminente per la vita dei soldati, che avrebbero quindi potuto arrestarla con mezzi non violenti. I palestinesi attribuiscono a questo omicidio l’inizio della successiva ondata di attacchi con il coltello che interessò i Territori Occupati.

Nelle settimane e nei mesi seguenti, la violenza sarebbe stata caratterizzata da una serie di attacchi con il coltello su piccola scala, effettuati da “lupi solitari” prevalentemente contro ufficiali israeliani in uniforme. Mentre Israele ha perpetuato la narrazione che la violenza venne scatenata dall’istigazione contro gli israeliani dei social media palestinesi, i palestinesi hanno indicato come motivo per quella esplosione di violenza l’occupazione più che cinquantennale e la mancanza di progresso verso una giusta soluzione al conflitto.


2016.

Elor Azaria uccide un palestinese inerme.

14 marzo 2016.

Il Sgt. Elor Azaria riceve la condanna per omicidio colposo in un tribunale militare israeliano.


Mentre la cosiddetta “Terza Intifada” continua ad espandersi, ricordiamo un caso per illustrare la violenza e ciò che molti gruppi di diritti umani criticarono come uso eccessivo della forza da parte di Israele contro i Palestinesi. Le forze israeliane sparano ad Abdel Fattah al-Sharif nel quartiere di Tel Rumeida a Hebron, mentre tenta di pugnalare un gruppo di soldati di stanza nell’area. Mentre al-Sharif giace insanguinato e inerte a terra, il soldato medico israeliano Elor Azaria alza la pistola e gli spara in testa, uccidendolo. L’omicidio, registrato dall’attivista palestinese Imad Abu Shamsiyyeh, scatenò la rabbia tra i palestinesi e tra i gruppi per i diritti umani, che lo considerarono una “esecuzione stragiudiziale”. Dopo un processo ampiamente seguito dalla stampa, Azaria fu condannato a 18 mesi di prigione e a 12 mesi di libertà vigilata. Venne rilasciato dopo aver scontato 9 mesi di carcere e accolto come un eroe in Israele. Ad oggi, Abu Shamsiyyeh continua a essere vessato dai coloni di Hebron per aver denunciato il crimine di Azaria.


2017,

Trump dichiara Gerusalemme capitale di Israele.

6 dicembre 2017.


Forse nel momento più decisivo della seconda metà del decennio, il presidente Donald Trump annuncia che gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto Gerusalemme come la capitale di Israele. La città occupata, che secondo i palestinesi dovrebbe diventare la capitale del loro futuro stato, è stata per anni un punto critico nei negoziati di pace, con i reiterati tentativi israeliani di esercitare ulteriormente il suo controllo su di essa.

Palestinesi bruciano manifesti raffiguranti il ​​presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una protesta contro l’intenzione degli Stati Uniti di spostare la propria ambasciata a Gerusalemme e di riconoscere la città di Gerusalemme come capitale di Israele. Rafah, Striscia meridionale di Gaza, il 6 dicembre , 2017. (Foto: Ashraf Amra / APA Images)


La decisione suscitò proteste diffuse che portarono all’arresto di centinaia di palestinesi e al ferimento di molti altri. Anno dopo anno, “Gerusalemme è la capitale della Palestina” è ancora uno slogan presente in quasi tutte le proteste politiche in Palestina. La decisione venne accolta favorevolmente da Israele e danneggiò gravemente le relazioni dell’Autorità Palestinese con l’amministrazione degli Stati Uniti.


Ahed Tamimi arrestata per aver schiaffeggiato un soldato israeliano

19 dicembre 2017

Tamimi nella corte militare di Ofer, 28 dicembre 2017. (Foto: Mariam Barghouti)


Ahed Tamimi approdò sul palcoscenico internazionale dopo essere stata prelevata dalle forze israeliane nella sua casa nel cuore della notte, per un incidente in cui aveva schiaffeggiato un soldato israeliano durante un raid nella sua città natale di Nabi Saleh. Tamimi, famosa in Palestina sin da quando era una ragazzina per il suo ruolo nelle proteste settimanali di Nabi Saleh, suscitò l’attenzione dei media internazionali e locali durante la sua permanenza di otto mesi nelle prigioni israeliane. Il suo caso contribuì a gettare una nuova luce sulla questione dei bambini palestinesi prigionieri e sulle lotte della gioventù palestinese sotto occupazione. Quando fu liberata, in Palestina e oltre era ormai una star e, restando apertamente critica nei confronti dell’occupazione israeliana, iniziò a viaggiare per aumentare la consapevolezza verso la causa palestinese.


