L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 febbraio 2020

Gramsci - la storia non è fatalmente iscritta secondo leggi scientifiche, ma in essa opera il possibile storico, ovvero gli esseri umani possono cambiare la storia nelle circostanze e nelle potenzialità del periodo storico vissuto

Storia e libertà

di Salvatore Bravo
5 febbraio 2020


Ripensare la storia con Gramsci ed a partire da Gramsci (Ales, 22 gennaio1891Roma, 27 aprile1937) è un atto di libertà e resistenza, poiché Gramsci vive la storia come il luogo ed il tempo nel quale l’essere umano si umanizza mediante la prassi e la trasformazione comunitaria delle condizioni storiche date. Gramsci resta fedele al suo destino, alla sua formazione hegelo-marxiana per cui la storia non è fatalmente iscritta secondo leggi scientifiche, ma in essa opera il possibile storico, ovvero gli esseri umani possono cambiare la storia nelle circostanze e nelle potenzialità del periodo storico vissuto. La responsabilità storica implica la consapevolezza che l’azione storica necessita della partecipazione e della passione durevoli, in quanto le variabili storiche, le opposizioni, le resistenze reazionarie possono riemergere in qualsiasi momento all’interno del moto rivoluzionario ed all’esterno. La storia umanizza, poiché il soggetto della storia, l’umanità, impara nell’organizzazione di partito ed ideologica a mediare le circostanze con il progetto ideologico. Non vi sono leggi o divinità che presuppongono i fini della storia, ma sono gli esseri umani con la lucida analisi partecipata ed organizzata ad essere il moto della storia. Contro l’utopia Gramsci propone ed oppone la responsabilità dei sottomessi, dei sudditi, che si vorrebbe tali per destino e per sempre. Si è sudditi anche nell’utopia liberatrice che ingabbia la storia in schemi prestabiliti, in quanto si sostituisce al feticismo delle merci il feticismo dei fini. La libertà emancipatrice è nell’atto di porre la storia, nella decisione collettiva capace di dinamizzare le potenzialità e le contraddizioni storiche per mettersi in cammino verso fini stabiliti dalla collettività all’interno di una lettura condivisa del presente e con la chiarezza del modello socio-economico verso cui dirigersi1:

”L'utopia consiste infatti nel non riuscire a concepire la storia come libero sviluppo, nel vedere il futuro come una solidità già sagomata, nel credere ai piani prestabiliti. L'utopia è il filisteismo, quale lo sbeffeggia Enrico Heine: i riformisti sono i filistei e gli utopisti del socialismo, come i protezionisti e i nazionalisti sono i filistei e gli utopisti della borghesia capitalistica. Enrico von Treitschke è l'esponente massimo del filisteismo tedesco (gli statolatri tedeschi ne sono i figli spirituali), come Augusto Comte e Ippolito Taine rappresentano il filisteismo francese, e Vincenzo Gioberti quello italiano. Sono quelli che predicano le missioni storiche nazionali, o credono alle vocazioni individuali, sono tutti quelli che ipotecano il futuro e credono imprigionarlo nei loro schemi prestabiliti, che non concepiscono la divina libertà, e gemono continuamente sul passato perché gli avvenimenti si sono svolti male. Non concepiscono la storia come sviluppo libero — di energie libere, che nascono e si integrano liberamente — diverso dall'evoluzione naturale, come l'uomo e le associazioni umane sono diversi dalle molecole e dagli aggregati di molecole. Non hanno imparato che la libertà è la forza immanente della storia, che fa scoppiare ogni schema prestabilito. I filistei del socialismo hanno ridotto la dottrina socialista a uno strofinaccio del pensiero, l'hanno insozzata e s'infuriano buffamente contro chi, a loro parere, non la rispetta”.

