L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 23 febbraio 2020

La politica italiana tutta che accetta qualsiasi ordine-capestro che viene da Euroimbecilandia

Pronta la nuova trappola europea

di Andrea Muratore
20 febbraio 2020

L’ampia discussione avvenuta nel panorama politico italiano sul Meccanismo europeo di sicurezza (Mes) ha portato a un’aspra polarizzazione del dibattito tra le opposizioni, che accusavano il governo giallorosso di svendere la sovranità economica italiana, e l’esecutivo di Giuseppe Conte, che prometteva di far sentire la sua voce in Europa per negoziare miglioramenti al trattato del “fondo salva Stati”. Tra i pochi a tentare di calmare le acque, il presidente della Consob Paolo Savona ha ricordato la stabilità dei fondamentali dell’Italia, rintuzzando dunque sia gli attacchi dell’opposizione (difficile che Roma debba in futuro ricorrere al Mes) che, soprattutto, le contraddizioni di un governo che sul Mes ha più volte contraddetto se stesso nelle dichiarazioni e nei fatti, millantando davanti al Paese un potere negoziale in Europa in realtà inesistente.

Non c’è alcuna logica emergenziale che impone a Roma un’accelerazione delle negoziazioni sul Mes né alcuna aderenza del governo Conte II alla “logica del pacchetto” approvata in una risoluzione parlamentare nel giugno dello scorso anno, che impegnava l’esecutivo a far procedere l’approvazione del Mes in parallelo a quella dello Strumento di bilancio della zona euro (Bicc) e del Sistema europeo di assicurazione dei depositi (Edis).

I comunicati dell’Eurogruppo, i cui documenti sono talmente riservati da far indispettire persino la stessa Commissione Ue, hanno chiuse de facto ogni finestra per l’Italia in tal senso, riducendo le prospettive di un reale potere negoziale in un altro fronte fondamentale: il progetto di unione bancaria.

Come sottolinea Formiche, più che al Mes “la vera minaccia per le nostre banche ed imprese è connessa all’impostazione che la Germania vorrebbe dare al progetto di Unione bancaria europea. Più in particolare, il problema nasce dal fatto che l’approvazione dell’Unione bancaria si è impantanato davanti allo scoglio costituito dal Terzo Pilastro relativo all’assicurazione unica a livello europeo sui depositi bancari. E questo a causa dell’intransigenza della Germania”.

Berlino, in sostanza, ritiene che il processo di condivisione del rischio sui depositi sia eccessivamente sbilanciato a favore dei Paesi mediterranei, i cui istituti mantengono nei bilanci elevate quantità di titoli di debito pubblico fortemente liquidi sui mercati finanziari. Secondo la Germania, i differenziali di rischio tra i titoli dei diversi Paesi comporterebbero come conseguenza un’assicurazione sul rischio di default dei Paesi mediterranei ad opera della finanza dei Paesi continentali. La proposta del ministro delle Finanze Olof Scholz è in tal senso ben precisa: fissare dei massimali per il possesso di titoli di debito pubblico da parte degli istituti europei.

Nel primo documento di definizione della nuova unione bancaria, l’Ecofin ha inserito un meccanismo simile a quello proposto da Scholz, che permetterebbe di incentivare la diversificazione dei titoli di Stato nei bilanci delle banche, imponendo alle banche europee di contribuire a un fondo di garanzia correlato alla concentrazione dei titoli di Stato nei loro bilanci e introducendo dei costi capaci di penalizzare gli istituti eccessivamente appiattiti su un singolo strumento (ad esempio i Btp decennali). In questo contesto le nostre banche, per non essere colpite nella loro attività operativa, dovrebbero disfarsi di oltre 384 miliardi di euro di titoli detenuti nei loro bilanci e molto spesso rinnovati a ciclo continuo.

Il Mes diverrebbe in tal senso un fattore di moltiplicazione del rischio principale, quello di un’unione bancaria eccessivamente sfavorevole per l’Italia, qualora fosse confermato ciò che il Sole 24 Ore ha anticipato nella giornata del 9 febbraio, ovvero l’indiscrezione secondo cui il Consiglio europeo sarebbe pronto a “raccomandare” la diminuzione del rischio insito nell’attività bancaria come conseguenza diretta dell’entrata in vigore della riforma del fondo salva-Stati. Il giorno precedente il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si era apertamente dichiarato contrario, nel corso di un intervento pubblico a Brescia, all’ipotesi di un meccanismo di calcolo dei titoli di debito pubblico che l’Unione sembra però aver già fatto suo. E ci si chiede con che capitale politico reale Roma potrebbe contribuire a riformare una proposta made in Germany dopo non essere riuscita a strappare concessioni significative né sulla manovra finanziaria né sul fronte Mes.

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