L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 9 gennaio 2020

Sovranità Territoriale, fuori gli Stati Uniti dall'Italia - La strategia italiana è il Mare Nostrum

Ben consigliato e senza pregiudizi

Il ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio sta vincendo la sfida contro « l'espertocrazia ».

di Sebastiano Caputo - 8 Gennaio 2020

Partiamo da una premessa doverosa altrimenti è inutile stare qui a raccontarci chissà cosa: l’Italia è un Paese a sovranità limitata, abbiamo firmato dei trattati internazionali, siamo nell’Alleanza Atlantica, siamo nell’Unione Europea. Insomma, il campo di azione politico e geostrategico è molto ristretto perché prima di ogni decisione, “nobiltà obbliga”, occorrerebbe coinvolgere tutti i partner occidentali. Questo significa che il giudizio sui vari inquilini della Farnesina si basa su scelte personali, aneddoti di viaggio, dichiarazioni pubbliche, strappi protocollari, movimentismo personale. Appena Luigi Di Maio, in quota pentastellata del governo giallo-rosso, fu nominato ministro degli Esteri, apriti cielo! Improvvisamente erano tutti professori di inglese con certificato C2, studenti delle scuole a pagamento della SIOI o dell’ISPI, ambasciatori al terzo mandato diplomatico. Come se “l’espertocrazia” istituzionale avesse portato chissà quali risultati storici. Come se i nomi degli ex ministri della storia recente della Seconda Repubblica, da Franco Frattini (governo Berlusconi II) a Enzo Moavero Milanesi (Governo Conte I), passando da Gianfranco Fini, Giulio Terzi di Sant’Agata, Emma Bonino, Federica Mogherini, e Angelino Alfano, verranno ricordati nei secoli dei secoli. I tempi dei Moro, dei Fanfani, degli Andreotti, dei Craxi, sono finiti da un pezzo perché esiste un problema alla base della formazione e della selezione della classe dirigente. Nei concorsi pubblici come nei partiti politici.

Non è Fanfani, Craxi o Andreotti, ma vedere tutti questi "professorini di Harvard", che si scandalizzano per l'incarico di Di Maio, fa sorridere. La speranza è che i dilettanti sbaraglino le carte alla Farnesina, altrimenti sarà mediocrazia, l'altra faccia dell'espertocrazia.

Quella alla Farnesina è stata innanzitutto una fuga personale e una sfida allo stesso tempo. Quando erano in corso le consultazioni al Quirinale, Luigi Di Maio fu l’unico – insieme ad Alessandro Di Battista e Gianluigi Paragone – a voler tenere il forno aperto con la Lega, peraltro con grandi capacità di mediazione e negoziazione, con lealtà e dignità, ma in quell’occasione venne messo in minoranza dai suoi (che hanno deciso di seguire la volontà di Beppe Grillo, Giuseppe Conte e Roberto Fico). La decisione di occupare il Ministero degli Affari Esteri prendendosi comunque la delega all’export italiano per onorare il lavoro iniziato al Ministero dello Sviluppo Economico, deriva da un malcontento personale, dalla volontà di smarcarsi dalla politica interna di un compromesso al ribasso e impopolare con il Partito Democratico, ma soprattutto per accreditarsi all’estero e preparare un’eventuale uscita di scena (che in soldoni significa conferenze ben pagate in giro per il mondo, e la possibilità di osservare da fuori l’andamento politico nazionale, vedi la parabola discendente, poi ascendente, di Matteo Renzi).


“Ettore Sequi è un diplomatico di grande esperienza, lungimirante, dinamico e preparato, con il quale, sono certo, riusciremo a fare un grande lavoro per mantenere l’Italia al centro del palcoscenico internazionale”. (Luigi di Maio)

A mancargli è ancora la statura, il physique du rôle, la possibilità di calarsi interamente nella parte del Ministro degli Affari Esteri. Troppi pensieri per la testa legati al M5S, troppi sorrisetti davanti ai giornalisti, troppa insicurezza latente nei bilaterali. Pertanto tutti quelli che lo hanno conosciuto da vicino ammettono di aver avuto davanti una persona brillante, ambiziosa, instancabile, intuitiva, professionale, studiosa, che a differenza di molti ex inquilini della Farnesina, non ha alcun tipo di pregiudizio. Una prerogativa necessaria per ricoprire quel ruolo in un Paese che più di seguire un’ideologia geopolitica precisa, deve sfruttare la sua posizione geografica, per perseguire il suo interesse nazionale, in nome del multilateralismo. Peraltro il mandato del capo del Movimento 5 Stelle avviene in un momento storico di rottura, in cui la visione della Germania è in profondo contrasto con quella degli Stati Uniti, di conseguenza l’Europa ha la possibilità ritagliarsi uno spazio autonomo nel grande gioco delle superpotenze di Mare e di Terra. Tutto è iniziato con la nomina come capo di gabinetto di Ettore Francesco Sequi, ex Ambasciatore a Pechino, tra i migliori diplomatici in circolazione, nonché deciso promotore dell’adesione alla Via della Seta. Ma il rafforzamento dei rapporti con la Cina è solo un tassello di un indirizzo internazionale di medio e lungo periodo. C’è il tema delle sanzioni alla Russia, e come ha rivelato Franco Frattini in un’intervista a La Stampa, Di Maio di recente in visita a Bruxelles ha chiesto all’Alto rappresentante dell’Unione Europea Josep Borrell di inserire in agenda la ridiscussione completa delle sanzioni alla Russia. E infine il Mediterraneo allargato, area che si trova al centro della nostra politica regionale ed energetica. Dalla Siria alla Libia, l’Italia ha deciso di inserirsi giustamente nel processo diplomatico e militare turco-russo.

Fotografia scattata Mercoledì 18 Dicembre 2019 al Pio Sodalizio dei Piceni in occasione del dialogo sul Vicino e Medio Oriente tra Marija Chodynskaja-Goleniščeva, diplomatica russa e autrice di Sandro Teti Editore, e Sebastiano Caputo.

Dopo le aperture a Bashar Al Assad, col ripristino del dialogo con il governo di Damasco, Luigi Di Maio ha sfruttato il momento dell’incontro con il suo omologo Mevlut Cavusoglu per chiedere l’apertura di un tavolo tecnico sulla crisi libica insieme ai governi di Mosca e di Ankara, una sorta di formato a porte chiuse a tre sul modello “Astana” in Siria dove partecipano membri del governo e intelligence dei rispettivi Paesi. E’ la soluzione che ci aveva anche suggerito Marija Chodynskaja-Goleniščeva, diplomatica, analista, scrittrice e arabista russa, che ora segue le questioni mediorientali presso il Ministero degli Affari Esteri a Mosca, in occasione della presentazione a Roma (da noi co-organizzata) del suo ultimo libro Siria. Il tormentato cammino verso la pace (Sandro Teti Editore). “Non è facendo stringere le mani a Serraj e ad Haftar davanti ai fotografi che risolverete la situazione in Libia, guardate in Siria, senza grande clamore, come stiamo riunificando il Paese a pochi anni dal nostro intervento militare e diplomatico, con gli Stati Uniti che stanno fuori dalla porta a guardare” aveva più o meno detto pubblicamente l’allieva di Sergei Lavrov. E a chi ora lo incrimina di non essere stato avvertito da Mike Pompeo prima dell’assassinio del Generale iraniano Qassem Suleimani, beh quella è una buona notizia. Gli americani se ti chiamano è per darti degli ordini mica per chiederti un parere. Come accadde a Sigonella.

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