L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 6 gennaio 2020

Gratteri ha iniziato a disarticolare il Sistema massonico mafioso politico, siamo solo all'inizio. Attenti agli Stati Uniti che lo vuole preservare

Rinascita Scott, i quattro pentiti vibonesi che fanno tremare i “colletti bianchi”

5 Gennaio 2020

Le loro dichiarazioni fanno emergere relazioni clamorose tra boss e professionisti “insospettabili” promettendo ulteriori sviluppi


C’è l’ex boss “scissionista”, ma anche il rampollo dei Mancuso. Tra di loro anche l’azionista dei Piscopisani e la nuova leva del clan degli emergenti di Vibo. E’ il poker di pentiti a disposizione di Nicola Gratteri. Da Andrea Mantella a Bartolomeo Arena passando per Raffaele Moscato ed Emanuele Mancuso. Le loro dichiarazioni hanno creato una breccia nel muro di omertà della ‘ndrangheta vibonese. Tra le migliaia di pagine della maxi inchiesta “Rinascita Scott” il loro contributo – definito “straordinario” – ha permesso agli inquirenti di ricostruire la mappa criminale del territorio con tutte le sue dinamiche. I magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, coadiuvati dal Carabinieri del Ros e del Nucleo investigativo di Vibo Valentia, hanno lavorato per anni al riscontro delle dichiarazioni dei quattro pentiti e sono riusciti a completare un mosaico assai complicato fatto di relazioni clamorose tra boss e professionisti “insospettabili”, legami “indicibili” tra affiliati ai clan, pezzi di politica, massoneria deviata e imprenditoria collusa.

L’ex boss “scissionista”. La svolta vera è arrivata con il pentimento di Andrea Mantella, il “Buscetta” di Vibo. E’ il collaboratore di giustizia ritenuto più importante perché conosce i segreti della ‘ndrangheta vibonese. Un vero e proprio boss che aspirava a prendersi la città e ad affrancarsi dallo storico dominio dei Mancuso di Limbadi, i quali temevano la sua verve particolarmente spregiudicata e le sue ambizioni criminali. A convincerlo a saltare il fosso si dice sia stato l’assassinio del suo grande amico e braccio destro Francesco Scrugli. Di lui il pentito Moscato dice: “Scrugli aveva sulla coscienza una quindicina, venti omicidi, ma mai quanto quelli che ha sulla coscienza Andrea Mantella”.

L’azionista dei Piscopisani. Il primo tra i quattro a collaborare con la giustizia è stato proprio Raffaele Moscato, il cui pentimento ha permesso agli inquirenti di ricostruire nei dettagli la sanguinosa faida tra i Piscopisani (del quale era un esponente di spicco) e i Patania di Stefanaconi. Moscato doveva essere ucciso e il 21 marzo del 2012 vide la morte in faccia nell’agguato che costò la vita a Francesco Scrugli. Il boss Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, lo avrebbe inserito nella lista degli obiettivi da abbattere e con l’ausilio dei Loielo – secondo quanto appurato dagli investigatori – aveva programmato un attentato da compiere ai suoi danni con una micidiale bomba. Conosce tanti segreti e, tra questi, anche i rapporti che i Piscopisani tenevano con esponenti politici e imprenditori collusi. I suoi verbali sono ancora pieni di omissis e fanno tremare i cosiddetti “colletti bianchi”.

Il rampollo dei Mancuso. La più clamorosa delle collaborazioni è quella di Emanuele Mancuso, figlio di Pantaleone, detto l’ingegnere. Le sue dichiarazioni vengono definite dallo stesso Gratteri “precise e dettagliate”. Grazie a lui gli inquirenti hanno potuto ricostruire “il quadro aggiornato all’attualità” degli equilibri interni alla famiglia Mancuso ma anche i legami con le altre cosche. Un vero e proprio “terremoto” per la più potente famiglia di ‘ndrangheta del Vibonese che – secondo quanto emerso da recenti inchieste – ha provato in tutti i modi a fargli fare retromarcia. Emanuele Mancuso “inguaia” lo zio Luigi, il capo dei capi, ma anche le figure a lui vicine. Un tesoro di conoscenze che promette sviluppi clamorosi nei prossimi mesi.

Il pentito delle “nuove leve”. Hanno permesso di ricostruire gli assetti criminali in città le dichiarazioni dell’ultimo collaboratore di giustizia in ordine cronologico, Bartolomeo Arena. Grazie al suo contributo, gli inquirenti hanno dato una chiave di lettura precisa su tutto ciò che negli ultimi anni è accaduto a Vibo e nel suo hinterland: tentati omicidi, danneggiamenti, estorsioni, intimidazioni. Esponente di spicco della ‘ndrina dei “Ranisi”, ha contribuito a smantellare il clan delle “nuove leve” con una raffica di arresti avvenuta proprio sotto il Natale. Arena – secondo i magistrati della Dda – ha offerto materiale inedito e i Carabinieri hanno quindi chiuso il cerchio di un’inchiesta che rappresenta un punto di partenza.

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