L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 5 gennaio 2020

L'assassinio di Soleimani denota il vuoto di pensiero statunitense e rimane in piedi solo la Strategia del Caos e della Paura nata dalle ceneri, cercate e volute dagli Stati Uniti, dell'11 settembre 2001


L'assassinio di Soleimani? Un regalo avvelenato di Trump a Arabia Saudita e Israele

Parla lo studioso egiziano Nabil Abdel El Fattah, già direttore del Centro di Studi Strategici di Al Ahram, uno dei think tank più autorevoli del Cairo.

Proteste per l'assassinio del generale Soleimani

4 gennaio 2020

“Se ordinando l’eliminazione di Qassem Soleimani, il presidente Trump ha pensato di fare un regalo ai suoi più fidati alleati in Medio Oriente, Arabia Saudita e Israele, ha fatto loro un regalo ‘avvelenato’ perché trasformato un generale, sia pur molto potente, in un martire vittima di quello che nel mondo arabo viene visto, a torto o a ragione, come un atto di terrorismo di Stato”.

A sostenerlo, in questa intervista esclusiva concessa a Globalist, è Nabil Abdel El Fattah, già direttore del Centro di Studi Strategici di Al Ahram, uno dei think tank più autorevoli del Cairo.

Professor El Fattah, quali ricadute può avere sul già tormentato scenario mediorientale l’uccisione del capo della Forza Quds, il generale Qassem Soleimani?

”Ricadute pesantissime. In negativo. Perché questo atto è destinato a rafforzare le forze jihadiste, a ricompattarle, dando loro quello che più cercano...”.

Vale a dire?

”Un martire. Vede, la propaganda jihadista si nutre di simboli, di una narrazione che serve come formidabile strumento di reclutamento. Un ‘eroe’ ucciso dal Grande Stana americano! Trump ha eliminato un generale per farne l’emblema di una risposta che rischia di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente, mettendo in difficoltà quei Paesi che non guardano all’Iran con favore...”.

Tra questi Paesi c’è l’Egitto del presidente al-Sisi?

”Assolutamente sì. Da tempo in Medio Oriente è in atto uno scontro per ridefinire nuovi equilibri di potenza: uno scontro che non può avere come unica chiave di lettura quella del conflitto sunnita-sciita. La partita è molto più complessa e le alleanze variabili. Con questa mossa, Trump ha pensato di riportare l’America al centro della partita mediorientale, da dove era stata emarginata, per le scelte compiute dallo stesso presidente Usa, a favore della Russia di Putin, della Turchia di Erdogan e, per altri versi, dell’Iran”.

Lei fa riferimento allo scenario siriano?

”A quello ma non solo. Con il tradimento consumato nei confronti dei curdi siriani, che pure avevano svolto un ruolo importante nella guerra contro lo Stato islamico, Trump si è reso inaffidabile agli occhi dei vari attori arabi: come è possibile fidarsi di un alleato che è poi pronto a pugnalarti alle spalle! Questo hanno pensato in tante capitali arabe, e di certo Trump non ha guadagnato punti di benemerenza”.

Ad eccezione di Riyadh e Tel Aviv...

”Non ne sarei così sicuro. Se Trump pensava di fare un regalo all’Arabia Saudita e a Israele togliendo di mezzo il capo delle operazioni esterne dell’Iran, quel regalo potrebbe rivelarsi avvelenato. Perché l’uccisione di Soleimani riporta al centro dello scontro la politica dei due pesi, due misure praticata dagli Usa in Medio Oriente, una politica che non nasce peraltro con la presidenza Trump, che tanti guasti ha provocato nella regione. Oggi si tornano a bruciare le bandiere a stelle e strisce, e piazze democratiche, come quelle che si erano sviluppate a Baghdad come a Beirut, rischiano di essere spazzate via da quanti puntano, per conservare il potere, a riproporre come centrale lo scontro con l’America imperialista e con la sua lunga mano in Medio Oriente: Israele. Trump ha vestito i panni del piromane dando fuoco alla polveriera mediorientale”.

Con l’eliminazione di Soleimani, alla Casa Bianca hanno trionfato i falchi?

”Per la verità, faccio fatica ad individuare delle ‘colombe’ nell’amministrazione Trump. Personalmente, non credo che un’azione del genere sia stata suggerita, tanto meno imposta, dai generali del Pentagono, i quali sanno bene quali conseguenze l’eliminazione di Soleimani potrebbero avere in un conflitto che, se dovesse scoppiare, non sarebbe certamente a bassa intensità né circoscrivibile. Ritengo più probabile che a muovere il presidente Usa sia stato un calcolo di politica interna, in funzione delle elezioni presidenziali. Un azzardo che rischia di essere pagato dal mondo”.

Un mondo in allarme rosso.

”Un allarme giustificato. Perché il regime iraniano, nel quale i Pasdaran hanno un ruolo centrale, non può limitarsi alle consuete invettive o a parole di fuoco. Se non reagisce, è finito. Perché perderebbe credibilità agli occhi delle milizie sciite filo-iraniane, perché non reagire sarebbe visto come un segno di resa. Il punto non è se Teheran reagirà, ma la dimensione della sua risposta. Siamo davvero a un passaggio drammatico nelle vicende mediorientali. Eliminando Soleimani, Trump ha puntato al cuore del regime iraniano, dimostrando così che il vero obiettivo degli Usa era quello indicato dal suo ex consigliere alla Sicurezza nazionale, John Bolton...”.

Vale a dire?

”L’abbattimento del regime teocratico-militare e non il ‘semplice’ contenimento dell’espansionismo della mezzaluna sciita a guida iraniana in Medio Oriente sulla direttrice Damasco-Baghdad-Beirut. L’uscita dall’accordo sul nucleare del 2015, il rafforzamento delle sanzioni, ora l’uccisione di una delle figure chiave nella catena di comando militare: è l’ulteriore step della guerra all’Iran decretata da Trump”.

Ma il capo della Casa Bianca ha affermato che non è nelle sue intenzioni un cambio di regime in Iran..

”Mi sarei stupito se avesse affermato il contrario. Ma pensare che l’eliminazione di Soleimani favorisca la componente riformatrice del regime iraniano, è un’assoluta idiozia”.

A salutare con entusiasmo l’eliminazione di Soleimani è stato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

"In precedenza, avevamo usato la metafora del ‘regalo’. Di certo, se non a Israele, l’eliminazione di Soleimani e la prevedibile reazione iraniana, può servire a Netanyahu per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica interna sui suoi guai giudiziari, facendo campagna elettorale in trincea, contro il Nemico mortale dello Stato ebraico: l’Iran. D’altro canto, non è il primo regalo che Trump fa al suo amico personale israeliano: il trasferimento dell’ambasciata americana a Tel Aviv, il riconoscimento delle Alture del Golan come parte d’Israele, in spregio delle risoluzioni Onu e del pronunciamento internazionale, per proseguire con il via libera all’annessione evocata da Netanyahu di parte della Cisgiordania. Sin dal primo giorno del suo insediamento alla Casa Bianca, Trump ha operato per rendere impossibile la soluzione a due Stati come perno di una pace negoziata in Palestina”.

Professor El Fattah, il 2020 nasce sotto un segno inquietante per il Medio Oriente.

”Non solo per il Medio Oriente. Perché se esplode il Medio Oriente, gli effetti saranno globali, perché il mondo potrebbe diventare un immenso campo di battaglia”.

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