Agire e credere

La storia non è scritta per sempre, non è terminata come affermano i cantori della fine della storia. Il capitalismo assoluto vorrebbe convincerci che la storia termina con il trionfo indiscusso dell’essere umano valutato dal mercato. E’ la tragedia del tempo presente: gli esseri umani sono parte integrante del mercato, sono sul mercato che in quanto divinità terrena li valuta secondo i soli parametri economici. Mercato che decide i vincenti ed i perdenti a cui corrisponde la categoria della vita e della morte. Gramsci ci invita a riflettere sul valore dei nostri pensieri che si mutano in azioni. Se si valuta il mercato come intrascendibile è inevitabile che la storia diventi luogo e tempo senza alternative, ma se si pensa al mercato con le sue contraddizioni, se lo si giudica in modo assiologico convinti che il presente non è tutto le alternative sono possibili. In tal modo nel quotidiano entra la resistenza civile e politica senza le quali ogni prassi è impossibile. Le nostre decisioni divengono azioni, hanno un impatto nel reale, mettono in moto processi di cambiamento o conservazione. “La fine della storia” con la sua propaganda ideologica, di difesa degli interessi di pochi contro i molti precarizzati, cela il timore di questa consapevolezza. Le tecnologie sempre più invasive ed invisibili hanno il fine di inibire processi decisionali critici e collettivi, poiché essi possono deviare dal cammino prestabilito dell’economicismo dell’ultimo uomo descritto da Nietzsche nella Gaia Scienza (aforisma 125). L’ultimo uomo non urla nel mercato, ma è abitato dal mercato, Gramsci nei suoi scritti e con la sua vita testimonia che l’ultimo uomo non è tutto, l’essere umano può ancora resistere e proporre un altro modo di vivere ed esserci. Gli avvenimenti della storia dipendono dalla decisione dei molti, le circostanze offrono possibilità progettuali e non necessità uniche ed iscritte nel tessuto nella storia2

”Chi non aspetta, ma vuol subito fissare un giudizio definitivo, si propone altri scopi: scopi politici attuali, da raggiungere tra gli uomini ai quali si rivolge la sua propaganda. L'affermare che Lenin è un utopista non è un fatto di cultura, non è un giudizio storico: è un atto politico attuale. L'affermare, cosí seccamente, che le Costituzioni politiche, ecc., ecc., non è un fatto dottrinario, è il tentativo di suscitare una certa mentalità, perché l'azione si diriga in un modo piuttosto che in un altro. Nessun atto rimane senza risultati nella vita, e il credere in una piuttosto che in un'altra teoria ha i suoi particolari riflessi sull'azione: anche l'errore lascia tracce di sé, in quanto divulgato e accettato può ritardare (non certo impedire) il raggiungimento di un fine. È questa una prova che non la struttura economica determina direttamente l'azione politica, ma l'interpretazione che si dà di essa e delle cosí dette leggi che ne governano lo svolgimento. Queste leggi non hanno niente di comune con le leggi naturali, sebbene anche queste non siano obiettivi dati di fatto, ma solo costruzioni del nostro pensiero, schemi utili praticamente per comodità di studio e di insegnamento. Gli avvenimenti non dipendono dall'arbitrio di un singolo, e neppure da quello di un gruppo anche numeroso: dipendono dalle volontà di molti, le quali si rivelano dal fare o non fare certi atti dagli atteggiamenti spirituali corrispondenti, e dipendono dalla consapevolezza che una minoranza ha di queste volontà, e dal saperli piú o meno rivolgere a un fine comune dopo averle inquadrate nei poteri dello Stato. Perché gli individui, nella loro maggioranza, compiono solo determinati atti? Perché essi non hanno altro fine sociale che la conservazione della propria integrità fisiologica e morale: cosí è che si adattano alle circostanze, ripetono meccanicamente alcuni gesti i quali, per la esperienza propria o per l'educazione ricevuta (risultato delle esperienze altrui), si sono dimostrati idonei a raggiungere il fine voluto: poter vivere”.

A scuola di prassi

La scuola è uno dei luoghi in cui la coscienza si forma, essa è pertanto deputata alla prassi. Gli esseri umani sono esseri pensanti, se li si forma alla loro verità di persone pensanti comprendono pienamente la loro natura veritativa e le circostanze materiali e strutturali che li vogliono fruitori passivi della storia, oggetti delle circostanze senza voce e senza intelletto. A scuola si impara a dare forma alla propria natura nella storia, ad essere comunità. L’attacco a cui è sottoposta la scuola denuncia il timore che la scuola possa essere luogo istituzionale in cui si pensa il presente per immaginare e teorizzare un presente ed un futuro differente. Negli ultimi anni l’odio del capitalismo assoluto verso la comunità si è trasformato in proposte didattiche per trascendere la classe scolastica. Le classi itineranti sono l’ultimo espediente didattico per educare alla globalizzazione, non vi dev’essere luogo alcuno dove incontrarsi, conoscersi e parlarsi, ma gli alunni devono essere “formati” al movimento continuo su cui fondare la normalità del suddito globale e del precario globalizzato3:

”E abbiamo visto intorno a noi, affollati, stretti l’uno all’altro nei banchi scomodi e nello spazio angusto, questi allievi insoliti, per la maggior parte non piú giovani, fuori quindi dell’età in cui l’apprendere è cosa semplice e naturale, tutti poi affaticati da una giornata di officina o di ufficio, seguire con l’attenzione piú intensa il corso della lezione, sforzarsi di segnarlo sulla carta, far sentire in modo concreto che tra chi parla e chi ascolta si è stabilita una corrente vivace di intelligenza e di simpatia. Ciò non sarebbe possibile se in questi operai il desiderio di apprendere non sorgesse da una concezione del mondo che la vita stessa ha loro insegnato e ch’essi sentono il bisogno di chiarire, per possederla completamente, per poterla pienamente attuare. È una unità che preesiste e che l’insegnamento vuole rinsaldare, è una vivente unità che nelle scuole borghesi invano si cerca di creare. La nostra scuola è viva perché voi, operai, portate in essa la miglior parte di voi, quella che la fatica della officina non può fiaccare: la volontà di rendervi migliori. Tutta la superiorità della vostra classe in questo torbido e tempestoso momento, noi la vediamo espressa in questo desiderio che anima una parte sempre piú grande di voi, desiderio di acquistar conoscenza, di diventare capaci, padroni del vostro pensiero e dell’azione vostra, artefici diretti della storia della vostra classe”.

A scuola di alienazione

L’alienazione, l’estraneazione da sé e dal mondo storico è ciò che persegue il capitalismo assoluto. Le scuole sono divenute simili alle fabbriche descritte da Gramsci, in cui si impara con la ripetizione del gesto a subire la storia, a normalizzare la quotidiana mortificazione dell’alienazione. Le scuole all’epoca del capitalismo assoluto insegnato a percepire e pensare il mondo secondo la forma del mercato mediante la ripetizione ossessiva e continua di parole che divengono azione: competizione, successo formativo, credito e debito. Al gesto ripetitivo della fabbrica si è sostituito un mondo di parole ripetute in modo automatico al fine di omologare, amalgamare e ridurre ogni prospettiva al solo mercato globale e precario. L’azienda è divenuta il modello culturale di vita mediate il quale pensare se stessi, è così inevitabile che ci si autopercepisce come enti da mettere sul mercato, ed il mercato, divinità in terra, decreta il valore monetario di ciascuno. Si attacca la scuola come ogni luogo in cui si può radicare la comunità, perché le condizioni inumane di vita sono palesi, per cui lo scambio dialogico può divenire organizzazione e resistenza contro la globalizzazione della fabbrica-azienda4:

”La classe operaia si è identificata con la fabbrica, si è identificata con la produzione: il proletario non può vivere senza lavorare, e senza lavorare metodicamente e ordinatamente. La divisione del lavoro ha creato l’unità psicologica della classe proletaria, ha creato nel mondo proletario quel corpo di sentimenti, di istinti, di pensieri, di costumi, di abitudini, di affetti che si riassumono nell’espressione: solidarietà di classe. Nella fabbrica ogni proletario è condotto a concepire se stesso come inseparabile dai suoi compagni di lavoro: potrebbe la materia informe accatastata nei magazzini circolare nel mondo come oggetto utile alla vita degli uomini in società, se un solo anello mancasse al sistema di lavoro nella produzione industriale? Quanto piú il proletario si specializza in un gesto professionale, tanto piú sente l’indispensabilità dei compagni, tanto piú sente di essere la cellula di un corpo organizzato, di un corpo intimamente unificato e coeso; tanto piú sente la necessità dell’ordine, del metodo, della precisione, tanto piú sente la necessità che tutto il mondo sia come una sola immensa fabbrica, organizzata con la stessa precisione, lo stesso metodo, lo stesso ordine che egli verifica essere vitale nella fabbrica dove lavora; tanto piú sente la necessità che l’ordine, la precisione, il metodo che vivificano la fabbrica siano proiettati nel sistema di rapporti che lega una fabbrica a un’altra, una città a un’altra, una nazione a un’altra nazione”.