2018.

A Gaza inizia la Grande Marcia del Ritorno.

30 marzo – presente.


Quando Ahmed Abu Artema ebbe l’idea di una “Grande Marcia del Ritorno” nella sua casa della Striscia di Gaza assediata , non sapeva che avrebbe dato alla luce uno dei più grandi movimenti popolari palestinesi degli ultimi decenni. Ciò che originariamente doveva durare qualche venerdì a partire dalla Giornata della Terra del 2018, è continuato da allora ogni settimana, con i Gazawi che si recano al confine per chiedere il diritto al ritorno dei rifugiati nelle loro terre d’origine e la fine dell’assedio di 12 anni che ha debilitato la piccola enclave costiera.



La grande marcia del ritorno a Gaza, 10 agosto 2018(Photo: Mohammed Asad)


Le proteste vengono violentemente represse dalle forze israeliane, che hanno ucciso centinaia di manifestanti e ferito altre migliaia, causando la morte di molte persone o rendendole disabili per tutta la vita. Secondo la documentazione delle Nazioni Unite, a marzo 2019, durante le proteste Israele aveva ucciso 195 palestinesi, tra cui 41 bambini, e ferito circa 29.000 persone (tra cui oltre 7000 feriti da proiettili veri).


La legge dello Stato-Nazione esplicita chiaramente che i cittadini non ebrei di Israele sono cittadini di seconda classe.

19 luglio 2018.


Approvata dalla Knesset israeliana, la legge dichiara ufficialmente Israele come lo Stato nazionale del popolo ebraico e, tra le altre cose, rende l’ebraico l’unica lingua nazionale e declassa l’arabo a “status speciale”. La legge venne applaudita dal governo israeliano di destra , in quanto afferma il “carattere ebraico” di Israele. Venne invece ampiamente criticata dalla comunità palestinese locale, in quanto aveva trasformato i quasi 2 milioni di cittadini non ebrei di Israele – sia palestinesi che altre minoranze – in cittadini di seconda classe, dando priorità a Israele come stato ebraico e non come stato democratico.


La battaglia per Khan al-Ahmar raggiunge nuove vette.

Maggio 2018 – presente.

Poliziotti israeliani si scontrano con manifestanti palestinesi nel villaggio beduino di al-Khan al-Ahmar ad est di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata, il 4 luglio 2018. (Foto: Shadi Hatem / Immagini APA)


Da anni, la comunità beduina di Khan al-Ahmar è coinvolta in una disputa legale con il governo israeliano, che cerca di trasferire forzatamente la comunità dal loro villaggio nella Cisgiordania centrale, al fine di far spazio all’espansione degli insediamenti nell’area E1. Nel maggio 2018, ignorando le richieste dei governi europei e di influenti politici statunitensi, la Corte Suprema israeliana diede il via libera finale alla demolizione di Khan al-Ahmar. Nei mesi seguenti, la questione del villaggio continuò a nutrire lo scontro tra palestinesi, israeliani e attivisti internazionali, che trascorsero settimane intere a protestare pacificamente contro la demolizione del villaggio, incontrando spesso violente repressioni da parte delle forze israeliane. Dopo l’enorme pressione della comunità internazionale, il governo israeliano ha temporaneamente sospeso i suoi piani, ma potrebbe riprendere le procedure di demolizione in qualsiasi momento.


25° anniversario degli accordi di Oslo.


Nel settembre 1993 il mondo celebrò quello che pensava fosse l’inizio della fine del conflitto israelo-palestinese con la firma degli accordi di Oslo, che avrebbero dovuto portare a un “accordo di pace globale” entro il 1999 e, infine, a uno Stato palestinese, con la nuova Autorità Palestinese (PA) che avrebbe funto da autogoverno ad interim. Venticinque anni dopo gli Accordi di Oslo, Israele ha solo esteso ulteriormente il suo dominio nei Territori Occupati e l’AP si è trasformata in un regime dispotico, focalizzato più sulla repressione del dissenso e sul controllo della libertà di parola che sul raggiungimento della liberazione e della costituzione di uno Stato.

Rashida Tlaib prima donna palestinese eletta al Congresso USA.

7 novembre 2018.
Rep. Rashida Tlaib si rivolge alla Camera dei rappresentanti su H.Res.326.

