L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 28 febbraio 2020

Il ritorno dello Stato

RITORNO “CORONOVIRALE” AL REALISMO POLITICO” di Luigi Copertino

Luigi Copertino 23 Febbraio 2020 


RITORNO “CORONOVIRALE” AL REALISMO POLITICO

Il coronavirus è dunque arrivato anche in Italia. Alcuni dicono che era prevedibile giacché i virus non conoscono barriere né statuali né culturali né etniche, e da ciò traggono argomentazioni favorevoli al globalismo. Un’età impolitica come la nostra, per la quale tutto si risolve nel mercato, nell’economia, nella scienza e nella tecnica, non può arrendersi all’evidenza che le barriere sono state per millenni la difesa dei popoli contro ciò che dall’esterno poteva sconvolgere le loro forme culturali, vitali, sociali. Per millenni i popoli hanno pensato alle loro relazioni con l’altro da sé nei termini dello “scambio filtrato” ossia non generalizzato. Si badi che questo non ha impedito, anzi in un certo senso ha favorito, l’incontro tra le culture, soprattutto quando tale incontro si poneva su un più alto piano come poteva essere quello della Sapienza e della Metafisica e delle loro traduzioni filosofiche. Tra Cristianità ed Islam, ad esempio, l’osmosi sapienziale-culturale è stata, nei secoli medioevali, molto più ampia di quel che oggi, comunemente, pensano, sebbene da prospettive opposte e come tali erronee entrambe, tanto gli occidentalisti che gli islamisti.

L’umanità, fino all’età moderna, si è sempre colta una in quanto a natura ontologica ma assolutamente plurale in quanto ad identità culturali e storiche. Nel nesso tra l’unità di natura e la pluralità di cultura sta tutto il fondamento, più autentico, del Politico quale dimensione spirituale della vita associata nel contesto superiore di un Kosmos, di un Ordine, dato, donato, non auto-costruito: «le cose tutte quante/hanno ordine tra loro e questa è forma/che l’universo a Dio fa simigliante» così Dante nel “Paradiso” I, vv. 103-105.

Solo con la modernità si è iniziato a pensare al Politico come ad una autocostruzione umana su basi contrattuali – assolutizzando il conflitto “amico-nemico” invece di tenerlo quale conseguenza di una “rottura iniziale” che avrebbe potuto anche non inverarsi se l’uomo adamitico fosse rimasto fedele alla consegna ricevuta – e non più come a realtà di natura che rinvia ad un livello sacrale superiore. L’Unità sul piano trascendente dello Spirito non nega, anzi richiede, la pluralità, quindi le distinzioni ossia le barriere, sul piano naturale, immanente. Le città, i regni, gli imperi innalzavano mura, per separare l’ordine interno dal caos esterno – Roma nasce quando Romolo perimetra lo spazio sacro dell’Urbe separato dall’Orbe, in attesa questo di essere a sua volta ricompreso nella prima, sicché il gesto di Remo fu colpa di sacrilegio, punibile con la morte –, ma mura dotate di porte affinché la comunicazione con l’esterno non cessasse completamente perché mai fu del tutto dimenticata , sul piano metafisico, l’originaria unità spirituale.

Anche l’unità delle origini non era affatto uniformità indifferenziata. Al contrario da essa sono conseguite le diversificazioni, le plurime identità, che, senza l’allontanamento dalla Fonte metafisica dalla quale esse hanno causa, avrebbero mantenuto rapporti amicali e pacifici, nell’Amore Superiore non assorbente, non annichilente, e le mura non sarebbero state innalzate oppure avrebbero avuto le porte sempre aperte. Il Politico, infatti, non nasce dall’oblio dello Spirito quanto dallo Spirito stesso. Pertanto esso, il Politico, è proprio, inerente, alla natura umana. L’umanità non si dà senza il Politico ma quest’ultimo non si dà, a sua volta, se non nel contesto di un Kosmos sacro, ordinato e donato. L’oblio umano dello Spirito ha comportato non la nascita del Politico in sé ma soltanto la comparsa del conflitto quale conseguenza del nuovo, improvviso, non autentico, atteggiamento egemonico dell’uomo verso il prossimo, il mondo ed il Suo Autore.

L’imbecillità “politicamente corretta” ha fatto passare per razzismo quelle che sono normalissime misure precauzionali in caso di epidemia. Per il “sardinismo” dilagante, fenomeno al servizio delle pretese antipolitiche del globalismo del capitale finanziario apolide, imporre la quarantena obbligatoria, onde scongiurare il diffondersi del covid-19, sarebbe stata una bieca decisione contro i cinesi che solo la perfidia sovranista ha potuto prendere in considerazione. “Restiamo umani” è stato lo slogan atto a gridare la propria nullità ed impotenza che conduce direttamente all’irrealismo umanitario impolitico.

