L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 12 marzo 2020

1 . Alceste

Per lo sciocco il sole è nuovo ogni giorno (post in progress)


Roma, 11 marzo 2020

Questo non è un post, ma un insieme di suggestioni in divenire. Man mano che i giorni si susseguiranno perderà qualche riga, ne guadagnerà altre. Non sono riflessioni, e nemmeno aforismi. Esse valgono a livello soggettivo; aspirano a eccitare, da Watson, alcuni Sherlock che passano distrattamente qua e là. 
Tali Sherlock dovrebbero essere in grado di decrittare nitidamente il padrone del cane.

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Il coronavirus serve a modellare la società del futuro. Meglio: è un esperimento sociale che inizia a modellare, definitivamente, la società del futuro.

L'emergenza, apice concettuale che riunisce in sé anche l'emergenza coronavirus, è utile a creare un orizzonte degli eventi. Chi non possiede la velocità di fuga necessaria cade nel Maelström antropologico.

La velocità di fuga differisce da popolo a popolo. Comprendere un passo di Aristotele o nascere a Damasco dona maggiori maggiori probabilità di sopravvivenza. Viceversa, chi ha la sfortuna di nascere a Chattanooga o vivere in Finlandia appare già condannato.

Nell'hashtag "Io resto a casa" è condensata la civiltà che il Potere anela. La civiltà della poltrona, apocalittica.

Rinunciare ai diritti costituzionali per un raffreddore è, lo riconosco, un'idea geniale.

Maggiore è la diffusione dell’idea liberale maggiore è la percentuale di dannati; chi, invece, non coltiva tale superstizione può intravedere la flebile luce dell'autentica libertà.

Libertario, liberale, liberista: termini in cui si ravvisa, etimologicamente, fraudolentemente, la parola libertà.
Sono parole, originariamente innocenti, pervertite nel loro contrario. Chi ama la vera libertà necessita, infatti, d'una ferrea disciplina, di morale stringente, di un autocontrollo monacale. Di una minore libertà.
Le statistiche e i sondaggi mentono dicendo la verità. Al contrario dei bravi ragazzi che dicono la verità anche quando mentono.

Il Grande Fratello non esiste. Siamo noi il Grande Fratello di noi stessi. Farsi prendere da crisi isteriche in una regione, il Lazio, con sei milioni di abitanti, che vanta un centinaio di contagiati ... forse. Che dire?

Nossignori, non c’è nessun despota che rimuove il passato per consegnarlo alla falsità del presente. Siamo noi quel carnefice, non altri. Sono decenni che ogniqualvolta arriva la stagione fredda e i nasi gocciolanti partono i proclami dei telegiornali: “Milioni di italiani a letto” “picco dell’influenza” “500000 contagiati in una settimana”. Gli Italiani, però, se ne fregavano. Non rari i baristi che servivano caffè e cappuccini col fazzoletto in mano; commesse col naso rosso e la raucedine che esclamavano: “Marì, ch’avessi du’ linee de febbre?”. Sternuti, scatarri e colpi di tosse coronavano i viaggi sui mezzi pubblici. Qualcuno ne approfittava per regalarsi un po’ di ferie anticipate. Stavolta, però, è diverso. Perché? Perché l’ha detto uno con la cravatta, in TV.

Il libro di un noto virologo, titolato, con fantasia scatenata, Virus, la nuova sfida, occhieggia persino dagli scaffali delle edicole. Ma come ha fatto a scriverlo in due settimane? Ma che dico: scriverlo. Scriverlo, correggerlo, corredarlo di approfondimenti scientifici, consegnare la bozza, approvare le correzioni, stamparlo, distribuirlo et cetera Più che di un instant book siamo in presenza della preveggenza d'un cartomante.

"Influenza stagionale 2018-2019 in Italia: 4,5 mln di italiani a letto, oltre 50 morti" "19 ottobre 2015: In circolazione almeno tre virus non del tutto nuovi. Attenzione ai virus simil-influenzali che potrebbero colpire otto milioni di persone".

Da quando entrai nell'adolescenza, l'Asiatica o la Cinese o la Thailandese mettevano a nanna milioni di compaesani. Qualcuno la scapolava, altri bevevano latte caldo e trangugiavano aspirine, talaltri si ficcavano a letto a dormire due giorni di seguito; i più deboli, fiaccati da malattie più gravi, anziani o bambini, morivano, semplicemente. Nessuno si occupava di queste persone se non qualche distratta statistica che, l'anno successivo, cento belinoni avrebbero esaminato a qualche tediosissimo convegno in un hotel metropolitano.

