L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 15 febbraio 2020

e ci daranno il Mes con un'ulteriore tradimento del falso ideologico del M5S in linea con il corrotto euroimbecille Pd con l'avallo della Lega con l'intervista di Giorgetti che reputa il Progetto Criminale dell'Euro insindacabile

Tasse, il convitato di pietra

di Leonardo Mazze
12 febbraio 2020

La firma sul Mes si avvicina? La morsa euro-tedesca sull'Italia si va facendo sempre più soffocante? E chissenefrega! La politica italiana, quella del palazzo come quella dei media; quella della maggioranza, come quella dell'opposizione di sua maestà, parla d'altro. Parla di tasse, della volontà di ridurle. A sentire certi discorsi quasi fino ad azzerarle...

Nulla più di questo tema eccita la propaganda, fino a farla diventare ridicola, tanto grande è il divario tra questo chiacchiericcio da ubriachi e la sobria realtà delle cose. Da decenni si discute della riduzione delle tasse, ma i dati ufficiali sono lì a mostrarci, anno dopo anno, solo millimetriche variazioni della pressione fiscale. Variazioni dovute in genere più all'andamento del Pil che non a qualche modifica strutturale del sistema fiscale.

Come si vede nella figura sotto, è dall'inizio degli anni '90 che la pressione fiscale si è sostanzialmente stabilizzata ben al di sopra del 40%, e negli ultimi anni attorno al 42%. Guarda caso, il momento di svolta verso l'alto coincide esattamente con il Trattato di Maastrischt e l'avvio delle politiche per entrare nell'euro. Chissà perché...


Bene. A questo punto uno dovrebbe chiedersi cos'è cambiato nei vincoli dello strozzinaggio europeo, se oggi si torna a parlare così allegramente di riduzione delle tasse. Ovviamente non è cambiato nulla. Anzi, ad esser precisi, qualcosa sta cambiando in peggio per almeno tre motivi. Intanto le nuove regole del Mes, ma pure quelle dell'Unione bancaria, sono tese a rendere più problematica la gestione del debito pubblico italiano. In secondo luogo, tira aria di una nuova crisi finanziaria. Infine, le simpaticissime "clausole di salvaguardia", lasciate in vita anche dal Giuseppi 2, sono lì a ricordarci come stanno le cose.

Per non farla troppo lunga limitiamoci a quest'ultimo aspetto, più che sufficiente a dimostrare la vacuità - peggio ancora, l'integrale disonestà intellettuale di certi discorsi. Mentre il duo Conte-Gualtieri galleggia sulla modestissima riduzione del "cuneo fiscale" (3 miliardi nel 2020, 6 nel 2021), il renziano Marattin spara una diminuzione complessiva dell'Irpef di 18 miliardi. Una cifra da far impallidire quelle della Lega, che nell'estate scorsa, quando ancora era al governo, fece rapidamente scendere i numeri della sua flat tax dai cinquanta miliardi iniziali, a trenta, a venti, attestandosi infine a dieci (ovviamente del tutto ipotetici) miliardi.

Il solito Federico Fubini ricordava ieri sulle pagine del Corsera il piccolo particolare delle "clausole di salvaguardia", quel meccanismo micidiale in base al quale l'Italia si lega le mani con l'Unione europea, impegnandosi anno dopo anno ad un aumento dell'IVA e delle accise se non diversamente compensato con altre tasse od altri tagli. Giusto per dare l'idea, si tratta di 20 miliardi per il 2021 e di 27 per il 2022. Sempre per dare l'idea, il totale di 47 miliardi rappresenta quasi il 3% del Pil!

Come ricordava Programma 101 nell'ottobre scorso, contestando il trionfalismo del duo Pd-M5s sul fisco:
«... le clausole di salvaguardia dell'IVA non sono state cancellate, bensì solo congelate per il prossimo anno. Ciò significa che già dalla primavera prossima ripartirà il solito tormentone su come rinviarle un'altra volta, condizionando così ogni possibilità di future manovre davvero espansive».