La democratica Rashida Tlaib del 13 ° distretto congressuale del Michigan fa notizia negli Stati Uniti e nel mondo diventando la prima donna palestino-americana eletta al Congresso. Dalla sua elezione, Tlaib è stata esplicita nella sua difesa del movimento BDS e nelle sue critiche all’occupazione israeliana in Cisgiordania.

La vendetta di Trump contro i palestinesi.

2017-presente.

Nel corso della sua presidenza, l’amministrazione Trump ha preso una serie di decisioni politiche volte a danneggiare il popolo palestinese e a costringere la sua leadership al tavolo dei negoziati. Solo nel 2018, Trump ha cessato di finanziare l’UNRWA e l’USAID in Cisgiordania e Gaza e ha spostato l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, rompendo con decenni di politica estera statunitense nella regione. Le decisioni di Trump non solo hanno gravemente danneggiato le relazioni diplomatiche tra gli Stati Uniti e la leadership palestinese, ma hanno messo in pericolo la vita di quei milioni di palestinesi più vulnerabili che si affidavano agli Stati Uniti e agli aiuti internazionali per soddisfare alcuni dei loro bisogni più elementari.


Trump chiude l’ufficio dell’OLP

Settembre 2018

Esterno dell’ufficio della missione dell’OLP a Washington DC. (Foto: Nicholas Kamm / AFP)


In seguito all’ingiunzione dell’amministrazione Trump di cessare le loro attività negli Stati Uniti, dopo 24 anni chiude a Washington D.C. la sede diplomatica dell’Organizzazione di Liberazione della Palestina (OLP) Il Dipartimento di Stato riferisce all’OLP che gli sforzi della leadership palestinese per far processare Israele dall’ICC era in violazione di una sconosciuta legge degli Stati Uniti. Ore dopo la decisione, il segretario di Stato americano Mike Pompeo annunciò che gli Stati Uniti avrebbero bloccato i 165 milioni di dollari di finanziamento al governo palestinese. La mossa inasprì ulteriormente le relazioni tra l’amministrazione degli Stati Uniti e la leadership palestinese, che aveva boicottato le relazioni diplomatiche ufficiali con gli Stati Uniti sin dalla decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.


2019.

Elezioni israeliane: la terza volta è una magia.

Aprile 2019 – Presente.

Festa di lancio per la campagna del partito Likud di Benjamin Netanyahu, Ramat Gan, Israele, 4 marzo 2019. (Foto: Amir Cohen / Reuters)


L’anno prende il via con la proposta di rielezione da parte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, minacciato all’epoca da accuse di tangenti e di corruzione che oscuravano la sua premiership. Il primo turno delle elezioni si conclude in un pareggio tra Netanyahu e il suo avversario, l’ex capo militare israeliano Benny Gantz, mandando Israele verso seconde elezioni, da tenersi entro un anno. La campagna elettorale fu caratterizzata da sentimenti anti-arabi, con i gruppi e gli attivisti per i diritti umani che accusarono Netanyahu e i suoi sostenitori di destra di incoraggiare il razzismo per vincere le elezioni. Nonostante gli sforzi di Netanyahu e di Gantz, dopo le elezioni di settembre nessuno dei due leader riuscì a formare una coalizione di governo, rinviando Israele a nuove elezioni , che si terranno nel marzo del 2020.


L’”Accordo del Secolo ” debutta in Bahrain.

26 giugno 2019.


Il grandemente atteso e ferocemente contestato “seminario economico” per la pace israelo-palestinese in Bahrein, ha caratterizzato la prima presentazione dei piani di Jared Kushner per i palestinesi e l’evasivo ” Accordo del Secolo” di Trump. Mentre Kushner proponeva di investire nel corso di 10 anni fino a 50 miliardi di dollari nel Territori palestinesi e nei vicini Stati arabi, con la creazione di oltre 1 milione di posti di lavoro palestinesi e la riduzione dei tassi di disoccupazione a Gaza e in Cisgiordania, la percezione della mancata comprensione delle sfumature del conflitto e della necessità di soluzioni politiche, portò a una accoglienza piuttosto tiepida del piano da parte dei presenti.

Jared Kushner presenta il suo piano alla conferenza del Bahrain, il 25 giugno 2019.


Oltre al fatto che i palestinesi boicottarono del tutto la conferenza, molti Paesi che vi presero parte vi inviarono delegazioni di ministri e di funzionari di livello relativamente basso, dimostrando la generale atmosfera di incertezza sulla proposta. Alla fine della conferenza, non venne raggiunto molto in termini di solido impegno da parte dei leader arabi e internazionali nell’investire nel piano di Kushner, e i presenti, compresi i funzionari israeliani, chiarirono che sarebbe stato difficile impegnarsi nelle proposte economiche di Kushner finché i suoi piani politici fossero rimasero segreti.