Ogni truffa su larga scala si serve di figure moralmente inattaccabili dette santini. O angeli. Gli angeli del terremoto, gli angeli dell'antimafia, gli angeli del coronavirus, gli angeli dell'antiterrorismo. Poliziotti, Protezione Civile, infermieri e medici vengono utilizzati in funzione moralistica per bloccare la dissidenza. Il micco, insomma, a furia di martellate mediatiche, è portato al seguente sillogismo da troglodita: c'è il virus; il virus è cattivo perché uccide la gente; infermieri e medici ci aiutano contro il virus cattivo; Alceste nega il virus; Alceste è contro gli angeli; Alceste si deve vergognare.
Allo stesso modo chi metteva in dubbio la dinamica dell'11 settembre non era un patriota bensì uno schifoso traditore. E perché? Perché negava il sacrificio dei pompieri. Tale ragionamento, di illogica orwelliana, era merce comune nei network americani più idioti durante l'ebbrezza del Comandante Bush jr. 
L'illogica, tuttavia, vanta una propria logica: poiché assolutamente contraria alla logica, in un mondo che ragiona al contrario assume le vesti della perfetta logica.

Com'è possibile che un branco di coglioni come i nordici europei ci vengano a insegnare le buone maniere? Non riesco a immaginare un norvegese dare ordini non dico a Gaio Mario o Anassimandro, ma nemmeno a un loro portaordini; anzi, neanche al furiere del più inetto comandante trace. Una questione di storia, di volti, di complessione intellettuale. Eppure è così. E i nostri, in Europa, cosa fanno? Abbassano il capo. Si dice: la mutazione antropologica. Ma qui siamo alla resa totale. E perché? Perché questi ominicchi, i Salvini le Meloni i Di Maio sono cresciuti a pane e ignoranza. Non sanno chi siano Gaio Mario e Anassimandro, certo; e questa è una mancanza superficiale. Ma essi li ignorano, essendo ignoranti, come fonte etica e civile dei propri atti. L'imparaticcio scolastico ha sostituito lo studio assiduo, lo slogan il sillogismo, l'associazione di idee la logica, il de relato l'indagine dei classici. E allora si fanno dare sulla voce da citrulli la cui archeologia risiede in una baita degli anni Cinquanta.

Muoiono i carcerati. Rivolte, saccheggi bestiali, guardie ferite. Nessuno si premura di dire che i morti, forse otto, forse undici, sono dovuti alla droga. La notiziola serve a ravvivare il fuoco dell'isterismo. E, di più, a titillare pannellianamente le corde che più premono. Abolizione delle carceri e legalizzazione delle droghe saranno, infatti, capisaldi della Monarchia Universale.

Abolire la scuola. A ciò si mira, ciò si avrà. La scuola, evidentemente, a qualcuno suona come la classe di Pierino e Alvaro Vitali. Ma per scuola s'intende il nerbo dell'individuo futuro: l'insegnamento e, soprattutto, l'apprendimento tramite un maestro. Un maestro non approssima solo alla verità; vi predispone alla scoperta d'essa. Vi arma. Da qui il famigerato adagio: l'allievo supera il maestro. Occorre venerare i maestri. Essi consegnano l'albero della conoscenza già sfrondato dai rami secchi o sterili. Raccogliere quel testimone equivale a scongiurare la massima di Eraclito: per lo sciocco il sole è nuovo ogni giorno.

A cosa puntava il Sessantotto, in realtà? All'assassinio dei maestri. Per questi gaglioffi, oggi in larga parte latifondisti dell'ignoranza o panciuti percettori di denaro pubblico, di destra e di sinistra, occorreva atterrare la conoscenza e ricominciare. Ricominciare dalle loro bassezze in modo da sentirsi alti. E oggi noi ricominciamo, giorno dopo giorno, tutti i giorni. Il sole è sempre nuovo, nulla dice il passato. Siamo al cricolo vizioso, alla tautologia, al palindromo.

Abolire il lavoro. A ciò si mira, ciò si avrà. La scuola e il lavoro, inteso come professione o mestiere ben definiti, individuavano alcune comunità e rendevano il cittadino qualcosa di perfettibile. Chi lavora, lavora assieme a compagni o colleghi; ha uno scopo; diviene quello scopo. Egli si differenzia, diviene qualcosa di polito, peculiare. Non un tecnico, ovviamente, ché il tecnico ama essere solo. Un avvocato, un falegname, un soldato, un liceale si distinguevano dalla massa, operavano in una confraternita di eguali: in loro conviveva l'individualità, l'alterigia e l'orgoglio della corporazione e l'ansia per la Patria.

Insegna Bakunin che la Patria è diversa dallo Stato. Si può sovvertire lo Stato in nome della Patria. Un avversario di Bakunin fu Giuseppe Mazzini.

Abolire il contante. La parola d'ordine è: dematerializzare. Quel contatto sudicio con il metallo o la carta, simboli dell'oro e veicoli di un'infezione terribile, dev'essere bandito. Nessuno più si renda conto se è povero, indigente, pezzente. Potrebbe essere ricco, chissà. Il digitale rassomiglia ognuno, Rockefeller e barboni. Purché abbiano un conto online. Il conto online, infatti, ha regole eguali per tutti, non odora, non lo si nasconde sotto il pavimento, non dà origine a regolamenti di conti. Consta di numeri eguali per tutti, il 2 o il 7 eguali per tutti. Un jet privato o un caffè in una bettola vengono saldati con gli stessi movimenti, i medesimi diteggiamenti, le identiche liturgie. Il digitale ci fa più fratelli.