La solitudine del cittadino globale

Gramsci dinanzi all’alienazione planetaria propone come modello alternativo: i consigli di fabbrica, i soviet, poiché solo partendo da un’organizzazione e da un’associazione dal basso è possibile stabilire finalità che non siano esclusivamente monetarie. I consigli di fabbrica con cui la Rivoluzione russa è iniziata sono per Gramsci, il luogo dove riorganizzare il vivere sociale secondo finalità veritative, umane e disalienanti. Gramsci oppone al consiglio di fabbrica il sindacato che invece ha una funzione conservatrice, di mediazione tra il capitale ed i lavoratori, in tal modo è parte del sistema di conservazione ed alienazione. Il sindacato è parte della forma mentis del capitalismo, poiché riduce le tensioni tra il capitale ad i lavoratori al solo aspetto salariale5:

"Se la concezione che fa del Consiglio un mero strumento di lotta sindacale si materializza in una disciplina burocratica e in una facoltà di controllo diretto del sindacato sul Consiglio, il Consiglio si isterilisce come espansione rivoluzionaria, come forma dello sviluppo reale della rivoluzione proletaria che tende spontaneamente a creare nuovi modi di produzione e di lavoro, nuovi modi di disciplina, che tende a creare la società comunista. Poiché il Consiglio nasce dipendentemente dalla posizione che la classe operaia è venuta acquistando nel campo della produzione industriale, poiché il Consiglio è una necessità storica della classe operaia, il tentativo di subordinarlo gerarchicamente al sindacato determinerebbe prima o poi un cozzo tra le due istituzioni. La forza del Consiglio consiste nel fatto che esso aderisce alla coscienza della massa operaia, è la stessa coscienza della massa operaia che vuole emanciparsi autonomamente, che vuole affermare la sua libertà di iniziativa nella creazione della storia: tutta la massa partecipa alla vita del Consiglio e sente di essere qualcosa per questa sua attività. Alla vita del sindacato partecipa un numero ristrettissimo di organizzati; la forza reale del sindacato è in questo fatto, ma in questo fatto è anche una debolezza che non può essere messa alla prova senza gravissimi pericoli. Se d’altronde il sindacato poggiasse direttamente sui Consigli, non per dominarli, ma per diventarne la forma superiore, si rifletterebbe nel sindacato la tendenza propria dei Consigli a uscire in ogni istante dalla legalità industriale, a scatenare in qualsiasi momento l’azione risolutiva della guerra di classe. Il sindacato perderebbe la sua capacità a contrarre impegni, perderebbe il suo carattere di forza disciplinatrice e regolatrice delle forze impulsive della classe operaia. Se gli organizzati stabiliscono nel sindacato una disciplina rivoluzionaria, stabiliscono una disciplina che appaia alla massa come una necessità per il trionfo della rivoluzione operaia e non come una servitú verso il capitale, questa disciplina verrà indubbiamente accettata e fatta propria dal Consiglio, diverrà la forma naturale dell’azione svolta dal Consiglio”.

Ripensare il presente con Gramsci

“Il presente non è tutto”, poiché il passato può diventare forza plastica che ci orienta a capire il presente ed ad orientarci verso il futuro solo se opponiamo all’attuale cultura dell’astratto, per la quale l’individuo è un atomo che vive in un presente fuggevole e privo di radicamento politico e comunitario. All’astratto dobbiamo contrapporre la concretezza della resistenza civile, culturale comunitaria, affinché ciò possa essere è necessario ricominciare a pensare il presente nelle istituzioni con l’ausilio dei classici in modo che valori, concetti, metodologie di indagine non scompaiano nella notte del mercato. Alle parole del capitale bisogna contrapporre le parole emancipative, i contenuti dei pensatori con cui imparare collettivamente a leggere il presente. Alla solitudine del mercato si deve opporre la comunità della storia la quale vive nell’attualità, ma germoglia con la presenza dei grandi pensatori senza idolatrie. Un nuovo inizio è possibile, se vi sono idee e contenuti con cui riorganizzare il presente.

Note
1 Antonio Gramsci Scritti politivi Liber Liber volume I 2008 pag. 101
2 Ibidem pp. 99 100
3 Antonio Gramsci Scritti politici Liber Liber volume II 2008 pag. 47
4 Ibidem pp 55 56
5 Antonio Gramsci Liber Liber volume III 2009 pag. 76

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