L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 12 marzo 2020

All'ombra della polmonite virale la guerra degli Stati Uniti/Arabia Saudita/ebrei sionisti sul fronte dell'energia, continua, vogliono affamare la Russia e tutti i produttori di petrolio che vogliono essere liberi dai comandi statunitensi

TRA PRINCIPE E ZAR LA BATTAGLIA PER IL PRIMATO DEL PETROLIO E DELL’ENERGIA

Pubblicato 11/03/2020
DI ALBERTO NEGRI


Le battaglie al ribasso sui prezzi, come quella che avvenne al vertice Opec di Baghdad nel ’90 tra l’Iraq di Saddam e il Kuwait, possono piacere ovviamente ai consumatori ma anche aprire, oggi come allora, prospettive destabilizzanti. In palio c’è la leadership del mercato dell’energia: una guerra all’ombra del coronavirus,

Questa volta a litigare sono il principe e lo zar: a saltare per gli effetti economici globali del coronavirus non sono soltanto i mercati finanziari ma anche l’accordo tra Opec e Russia, affondato dal crollo della domanda petrolifera. Il “principe nero” di crimini e petrolio, Mohammed bin Salman, il mandante dell’assassinio del giornalista Jamal Kashoggi, dopo il conflitto in Yemen e l’ultima resa dei conti con i parenti (ha appena fatto arrestare i vertici di mezza famiglia reale) ha aperto il fronte di una nuova guerra al ribasso sul barile passato in poche ore da 45 a 31 dollari. Mai così giù negli ultimi quattro anni.

Le battaglie al ribasso sui prezzi, come quella che avvenne al vertice Opec di Baghdad nel ’90 tra l’Iraq di Saddam Hussein e il Kuwait, possono piacere ovviamente ai Paesi consumatori ma anche aprire, oggi come allora, prospettive destabilizzanti, non solo per le compagnie petrolifere.

Ci sono lacrime e sangue per tutti: la stessa Aramco, gioiello della corona saudita, è crollata in Borsa. Ma gli scenari più preoccupanti sono soprattutto in Medio Oriente nel quale sono già in corso conflitti tremendi, dalla Siria allo Yemen, e gli arsenali delle potenze regionali sono pieni come mai nella storia. L’Arabia Saudita, bersaglio nel settembre scorso dei missili degli Houthi yemeniti alleati di Teheran è diventata, secondo i dati del Sipri appena resi noti, il maggiore importatore di armi del mondo, in gran parte acquistate da Stati Uniti e Francia (terzo esportatore mondiale dietro la Russia).

Gli effetti dei ribassi possono essere prevedibili dal punto di vista economico ma assai più oscuri da quello politico: se la situazione dovesse perdurare nel tempo i bilanci di paesi produttori, già in difficoltà per motivi interni e internazionali _ come l’Iran sotto embargo, l’Algeria in una fase di transizione assai critica, l’Iraq delle rivolte e la Libia strangolata dalla guerra civile _ possono subire colpi fatali. In questi Paesi il petrolio paga tutto o quasi: dal pane sulla tavola della gente comune ai ricatti di milizie armate che nessuno tiene a freno.

La battaglia sui prezzi si è scatenata tra Riad e Mosca quando i russi hanno respinto i tagli di produzione proposti dai sauditi all’Opec. Il coordinamento della Russia aveva rivitalizzato un agonizzante Cartello petrolifero che gli Usa avevano messo alle corde invadendo il mercato con lo shale oil e lo shale gas, petrolio e gas di scisto bituminoso, diventando da Paese importatore a esportatore netto di oro nero.

Gli Stati uniti non sono certo spettatori in questa battaglia, sia dal punto di vista strategico che energetico, visto che l’Arabia saudita del principe MBS è storicamente un alleato americano e il perno dei piani mediorientali dell’amministrazione Trump, di Israele, l’antemurale nel Golfo contro l’Iran sciita, sotto embargo e che vende il suo greggio in massima parte alla Cina colpita economicamente dal coronavirus.

E’ una partita assai vasta. Tra l’altro proprio il gas era diventato la nuova arma in mano a Trump per spingere gli europei a diminuire le importazioni da Mosca: e non importa se quello americano costa più di quello russo, la geopolitica conta più dei prezzi. Al punto che dopo avere messo sanzioni alle società che stanno lavorando alla pipeline Nord Stream tra Germania Russia, gli Stati Uniti hanno imposto quote del loro gas a Berlino e Varsavia, una capitale che pur di avere una base Nato da opporre a Mosca farebbe qualunque affare, anche a perdere.

I sauditi per ritorsione contro Mosca hanno deciso di aumentare l’export di oro nero contando sul fatto che hanno i costi di produzione più bassi del mondo: circa un dollaro al barile. La Russia non vuole mollare la presa perché ha bisogno di incassare, anche se a quotazioni inferiori e, allo stesso tempo, vuole testare la resistenza dei produttori americani che hanno costi più alti e sono in forte crisi di liquidità.

Così lo zar Putin è sceso in trincea: Mosca pur di non cedere è pronta a bruciare le riserve del fondo sovrano russo (150 miliardi di dollari) per coprire le entrate mancate se il prezzo del petrolio scende a 25-30 dollari al barile.

In palio c’è la leadership del mercato dell’energia dove la Russia domina ancora le forniture di gas in Europa sia direttamente che con l’hub della Turchia di Erdogan, il quale davanti a Cipro greca combatte (anche per Mosca) la sua battaglia contro il gas offshore del Mediterraneo orientale (joint venture Eni-Total, Exxon, i giacimenti israeliani ed egiziani). E se non è guerra questa…


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