Israele fa arrabbiare gli Stati Uniti dopo aver proibito alle donne al Congresso di entrare nel paese.

15 agosto 2019.


Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu suscita scalpore nel governo degli Stati Uniti per aver vietato alle deputate Rashida Tlaib e Ilhan Omar di entrare nel Paese con una delegazione ufficiale, a causa del loro sostegno al movimento BDS.

Le rappresentanti democratiche degli Stati Uniti Ilhan Omar, a destra, e Rashida Tlaib, durante una conferenza stampa presso il Campidoglio a St. Paul lunedì, 19 agosto 2019. (Foto: John Autey / Pioneer Press)


La mossa sembrò ritorcersi contro Netanyahu, attirando critiche da politici statunitensi di entrambi gli schieramenti e dai principali candidati presidenziali, leader e attivisti palestinesi, da celebrità come John Legend, Barbara Streisand e Cynthia Nixon, e persino da organizzazioni sioniste come AIPAC. Tutti espressero la propria opposizione alla decisione, in particolare condannarono il ruolo svolto da Trump nel sostenere un governo straniero e un alleato nel vietare a politici statunitensi di entrare nel loro Paese. A seguito del divieto, per alcune ore l’hashtag “#BoycottIsrael” diventò virale su Twitter negli Stati Uniti e ciò fu salutato dagli attivisti pro-Palestina come una grande vittoria per il movimento di boicottaggio.


Netanyahu promette di annettere la Valle del Giordano.

10 settembre 2019.


Una settimana prima del secondo turno elettorale in Israele, il Primo Ministro Netanyahu annuncia che se fosse stato rieletto, avrebbe annesso tutti gli insediamenti israeliani, la Valle del Giordano e l’area settentrionale del Mar Morto della Cisgiordania occupata. Promette di “estendere la sovranità” a tutti gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, annettendo aree in cui, in violazione del diritto internazionale, sono stati costruiti più di 190 insediamenti. Netanyahu dichiara anche che l’“Accordo del Secolo” avrebbe creato un’ “opportunità storica” ​​per l’annessione della Cisgiordania.


Un’omicidio d’onore provoca un’ondata di proteste femministe in Cisgiordania.

Settembre 2019.

La fondatrice del negozio di abbigliamento femminista Baby Fist, la palestino-americana Yasmeen Mjalli (al centro), 23 anni, marcia con un gruppo di 100 manifestanti a Betlemme. (Foto: Miriam Deprez)


L’”omicidio d’onore” di Israa Ghrayeb, giovane estetista palestinese di Betlemme, suscita proteste diffuse in tutta la Cisgiordania, con le donne che esprimono la loro rabbia non solo per la pratica degli omicidi d’onore, ma per l’inazione delle autorità locali nel perseguire la giustizia per la giovane donna. Le proteste sparpagliate in tutta la Cisgiordania presto si trasformarono in un più grande movimento denominato #Talat, che in arabo significa “donne che si ribellano”, con migliaia di donne palestinesi che in Cisgiordania, Gerusalemme, Israele e nella diaspora protestano contro la violenza e la discriminazione di genere contro le donne in tutti gli aspetti della società.


Stati Uniti: gli insediamenti non sono più illegali.

18 novembre 2019.


Il segretario di Stato americano Mike Pompeo annuncia che gli Stati Uniti avrebbero ammorbidito la loro posizione sugli insediamenti illegali di Israele nei Territori palestinese occupati, revocando il principio che gli insediamenti sono illegali ai sensi del diritto internazionale – un concetto riconosciuto dal resto del mondo come valido e reale. Mentre gli effetti a lungo termine della decisione degli Stati Uniti rimangono ancora da vedere, la destra israeliana ha celebrato la mossa e ha immediatamente annunciato nuovi piani di insediamento nel cuore della città di Hebron. Secondo il watchdog di Peace Now, il numero medio di unità abitative negli insediamenti approvate nei tre anni dall’elezione del presidente Trump è salito a 6.899 unità abitative, quasi il doppio della media nei tre anni precedenti (3.635 unità abitative).


Yumna Patel è la corrispondente palestinese di Mondoweiss.

(Immagine di copertina: Aed Abu Amro alla Grande Marcia del Ritorno 26, Ottobre 2018. Foto di Mohammed Asad).

Traduzione per Invictapalestina.org di Grazia Parolari.



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