L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 7 gennaio 2020

Teheran potrebbe anche valutare una risposta del tipo “l’occhio per occhio”, cercando quindi di uccidere ufficiali di alto rango, politici o diplomatici statunitensi

I possibili obiettivi della rappresaglia iraniana


6 gennaio 2020
di Gianandrea Gaiani
in Analisi Mondo



Poche ore dopo l’uccisione a Baghdad del generale Qassem Soleimani ad opera di un missile statunitense l’ayatollah Ali Khamenei, “guida suprema” dell’Iran, ha annunciato che una “dura vendetta attende i criminali, le cui mani nefaste si sono macchiate del sangue di Soleimani e degli altri martiri”.

Difficile ipotizzare quali rappresaglie vengano prese in esame anche se alcuni elementi possono venire considerati più probabili ma certo non possono essere considerate “risposte adeguate” i lanci di razzi verso l’ambasciata americana a Baghdad o alcune basi statunitensi in Iraq delle ultime 48 ore.



L’Iran non può non rispondere all’uccisione di un suo alto ufficiale: Soleimani non era infatti né un terrorista né un miliziano ma un alto ufficiale del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (IRGC). La risposta dovrà per forza di cose bilanciata: eclatante quanto basta ma non così tanto da giustificare una ancor più vasta ritorsione bellica statunitense che porterebbe probabilmente alla guerra aperta.

Anche in base a queste valutazioni potrebbero essere da escludere attacchi con missili balistici o da crociera contro installazioni petrolifere, città e basi militari statunitensi situate nei Paesi arabi del Golfo: Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita.

Anzi, sul piano politico l’Iran non dovrebbe commettere l’errore di colpire i paesi arabi alleati di Washington nella regione ma solo bersagli statunitensi per accentuare l’isolamento degli USA dagli stessi paesi tradizionalmente amici della regione i quali, con l’esclusione di Israele, mostrano preoccupazione per le possibili conseguenze dell’eliminazione di Soleimani.



Non è un caso che la reazione saudita all’uccisione del generale iraniano sia stata cauta e misurata, quasi una conferma indiretta che sauditi e iraniano stessero dialogando per ridurre la tensione nel Golfo.

L’Iran ha subito un duro smacco ma, come ha ben capito il presidente Hassan Rohani, ha oggi una grande occasione per denunciare gli USA come i veri aggressori che violano la sovranità degli Stati arabi come hanno fatto con l’Iraq uccidendo Soleimani, da quanto si è appreso ospite di Baghdad per incontri con i vertici governativi. iracheni.

“La mossa degli Stati Uniti è stata un grande errore in quanto ha violato l’integrità territoriale dell’Iraq e ha condotto atti terroristici nel suolo di quel Paese, minando la sua indipendenza”, ha detto Rohani.

Mahdi (nella foto sopra), premier dell’esecutivo iracheno, mai così fragile come ora e molto sensibile alle pressioni di Teheran, ha incoraggiato il voto del parlamento di Baghdad (assenti i deputati curdi e sunniti) che ieri ha chiesto il ritiro della Coalizione internazionale anti-Isis a guida statunitense, cioè dei 5.200 militari americani ancora presenti in Iraq ma anche degli altri contingenti dell’Operazione Inherent Resolve.



Uno sviluppo che determinerà anche il ritiro dei contingenti alleati della Coalizione, incluso quello italiano con 900 militari ma costituirebbe uno smacco relativo per l’Amministrazione Trump, che da tempo ha in programma il ritiro delle truppe anche dall’Iraq.

Ciò nonostante, se la legge che impone il ritiro della Coalizione verrà promulgata dal parlamento, l’Iraq si troverebbe ancora più strettamente avvinghiato all’Iran accentuando così i contrasti tra Baghdad e le componenti sunnite e curde. Un altro elemento assai probabile è che il compito di vendicare l’eroe nazionale iraniano venga affidata ai pasdaran, il corpo di cui Soleimani era uno dei leader guidando la divisione “al-Quds” (Gerusalemme) che gestisce le operazioni all’estero.

Da non escludere, se la rappresaglia venisse scatenata in Iraq, anche il coinvolgimento delle milizie scite irachene che nel raid aereo americano del 2 gennaio hanno perduto il loro vicecomandante, Abu Mahdi al-Muhandis.

Venendo ai potenziali bersagli, i più esposti sono certamente quelli statunitensi in territorio iracheno (dall’ambasciata alle basi militari come quella aerea di Balad) circondate di fatto da milizie scite. Obiettivi pieni di militari e contractors, facili da colpire con azioni di sabotaggio, esplosivi, lancio di razzi, fuoco di mortai o attacchi diretti.

Non a caso gli statunitensi mantengono costantemente in volo sull’Iraq cacciabombardieri in grado di intervenire rapidamente a difesa delle basi americane. Teheran potrebbe anche valutare una risposta del tipo “l’occhio per occhio”, cercando quindi di uccidere ufficiali di alto rango, politici o diplomatici statunitensi.



Possibili bersagli militari prioritari di attacchi aerei, droni, attentati o incursioni di forze speciali sarebbero in tal caso il comandante della Coalizione anti Isis (Operazione Inherent Resolve), il generale Pat White, o il comandate del Central Command (Centcom) che gestisce tutte le operazioni in Medio Oriente e Asia Centrale, generale Kenneth F. McKenzie, l’ammiraglio James Malloy che guida la Quinta Flotta dal comando in Bahrein o altri alti ufficiali dipendenti dal Centcom.

Figure la cui sicurezza è stata sicuramente rafforzata come del resto accade per installazioni militari e sedi diplomatiche statunitensi, specie quelle in Medio Oriente che potrebbero rientrare più facilmente nel raggio d’azione delle armi e dell’intelligence iraniani.

L’ipotesi di attacchi cyber, da più parti evocata, difficilmente verrebbe considerata dai pasdaran sufficiente a vendicare l’eliminazione di una figura di spicco come Soleimani. Poco probabili, per le ragioni sopra esposte, rappresaglie che minaccino la navigazione nel Golfo Persico mettendo a repentaglio il traffico di petroliere e l’export petrolifero.

Teheran, e in particolare i pasdaran, dispongono di molti mezzi per attuare operazioni simili, inclusi sottomarini tascabili e barchini esplosivi impiegabili contro navi militari o commerciali, ma atti del genere asseconderebbero gli sforzi statunitensi tesi a far percepire l’Iran come una minaccia per l’intera comunità internazionale.

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