L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 28 febbraio 2020

Gli ebrei-palestinesi la feccia dell'umanità, con il voto sanciscano l'usurpazione delle terre palestinesi e con queste togliendogli identità cultura tradizioni spingendoli sempre più in basso, l'obiettivo è il loro annientamento totale, genocidio


26 feb 2020
by Redazione

Una sfilza di piccole vittorie, da Soleimani all’escalation a Gaza, per il primo ministro che in vista del 2 marzo gioca la carta sempre vincente: l’espansione coloniale. E risale nei sondaggi, superando per la prima volta l’avversario Gantz: con tutti che corrono verso destra, l’elettorato israeliano sceglie l’usato sicuro. Ma lo stallo è di nuovo dietro l’angolo

Spoglio in un seggio nella precedente tornata elettorale israeliana, nel settembre 2019 (Fonte: Twitter)

di Chiara Cruciati

Roma, 26 febbraio 2020, Nena News – Benyamin Netanyahu non è il primo ministro più longevo di Israele per caso. Sa come si vince un’elezione. E a una settimana dal voto ha incassato una serie di piccole vittorie che stanno già mostrando il loro effetto sull’elettorato israeliano.

Prima l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, il 3 gennaio scorso all’aeroporto di Baghdad, con cui gli Stati Uniti hanno fatto un enorme favore all’alleato israeliano (una vittoria che segue ad anni di politiche anti-iraniane da parte dell’amministrazione Trump). Poi la presentazione in pompa magna alla Casa Bianca, un mese fa, del cosiddetto “Accordo del Secolo”, il piano di “pace” trumpiano che riconosce di fatto a Israele la sovranità su gran parte della Cisgiordania occupata, dai blocchi delle colonie alla Valle del Giordano.

Due giorni fa una nuova escalation, poi rientrata, contro la Striscia di Gaza gli ha permesso di promuovere quello che ha definito “un attacco spettacolare” contro il Jihad Islami, di cui ha bombardato le postazioni nell’enclave palestinese e fuori Damasco, dopo che un bulldozer dell’esercito aveva straziato il cadavere di un miliziano provocando un fitto lancio di razzi sulle città meridionali israeliane.

E infine ieri l’annuncio che vale sempre punti nei sondaggi: il premier israeliano ha fatto sapere di voler dare l’autorizzazione alla costruzione di circa 3.500 nuove unità abitative per coloni in una delle zone della Cisgiordania più delicate e incendiarie. Ovvero a est di Gerusalemme, parte del cosiddetto Progetto E1, corridoio di insediamenti grande 12 chilometri quadrati che dovrà collegare la Città Santa alla Valle del Giordano e spezzare in due la Cisgiordania.

“Questo (piano) è stato ritardato per sei anni e mezzo – ha detto ieri Netanyahu – Ho dato istruzioni per pubblicare immediatamente il piano per costruire 3.500 case in E1″. Appena una settimana fa un annuncio simile: 2.200 nuove unità abitative nella colonia di Har Homa, tra Betlemme e Gerusalemme (dove fino alla fine degli anni ’90 sorgeva una foresta usata dai palestinesi nel tempo libero), e altre migliaia a Givat Hamatos, nella stessa zona.

Nello specifico le nuove abitazioni di cui il premier ha parlato ieri dovrebbe sorgere tra le colonie di Kfar Adumim e Maale Adumim, tra le più ampie dei Territori Occupati. Un piano che non solo dividerebbe in due la Cisgiordania, già spezzettata in enclavi e sistemi amministrativi diversi (le Aree A, B e C disegnate dagli Accordi di Oslo del 1993), ma che provocherebbe l’espulsione forzata di almeno 2mila beduini palestinesi che in quelle terre vivono da decenni, molti da prima della creazione dello Stato di Israele e tanti altri dopo la Nakba del 1948, cacciati dal deserto del Naqab.

Un piano tanto controverso da essere stato bloccato in passato non solo dall’amministrazione Obama ma anche da quella del predecessore George W. Bush, per il timore che ponesse fine una volta per tutte e alla luce del sole alla soluzione a Due Stati, fino a poco tempo fa riferimento sia dell’Unione Europea che degli Stati Uniti, nonostante le chiare politiche filo-israeliane ne smentissero le dichiarazioni ufficiali. Ma con l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca anche la facciata di rispetto del diritto internazionale è stata erosa a una velocità impressionante. Non conta più e Netanyahu lo sa bene.

Così intende vincere le terze elezioni parlamentari che Israele si trova ad affrontare in un anno, dopo gli stalli precedenti, con il Likud del premier e l’avversario Benny Gantz a capo di Blu e Bianco incapaci di formare una coalizione di governo. Difficile che la situazione cambi dopo il 2 marzo prossimo: ago della bilancia resta l’ex ministro della Difesa, l’ultranazionalista e laico Avigdor Lieberman, da tempo fautore di un governo di unità nazionale con Likud e Blu e Bianco che tagli fuori i partitini religiosi, piccoli ma fondamentali a Netanyahu per formare un esecutivo.

Al voto di lunedì però Netanyahu si avvicina con meno ansia: nonostante il processo per corruzione di cui è stato accusato inizierà il prossimo 17 marzo, gli elettori sembrano apprezzare la continua corsa a destra dei principali candidati. E scelgono, com’è ovvio, l’usato sicuro. Secondo l’ultimo sondaggio di Channel 13, infatti, per la prima volta da mesi il Likud ha superato Blu e Bianco: 33 seggi al partito del primo ministro contro i 32 dell’ex capo di stato maggiore, in calo di ben quattro seggi dal precedente sondaggio. E alla domanda chi sia il più adatto a governare, il 40% degli intervistati ha risposto Netanyahu, contro il 30% che ha indicato Gantz.

Al terzo posto tiene la Lista Araba Unita con 14 seggi, seguita dalla coalizione di centrosinistra Labor-Gesher-Meretz (10 seggi), dalla destra di Yamina del ministro della Difesa Bennett e da Yisrael Beiteinu di Lieberman (otto seggi ciascuno). Ai partiti religiosi ultra-ortodossi Shas e United Torah Judaism andrebbero rispettivamente otto e sei seggi. Lieberman diventa ago della bilancia per il Likud: dovrebbe accettare di unirsi a Bennett e agli ultraortodossi. Lo stallo è di nuovo dietro l’angolo. Nena News

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