Eravamo stati facili profeti. Perfino un po' troppo ottimisti, visto che il tormentone è già ripartito e la primavera è ancora lontana.

Come pensa il governo di far quadrare il cerchio di una qualche riduzione dell'Irpef nel quadro di un'austerità fiscale che stando nell'euro non potrà che continuare? La modesta impressione di chi scrive è che alla fine la montagna partorirà il solito topolino. Probabilmente scontentando tutti, sia chi avrà benefici troppo modesti, sia chi si ritroverà invece con aggravi insopportabili. Il giochino sembrerebbe quello di ridurre un po' le aliquote dell'Irpef, per poi recuperare (prevedibilmente con gli interessi) sul fronte dell'IVA, delle accise e (tagliandoli) degli sgravi fiscali.

Nulla di diverso da quel che voleva fare l'ultraliberista Tria. D'altronde, quella di ridurre le imposte sul reddito, per aumentare invece quelle sui consumi, è un'idea tipicamente liberista. Che ha fra l'altro l'obiettivo di vanificare il principio costituzionale della progressività dell'imposizione fiscale, dato che se l'Irpef è l'unica imposta progressiva, IVA ed accise ovviamente non possono esserlo. Come si vede l'idea reaganiana della flat tax piace anche al cosiddetto "centrosinistra", non solo ad una destra che da sempre ne fa una bandiera. Ad esempio, secondo l'economista ed ex parlamentare dell'Ulivo prodiano Nicola Rossi (ce ne siamo occupati in questo articolo del 2017), l'IVA dovrebbe salire al 25%, la stessa percentuale della sua proposta di flat tax sull'Irpef, ma anche quella (lorsignori ringraziano, i futuri pensionati un po' meno) cui far scendere i contributi previdenziali.

Se questo è lo schema di massima, ovviamente la sua realizzazione non potrà essere istantanea. Ecco allora che si parla per adesso di tagli agli sgravi fiscali, ma "solo selettivi", senza ulteriori precisazioni; di aumenti dell'IVA, ma "solo" sull'aliquota intermedia del 10%, mettendo nel mirino (chissà perché) sopratutto gli alberghi e i ristoranti.

Come si vede siamo solo ai preliminari. Ma è chiaro che schiodato il principio l'intenzione è quella di andare ben oltre. D'altra parte - sul punto non ci ripeteremo mai abbastanza - non è pensabile un'uscita dall'austerità restando nell'Ue. Di questo se ne facciano tutti una ragione: sia gli europeisti a prova di bomba dell'attuale maggioranza, sia quelli a naso storto ma a schiena curva del cosiddetto "centrodestra".

Dov'è infatti il vero problema? Chiunque guardi alle cose con spirito obiettivo non avrà difficoltà a riconoscerlo: esso (il problema) sta in quel 25% di Pil che manca all'Italia a causa dell'euro. Ragionando all'ingrosso, se non avessimo perso quel 25% del Prodotto interno lordo, le attuali entrate tributarie e contributive determinerebbero una pressione fiscale complessiva del 35%, contro quella di oggi superiore al 42%.

Ridurre le tasse è dunque possibile, ma solo ad una condizione: quella di uscire dalla crisi. Ma siccome, i fatti stanno lì a dimostrarlo, non si esce dalla crisi senza uscire dalla gabbia europea, solo l'Italexit potrà dare una risposta al problema. Fuori da quella gabbia la riduzione fiscale potrà essere benzina per il rilancio dell'economia, dentro quella prigione si potrà solo tirare - un po' da una parte, un po' dall'altra - una coperta comunque troppo stretta per dare benefici reali al grosso della popolazione.

Ecco perché l'attuale discussione sulle tasse è francamente ridicola. Bieca propaganda senza costrutto. Montagne di discorsi che produrranno non solo modestissimi topolini, ma nuovi e prevedibilissimi pasticci. Sproloqui di cui faremmo volentieri a meno. Conti senza l'oste destinati a durare lo spazio di un mattino. Tavoli di discussione in cui nessuno parla dell'unico commensale che conta davvero: il convitato di pietra chiamato euro.

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