L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 5 gennaio 2020

Libia - non è mai troppo tardi. Mare Nostrum c'è lo impone, rinforziamoci a Misurata

LIBIA: CHI È CAUSA DEL SUO MAL PIANGA SÉ STESSO. LA MISSIONE MILITARE CHE NON CI FU


(di Tiziano Ciocchetti)
04/01/20 

Ormai la Turchia ha allungato le mani sulla Libia, o almeno sulla Tripolitania. Il memorandum firmato a novembre tra al-Sarraj e il presidente turco Erdoğan costituisce una grave minaccia per le forze del generale Haftar.

A 36 ore dal voto del Parlamento di Ankara a favore di un intervento militare, il silenzio del nostro Esecutivo è assordante.

Il premier al-Sarraj – insediato a Tripoli grazie all’appoggio di Roma – chiedeva aiuti militari per difendersi dall’attacco dell’uomo forte della Cirenaica, noi rispondevamo con delegazioni diplomatiche.

Eppure, almeno inizialmente, avevamo ben altre intenzioni.

Nel 2015, il governo Renzi, si era impegnato ad appoggiare in maniera diretta l’insediamento del Governo di Unità Nazionale di al-Sarraj, con l’invio 5.000 soldati in Libia.

Dopo aver verificato le condizioni operative, il COI (Comando Operativo di vertice Interforze) che coordina tutte le operazioni militari italiane all’estero, avrebbe utilizzato, nella fase iniziale della missione, la 2° brigata CC di Livorno, con reparti operativi del 1° rgt CC paracadutisti del Tuscania, del 7° rgt CC di Laives, incaricati della protezione e della sicurezza del governo di al-Sarraj, nonché delle strutture pubbliche come il Parlamento, la televisione di stato e i servizi pubblici. Insieme ad altri assetti dell’Esercito, come i parà della Folgore, i Rangers del Monte Cervino avrebbero garantito la sicurezza della sede ONU a Tripoli. Inoltre, i militari italiani avrebbero curato l’addestramento del ricostituito esercito libico, fedele al governo di Tripoli (impedendo così il proliferare delle milizie turcofone di Misurata).


I distaccamenti delle forze speciali (Col Moschin e GOI) si sarebbero incaricati di garantire la continuità di flusso e carico dei prodotti petroliferi dei terminal costieri ed intervenire sulle baie e darsene, dal confine tunisino a Tripoli, e da Misurata a Bengasi, da dove partivano i barconi, gommoni e vecchi pescherecci con il loro carico di migranti.

In più avrebbero monitorato tutte le basi costiere e terrestri nelle diverse wilayat libiche cadute in mano all’ISIS, onde poter colpire, con azioni mirate, i comandanti di tutti i centri occupati dai jihadisti, tra Sirte e Bengasi.

Per vari motivi (soprattutto a causa delle frange "pacifiste" in seno al PD) la missione di stabilizzazione della Libia non vide la luce.

Se allora ci fosse stato maggiore coraggio, oggi non saremmo ridotti a una nullità politica in un territorio assolutamente strategico per il nostro Paese.

Foto: U.S. Army

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