Questi pesciolini, ben pasciuti perché allevati nell’acquario di un Occidente dimentico della difficile realtà post-adamica dell’umanità attuale, ignorano che, in mancanza di efficaci terapie, per secoli la quarantena coatta è stata l’unica difesa dei popoli dal contagio. Così è stato all’epoca della peste trecentesca, così è stato agli inizi del XX secolo per la “spagnola”. Se nella scuola italiana si studiassero ancora, come le si studiava un tempo quando i banchi scolastici erano frequentati dalla generazione dello scrivente, le pagine manzoniane nelle quali si narra della peste seicentesca a Milano, i globalisti attualmente al governo non avrebbero esitato, memori di quella narrazione, nel ricorrere alla quarantena per chiunque provenisse dalla Cina. Per chiunque, non dunque solo per i cinesi perché la quarantena non è un provvedimento razzista come presume il pensiero contemporaneo volto al nulla.

Questa “sardinesca” imbecillità proviene, è del tutto evidente, dal retaggio liberale ed individualistico della modernità. Tale retaggio, infatti, è la trama filosofica dalla quale nasce l’atteggiamento libertario. Liberalismo ed individualismo – dei quali il marxismo ed il collettivismo sono soltanto delle mere estensioni (il collettivo è nient’altro che la somma anonima degli individui inappartenenti e Marx, non dimentichiamolo, era anti-statualista) – non sopportano l’idea stessa dell’Autorità politica, ossia, nella sua forma moderna, dello Stato, il cui compito tradizionalmente naturale è la difesa del popolo. Difesa e protezione che è politica, militare, economica ma, come possiamo constatare ora che essa è venuta a mancare a fronte del diffondersi del coronavirus, anche sanitaria. Uno Stato che esita ad imporre la quarantena coatta e preferisce l’appello all’auto-responsabilità individuale, affinché il singolo si sottoponga da solo, spontaneamente, al periodo di osservazione necessario alla verifica dell’avvenuto contagio, è uno Stato che abdica al suo ruolo, alla sua missione naturale, quindi a sé stesso. Uno Stato che si vuole disarmato ed impotente non è espressione del Politico ma soltanto mera amministrazione. L’amministrazione, però, è propria della sfera dell’economico, non di quella del Politico.

Che l’Autorità politica abbia un suo ruolo ed un suo spazio di più che legittima operatitivà non è verità dichiarata soltanto da Thomas Hobbes, quindi in un contesto filosofico contrattualista. Ben prima di lui, lo hanno affermato San Tommaso d’Aquino nel “De regimine principum” e San Paolo, ebreo e cittadino romano, nella Lettera ai Romani (“non invano essa [l’Autorità] porta la spada; è infatti al servizio di Dio”, Romani 13, 4). Allo stesso ordine di verità si riferiva Nostro Signore Gesù Cristo quando ha lodato la fede del centurione romano il quale, con militare apprezzamento della gerarchia, aveva osservato come non fosse necessario che Lui andasse di Persona in casa sua a guarire il servo malato perché sarebbe bastata la Sua Parola allo stesso modo che a lui centurione, che comandava cento soldati, bastava dare un ordine ai suoi sottoposti affinché questo fosse eseguito (Matteo 8, 5-13).

Se dunque tra il contrattualismo e la Rivelazione cristiana c’è il comune riconoscimento della legittimità dell’Autorità politica dove è la differenza? Essa, fondamentale, sta nella diversa radice dalla quale, nell’una e nell’altra visione, l’Autorità trae la propria legittimità.

Per i contrattualisti – Hobbes, Locke, Rousseau – tale radice sta nel contratto tra gli individui totipotenti che si accordano per regolare le reciproche e divergenti utilità. Sicché è da tale accordo che nasce l’Autorità politica delegata, dai contraenti, a far rispettare il contratto sociale, anche mediante l’uso della forza. Le differenze tra le diverse accezioni degli autori sopra richiamati – per Hobbes l’Autorità ha il pieno ed insindacabile uso della coercizione, per Locke tale potere deve essere mediato dalla costituzione a garanzia dei diritti individuali, per Rousseau invece ci sarebbe coincidenza generale tra volere statale e volere individuale – non misconoscono il contrattualismo quale quadro filosofico e concettuale nel quale essi collocano l’idea dell’Autorità auto-costruita.

Per la Rivelazione cristiana la radice dell’Autorità è, invece, nella natura ontologica dell’uomo perché egli, l’uomo, è creatura sociale per natura ossia creato da Dio come soggetto relato, appartenente, organicamente inserito in un ordine donato, non auto-costruito dall’uomo medesimo. L’Ordine, dice Tommaso d’Aquino, “ratio non facit, sed solum considerat”.