L'infima forma di vita intellettuale: il giornalista. Un elemento di costoro, appartenente a una rete nazionale, s'aggira fra le piazze metafisiche di Roma, trattenendo a stento la gioia: bar e locali vuoti, edifici pubblici sbarrati, radi turisti smarriti, metroplitane deserte. "Io resto a casa" per lei è più che uno slogan giusto: è l'uovo di Colombo. Non gli passa per la testa che un tappezziere deve girare la città, farsi pagare e poi, con quelle banconote, provvedere alle fatture di casa, del supermercato, dello strozzino. Lei va, tranquilla, coi suoi tremila in saccoccia: fosse per lei sarebbe a casa, le sciocchezze da rotocalco ben si confanno al proprio salario.

Una notizia vale l'altra. Ciò che è verità a mezzogiorno viene smentito a sera. Eppure, entrambe le bugie mantengono un valore nella testa rotta dell'Italiano. Una verità, che sarà falsa l'indomani, non elimina la falsità di ieri, anzi entrambe si sommano l'una all'altra. Il registro emozionale, da donnicciola sul tavolo che sfugge al topolino nella cucina, domina al di là della verità o della menzogna. Le notizie valgono in quanto allarmi psicologici, segnali propagandistici, da cane a cuccia. 

Il basso è l'alto, il brutto è il bello: tutto ha una propria dignità poiché nessuno è in grado di dire: no. Ex falso sequitur quodlibet. Spiegai le conseguenze sociali della mancanza di logica (e del non proferire il no) nel mio risalente Breviario del cretino. Perché non ci si ribella.
Nel delineare la figura del cretino 2.0 (poi sostituita dal più pregnante termine "micco") mi esprimevo in tal modo:

P8. Al cretino 2.0 va bene tutto. Per lui, in fondo, tutto è possibile. Per lui un evento può essere bianco o nero. Tertium datur. Ma anche quartum, quintum e sextum. Rosso, verde, a pois. Perché no?

P10. Il cretino 2.0 ha finalmente abolito il nesso di causalità. Se vede il fumo non inferisce il fuoco, a meno che glielo annunci il telegiornale o un conoscente cretin-autorevole. Per lui una colonna di fumo può arrivare a significare tutto tranne l'incendio. Di solito quando il cretino 2.0 si ritrova coi piedi bruciati, dà la colpa al destino cinico e baro.

P22. Per il cretino 2.0 il passato non esiste, e neanche il futuro. Esiste il qui e ora, eternamente ripetuto e affermato. Il cretino 2.0 è senza storia. Come presentì Eraclito: "Per lo sciocco il sole è nuovo ogni giorno".

L'esperimento sociale è perfettamente riuscito. Quando scrissi, mi autocito di nuovo, ne Le rivolte che non ci saranno, che oramai i giochi erano fatti, alcuni mi diedero del disfattista. Persino il buon Eugenio Orso credeva a un prossimo scontro sanguinoso. Ma i tempi per le teste rotte e i nasi insanguinati sono finiti poiché sono finiti i portatori di quelle teste e di quei nasi. Gli Italiani, a parte sporadici e isolati scoppi di rabbia, inservibili, assomigliano a quel personaggio di Massimo Troisi che, per la rottura d'una venuzza (del naso), si metteva a letto, quale comabondo.

Si dice: ma qui lo afferma la scienza! E invece no, lo affermano i tecnici. Anche qui ci si è espressi con precisione. Un tecnico che, per la propria natura particolare, vive l'intera sua esistenza confinato nel minuscolo campo d'elezione, è incapace di vedere oltre. Chi si occupa di lumache, a esempio, saprà tutto sulle lumache. Ciò è incontestabile. E, però, alla lunga, vedrà lumache dappertutto, sempre e solo lumache. Gli manca, infatti, lo sguardo ampio che caratterizza lo scienziato o il filosofo. Lo scienziato o il filosofo non sanno tutto delle lumache; sanno, però, di altre cose che riguardano l'etternal gloria; conoscono i calcari, le poesie di John Donne, la precessioni equinoziali, l'hardcore americano dei primi anni Ottanta. Lo sguardo spazia infinitamente. Perciò essi vedono meglio, vedono più lontano o dietro gli angoli delle menzogne. Collegano fatti ad altri sconosciuti, traggono sillogismi altrimenti impensabili. Uno scienziato o un filosofo, incidentalmente, si imbattono anche negli studi sulle lumache.

I virologi dovrebbero leggere le poesie di John Donne. Una fra le tante:

Sweetest love, I do not go,
For weariness of thee,
Nor in hope the world can show
A fitter love for me

Mio dolcissimo amore, non fuggo
per stanchezza di te,
né perchè spero che il mondo possa offrirmi
un amore più degno

A che serve una poesia a un virologo, eromperà uno yahoo da tastiera, uno fra i tanti. Serve, dico io, a temperare lo sguardo. Da quando avete abbandonato la metrica, sapete tutto di lumache e poco della vita. Leggete John Donne, vedrete ogni angolo dell'esistenza in maniera diversa. L'anamorfosi. Il padrone del cane.

CONTINUA

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