L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 6 gennaio 2020

Guerra senza limiti - il Rubicone è stato guadato, le schermaglie sono finite, niente più fair play. Gli stranieri non invitati devono andare via dai paesi che hanno invaso. Il messaggio non ha bisogno di essere interpretato

Come Londra vede l’operazione Usa contro Soleimani

3 gennaio 2020


Il Punto di Daniele Meloni su reazioni e commenti nel Regno Unito alla notizia dell’uccisione di Qasem Soleimani da parte delle forze americane

“Speriamo in una de-escalation delle operazioni in Medio Oriente”. Queste le parole del Ministro degli Esteri britannico, Dominic Raab, alla notizia dell’uccisione di Qasem Soleimani da parte delle forze americane a Baghdad. Il titolare del Foreign Office ha riconosciuto la “pericolosità” e la “minaccia” posta dal leader della Quds Force, ma ha invitato tutte le parti in causa a “darsi una calmata” in quella che è un’area ad alto rischio anche per la British Army.

Da sempre il Regno Unito è considerato dal regime degli Ayatollah il “piccolo Satana” che sta accanto al “Grande Satana” americano, e, in passato, Londra ha anche superato Washington come primo destinatario delle intemerate di Teheran. Dalla deposizione di Mossadeq passando per gli affari della British Petroleum, l’Iran ha sempre identificato il Regno Unito come il nemico esterno in grado di destabilizzare la politica interna di Teheran sin dal XIX° secolo quando la potenza inglese e quella russa si diedero battaglia per il predominio del territorio.

Negli ultimi anni è stato un ex ufficiale britannico diventato parlamentare conservatore, Tom Tugendhat, a mettere in luce la pericolosità di Soleimani per le truppe britanniche dislocate in Medio Oriente. Per Tugendhat, Presidente della Commissione per gli Affari Esteri a Westminster, la Quds Force rappresenta il pericolo maggiore per gli inglesi in Iraq e in tutto lo scacchiere mediorientale perché la preparazione e il finanziamento dei suoi reparti – che costituiscono un’élite rispetto alla forza più convenzionale dei pasdaran di Teheran – ne fanno un temibile avversario della pace e la democrazia in Medio Oriente. Parlando oggi alla Bbc il deputato Tory ha sottolineato come “Soleimani non fosse un personaggio-chiave della politica estera iraniana, ma bensì fosse egli stesso la politica estera di Teheran”. “La politica espansionista degli Ayatollah – ha aggiunto Tugendhat – trovava in Soleimani il finanziatore e lo sponsor di ogni milizia e gruppo terroristico che si proponesse di aumentare l’influenza di Teheran nella regione”.

In passato il politico conservatore si era scagliato contro l’accordo del 5+1 con Teheran sul nucleare affermando sulle pagine della rivista americana National Interest come “non avesse cambiato nulla rispetto alla situazione precedente” e come i leader occidentali non avessero ottenuto nulla per tutelare Israele e i governi arabi mediorientali rispetto ai tentativi di destabilizzazione iraniani. Falco Tugendhat e Colomba Raab dunque? Difficile cogliere queste semplificazioni. Certo è che la svolta impressa da Trump necessiterà di un ripensamento della politica estera di Londra in un’area di sicuro interesse. Da anni al Foreign Office in Whitehall è attivo un Iranian Branch che valuta le mosse di Teheran e le sue ripercussioni sulla stabilità dell’area e sugli interessi inglesi. Uno dei suoi personaggi di punta è stato Michael Axworthy, leader del branch alla fine degli anni Novanta, e autore di un libro sulla Rivoluzione Iraniana che è diventato un punto di riferimento per tutti sul tema.

Si aspetta ora di vedere come si esprimerà Johnson. Il premier, che durante le vacanze natalizie aveva preso una posizione netta su tematiche come la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente, aveva in precedenza suscitato l’ammirazione di Trump per avere definito l’accordo sul nucleare iraniano firmato da Obama un “cattivo accordo” e per non avere escluso l’opzione militare contro l’Iran dopo il raid operato da Teheran sui pozzi petroliferi sauditi.

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