«Con riferimento alla comunità politica – scrive Danilo Castellano – …, va … rilevato: a) che essa è società naturale al pari … della famiglia; b) che essa è contemporanea alla società familiare e a quella civile; essa, cioè, non viene “dopo” le prime due ma “con” le prime due; c) che essa non “assorbe” in sé le altre società naturali ma è garanzia della loro esistenza ordinata al proprio fine. Ora, l’essere società naturale implica che la comunità politica ha un fine in sé. Questo, quindi, esistendo, va cercato e, individuato, riconosciuto. (…) ogni teoria contrattualista circa la genesi della comunità politica … non riesce … a individuare l’essenza del politico e a darne una “giustificazione” ontologicamente fondata e non razionalisticamente “costruita” (…). L’essere società naturale … implica soprattutto il dovere – come si è detto – di ricercare il fine della comunità politica, il quale … rappresenta la “condicio sine qua non” per … distinguere il potere come mero potere e, cioè, come violenza, dall’autorità e, cioè, dal potere legittimamente esercitato per far crescere l’uomo secondo il fine oggettivo intrinseco ad ogni soggetto. E’ significativo, a questo proposito, il fatto che la cultura politica di derivazione protestante, vuoi nella versione pessimistica vuoi in quella ottimistica, non riesca a “pensare” il potere se non in termini negativi e che allo Stato assegni il monopolio della violenza, quasi che con la violenza organizzata e, quindi, resa più forte di ogni altra, si riesca a evitare la guerra di tutti contro tutti» (1).

Il razionalismo costruttivista, infatti, nasce nell’ambito della svolta protestante che non è più in grado di considerare la “persona”, sostituendola con l’astrazione dell’“individuo”, né la “comunità”, nella quale la persona, per nascita, cultura, natura ontologicamente intesa, è organicamente inserita e senza della quale essa, in quanto ha il suo proprio fine nella relazione, verso l’Alto, con il Creatore ed, orizzontalmente, con il prossimo, neanche potrebbe darsi. Ecco perché, al di là dell’apparente continuità formale, sussiste una totale ed irrimediabile discontinuità sostanziale tra giusnaturalismo cattolico e contrattualismo sociale di matrice riformata. Questa insuperabile cesura è stata evidenziata dallo stesso sviluppo storico dei Paesi protestanti nei quali, dietro le forme e le terminologie “giurate” e “pattizie” ancora di eredità medioevali – si pensi al Bill of Rights inglese del 1689 che solo in apparenza mantiene il personalismo organicista sotteso alla “Magna Charta” medioevale (sorvolare su questa differenza è stato uno degli ingannevoli strumenti per accreditare una presunta radice medioevale del liberalismo moderno) –, alle “libertates” comunitarie e reali ed alla persona concreta della Cristianità è subentrata, gradualmente ma decisamente, la moderna “libertà” astratta, irrealistica, nonché l’individuo razionalisticamente concepito ossia irrelato. Storicamente l’individualismo è coevo all’assolutismo moderno. Ne è l’altra faccia perché entrambi nascono dalla stessa matrice protestante e razionalista e si sostengono a vicenda.

Nelle attuali circostanze storiche, solo alla luce della concezione realistica, di eredità romano-cristiana, è possibile spiegare la presenza dello Stato, in particolare nei momenti di crisi ma non solo, nella direzione, regolazione e gestione dell’economia come anche dei conflitti tra i ceti sociali, a sostegno della domanda ossia del lavoro. Si tratta dell’ampliamento, in precedenza inedito ma implicitamente già contenuto nel Kosmos originario, dello spazio di operatività dell’Autorità politica. La pretesa ordoliberale di ricondurre ad un impianto tradizionale il ruolo minimale da essa assegnato allo Stato di mera cornice, per “costituzionalizzare” e rendere “normativa”, anziché effettivamente contenere, la concorrenza, è smentita, sia sul piano teoretico che storico, dal detto ampliamento inteso quale potenziale sviluppo della tradizionale contestualità prioritaria dell’Autorità politica rispetto alla famiglia ed alla società civile comprensiva, quest’ultima, del mercato.

Sussiste una analogia concettuale tra l’illusione ordoliberale sulle capacità risanatrici e pacificatrici del libero mercato, nel risolvere lo scontro sociale, e l’ostinazione libertaria ed impolitica ad impedire all’Autorità politica di intervenire con la quarantena obbligatoria per arginare l’epidemia da coronavirus. In entrambi i casi agisce una sfiducia nel Politico ed una eccessiva e “fideistica” fiducia nella sola responsabilità personale del singolo, come se l’uomo, benché naturalmente tendente al Bene, non fosse ontologicamente ferito e pertanto deviato verso l’egoismo autoreferenziale.

Inebriata dai caduchi fasti della globalizzazione, luccicanti almeno fino al 2008, ed ancora incapace di svegliarsi completamente da tale ubriacatura, forse all’umanità contemporanea la pandemia da coronavirus può offrire una provvidenziale occasione, uno scossone necessario, per riprendere possesso del dominio di sé e tornare alla realtà. Anzi al Reale.

Ditelo alle “sardine” ed ai libertari di ogni scuola!

Luigi Copertino

NOTE
Cfr. Danilo Castellano “L’Ordine della Politica – saggi sul fondamento e sulle forme del Politico”, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1997, pp. 31-32.

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