L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 24 febbraio 2020

«Se sembra un’anatra, nuota come un’anatra e starnazza come un’anatra, allora probabilmente è un’anatra». Salvini è un'anatra

La ritirata di Salvini

di Leonardo Mazzei
22 febbraio 2020

Chi dia la linea nella Lega sulle cose che contano sta scritto sulla carta dei giornali. Insistervi sarebbe superfluo. E per qualcuno doloroso assai. Meglio continuare a fare finta di non aver capito, come fece quel tale sui minibot.

Circa un anno fa scrissi un primo articolo su quanto fosse in realtà resistibile l’ascesa, allora apparentemente inarrestabile, del secondo Matteo, quello che non va a sciare sull’Himalaya.

Le europee del maggio 2019 sembrarono smentire quella valutazione. Ma lo strampalato autogol d’agosto rimise le cose a posto: sulla carta Salvini restava il grande favorito per un futuro governo, ma intanto se ne doveva tornare all’opposizione.

Subìto il colpo, ecco lanciata la nuova strategia della “spallata”, il cui trionfo sarebbe stato suggellato dalle urne emiliane del 26 gennaio. Sappiamo tutti con quale risultato…

Nel frattempo, però, le cose non sono state ferme. L’autunno, anzi, è stato ricco di eventi. L’euro diventa irreversibile anche per il mangia-nutella, Draghi il candidato della Lega al Quirinale (nella versione salviniana), ma financo possibile premier in quella giorgettiana. Il tutto condito dall’apertura delle trattative per entrare nel PPE della Merkel, cioè nel principale partito che governa l’UE.

La svolta avvenuta

Ora, se di fronte a tutto ciò si vuol continuare a negare l’evidenza della svolta avvenuta, non ci resta che ricordare il Test dell’anatra:

«Se sembra un’anatra, nuota come un’anatra e starnazza come un’anatra, allora probabilmente è un’anatra».

Ed i qua qua leghisti son davvero troppi per lasciare adito a dubbi.

In politica le svolte sono spesso repentine, ma tanto più vere quanto più si ha bisogno di smentirle, di farle passare come adattamenti tattici. Ma le svolte hanno anche bisogno di tempo per dispiegarsi pienamente, affinché possano essere riconosciute appieno per quel che sono. Infine le svolte cambiano gli equilibri di potere interni al soggetto in mutazione, designando così nuovi vinti e nuovi vincitori.

A me sembra chiaro che la svolta della Lega nella sostanza è già avvenuta. Svolta neanche troppo difficile in realtà, dato che per molti aspetti si tratta solo di un ritorno alle origini filo-tedesche del partito degli anni ’90. Ovviamente la Lega non è autolesionista, dunque non tornerà al recinto padano in cui operava all’epoca. Del resto, il populismo salviniano gli ha consentito di diventare il primo partito del Paese, figuriamoci se la nomenclatura lombardo-veneta ed i riciclati a sud dell’Appennino vorranno rinunciare ad un simile bendiddio!

Ma sarà possibile conservare il ricco bottino di consensi frutto della stagione salviniana, con la normalizzazione del salvinismo necessaria ad accedere sul serio alle stanze del potere? Qui la vedo dura. Anzi, durissima. Di più: impossibile. Questo lo sanno anche i capibastone del Nord della cordata Giorgetti, ma il fatto è che non possono tenere insieme capra e cavoli. Dunque, giunti al bivio, hanno scelto di stare dove gli confà, con le oligarchie finanziarie euriste. Sanno che pagheranno un prezzo, ma contano sul fieno messo in cascina e sullo sfacelo altrui.

Perché la ritirata leghista?

Finora ho parlato di svolta, ma il termine ritirata descrive ancora meglio l’inversione ad U effettuata. L’ultima del Capitano è di ieri: «Con Giorgetti abbiamo la stessa linea sull’Europa: nessuno vuole uscire da niente». Fine del discorso, con l’unica aggiunta che «per noi viene prima l’Italia della burocrazia europea». Ammazzate! Il problema adesso è banalmente la burocrazia… Andando avanti così, tra qualche mese toccherà agli uscieri…

Si è arrivati a questa indecorosa ritirata per due motivi. Da una parte i capibastone del Nord mai hanno accettato il no-euro, tollerandolo soltanto sulla felpa salviniana come mezzo acchiappa-voti. Dall’altra, cioè da parte di Salvini, non c’è stato il coraggio di ingaggiare la battaglia. Un coraggio pari a zero nel difendere Savona mettendo sotto accusa Mattarella. Un coraggio pari a zero davanti alle porcherie europee di Tria. Un coraggio pari a zero davanti al primo, prevedibilissimo, sbuffo dello spread.

Bene, come noto, il coraggio se uno non ce l’ha non può darselo. E qui potremmo chiudere il discorso. Il mangia-nutella è solo uno spaccone. Amen.

Riuscirà il fanfarone a restare in sella?

Se come sovranista Salvini è uno zero assoluto, se la svolta europeista è ormai cosa fatta, resta il particolare di una forza data ancora al 30%, che tuttora lo candida formalmente a Palazzo Chigi. Riuscirà il fanfarone, sia pure “normalizzato”, a restare in sella verso quel traguardo?

Qui la risposta è più difficile, ma propenderei decisamente per il no.

La difficoltà risiede nella tempistica, così difficile da azzeccare di questi tempi. Ma se l’agenda fosse quella disegnata da Giorgetti, il cui passaggio decisivo è rappresentato dal voto per mandare Draghi al Quirinale nel febbraio 2022, il discorso per Salvini sarebbe probabilmente chiuso.

La crisi macina personaggi, non scordiamolo mai. Berlusconi, Monti, Renzi e pentastellati, son tutti lì a ricordarcelo. Macina però generalmente quelli di governo, e Salvini è stato abile a scansare vere responsabilità economiche nell’esecutivo gialloverde.

Attenzione, però, che si può essere macinati anche stando all’opposizione. Se sì è dei voltagabbana, pianino pianino, date tempo al tempo, vedrete che anche gli elettori se ne accorgeranno. Peraltro, se tu vuoi dar sempre l’idea di essere ormai ad un passo dalla spallata, che poi però non arriva, qualche prezzo lo paghi.

Conclusioni

Con l’assorbimento dei Cinque Stelle nella loro orbita, e con la normalizzazione in atto del salvinismo, le oligarchie euriste hanno segnato due punti fondamentali. Inutile negarlo.

E’ una vittoria che non intacca minimamente il significato più profondo della spinta populista che generò il governo gialloverde, ma è una vittoria con la quale fare i conti. Inutile illudersi.

Il cammino, appena iniziato, di Liberiamo l’Italia, muove i suoi passi proprio in questo panorama apparentemente avverso. La campagna contro il MES sarà il prossimo terreno di mobilitazione e di crescita. Su questo, ovviamente, neppure Giorgetti potrà mettere la sordina al no delle opposizioni parlamentari. Ma il no in parlamento segnerebbe solo l’ennesima sconfitta, se non fosse unito ad un forte appello alla lotta nel Paese.

Noi la nostra parte la faremo.

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