L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 7 gennaio 2020

Trump nel 2015 ha dichiarato guerra illimitata all'Iran

Lo scenario. La «lunga mano» dell'Iran sull'America

Francesco Palmas domenica 5 gennaio 2020

Il generale delle Guardie rivoluzionarie Abuhamzeh minaccia: «Abbiamo nel mirino 35 installazioni vitali Usa in Medio Oriente Anche Tel Aviv è a portata dei nostri missili»

I militari Usa sono in stato di allerta: marine di guardia sulla torretta dell’amba-sciata nella Zona verde a Baghdad - Reuters

«Abbiamo nel mirino 35 installazioni vitali americane in Medio Oriente. Anche Tel Aviv è a portata dei nostri missili ». Non lascia adito a dubbi la minaccia del generale iraniano Gholamali Abuhamzeh, uno dei comandanti della Guardie rivoluzionarie. Teheran ha solo l’imbarazzo della scelta. Deve solo decidere tempi e luoghi della rappresaglia contro il raid statunitense che ha ucciso il generale Qassem Soleimani. I fronti più caldi sono in Iraq, a Hormuz e a ridosso di Israele.

Un’insurrezione in Iraq?
Il territorio iracheno si presta benissimo alle operazioni simmetriche e asimmetriche dell’Iran. Teheran ha rifornito di missili e razzi le Forze di mobilitazione popolare (le stesse dell’assedio all’ambasciata Usa). Come se non bastasse le decine di installazioni americane in Iraq, fra il Kurdistan e Baghdad, sono a portata di tiro dei missili a medio raggio iraniani. I pasdaran possono fomentare rivolte popolari contro la presenza americana in Iraq e ordire attentati esplosivi. Durante la seconda guerra del Golfo hanno orchestrato non meno di un migliaio di operazioni anti-americane, portando alla morte di oltre 600 militari Usa.

Colpire Hormuz?
Lo Stretto di Hormuz, grande crocevia del petrolio, è quanto mai affollato. Quasi una polveriera pronta a esplo- dere. La marina dei pasdaran è espressamente addestrata a guerreggiarvi. In meno di un giorno, può esplodere 300 missili terra-mare. Dalle fortificazioni fra Jask e Chabahar può bersagliare obiettivi situati fra 120 e 400 chilometri, compreso il quartier generale della quinta flotta Usa, a Manama, in Bahrein. L’Iran punterebbe a saturare le contromisure di alcuni obiettivi chiave: portaerei, portaelicotteri, rifornitori e navi da trasporto truppe americane. Gli ancoraggi sauditi ed emiratini sarebbero bombardati con missili balistici terra-terra Shahab 1 e 2. Nel complesso è una strategia che mira a federare mezzi di ogni tipo: navi, missili terrestri, razzi costieri e forze aeree: su questo si addestrano da anni con maniovre navali e di terra.

Israele nel mirino?
Israele è in cima alla lista degli obiettivi iraniani. Teheran può colpire direttamente e indirettamente il Paese. Primo: ha i missili Shabab 3 capaci di raggiungere il nord e il centro di Israele, insieme ai Sejil 2. Secondo: può mobilitare i suoi accoliti libanesi e palestinesi. «Esiste una probabilità crescente che il prossimo conflitto avvenga su più fronti simultaneamente», ammoniva pochi anni fa il piano difensivo israeliano Halamish. Lo spettro di uno strangolamento è oggi più che mai incarnato dalla triplice minaccia dell’Iran, di Hezbollah e delle milizie sciite fra il Libano e il Golan, la Siria e l’Iraq, le fazioni palestinesi di Gaza, e la destabilizzazione del Sinai egiziano.

Un’operazione speciale?
Nel mosaico di opzioni in mano iraniana, non meno decisivo può essere l’apporto delle forze speciali: le Sepah al-Quds, dipendenti direttamente dall’intelligence dei pasdaran e abbastanza numerose da formare due brigate di 5-6mila uomini. Equipaggiati con armi moderne, gli uomini delle forze speciali iraniane si addestrano alla guerriglia urbana ed extraurbana tanto in patria, quanto in Libano. Se richiesti, sono pronti a scatenare quasi ovunque operazioni insurrezionali e terroristiche, grazie a reti clandestine oliate da decenni di guerre segrete. Hanno messo lo zampino in molti conflitti dell’ultimo trentennio: nei Balcani bosniaci e nel Darfur, in Iraq e in Afghanistan, in Palestina e in Libano, apportando un quid pluris ai guerriglieri dell’internazionale jihadista.

Le cellule clandestine
Funzionari occidentali, diplomatici statunitensi e militari sono nel mirino dell’intelligence iraniana. I Guardiani della rivoluzione hanno legami cosmopoliti, articolati in un duplice comitato: uno informativo e l’altro operativo, braccio armato di innumerevoli omicidi politici. Hanno cellule dormienti in Europa, Sudamerica, nei Paesi del Levante e in quelli del Golfo, spesso coperti dalla Mezzaluna Rossa e dalle fondazioni. Pur completamente autonomi, gli 007 militari si servono delle stesse coperture della Vevak civile. Hanno personale infiltrato un po’ ovunque: nell’agenzia di stampa Irna come nell’Irib radiotelevisiva, nelle associazioni culturali e caritative, nelle aziende e nelle ambasciate, diffuse in oltre 100 Paesi. Vienna è un osservatorio privilegiato, forse per le riunioni dell’Aiea e dell’Opec. Da qui possono essere mobilitati gli agenti sotto copertura, con piani per colpire in Occidente gli interessi di Israele e Usa.

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