L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 19 marzo 2020

Come contribuire con una buona analisi a distruggere nelle prospettive la possibilità di cambiare in un solo paese

Il “cigno nero” e’ qui. Crisi, guerra e prospettive dello scontro di classe
di *

Che sia il canto del cigno del capitalismo decadente!
16 marzo 2020

Un castello di carte

Sotto la sferza dell’epidemia di coronavirus, una nuova crisi produttiva e finanziaria del sistema capitalistico internazionale è tornata a farsi estremamente vicina e, mai termine fu più appropriato, virulenta.

Se a dar fuoco alle polveri nel 2007/2008 sono stati i mutui sub-prime, oggi è il covid-19 ad aprire le danze, cioè uno shock esogeno, anche se tale aggettivo è corretto solo se utilizzato in senso stretto, cioè prescindendo da tutte le devastazioni che il modo di produzione capitalistico ha inferto all’ambiente naturale, nel senso più ampio del termine e che, negli ultimi decenni, si sono estese e approfondite con una progressione esponenziale.

In ogni caso, il coronavirus ha svolto la funzione di detonatore di contraddizioni e problemi che l’economia capitalistica porta in grembo da tempo e che, a dispetto del suo andamento ciclico – fatto di recessioni/crisi finanziarie e riprese successive e nonostante la situazione diversa in cui si collocano le differenti aree – si caratterizza per una difficoltà crescente della riproduzione capitalistica a scala globale, che ha la sua radice nella crescente difficoltà di valorizzazione, della quale i più sofisticati artifici della finanza speculativa e l’impiego di tutte le risorse delle Banche Centrali, capaci di creare denaro – ma non valore – dal nulla non riescono a venire a capo.

Il crollo delle Borse mondiali, iniziato nelle piazze asiatiche nelle scorse settimane ed estesosi ora a tutto il mondo occidentale, da Wall Street ai mercati finanziari europei (Milano, “centro epidemico”, è addirittura sprofondata fino al record negativo di tutti i tempi: -17% in un solo giorno, ma anche Londra, Francoforte, Parigi e New York hanno subito perdite pesantissime), segnala con una potenza dirompente che una nuova edizione della crisi sistemica del capitalismo mondiale bussa alle porte, ridicolizzando le letture minimaliste che appena qualche giorno fa i portavoce del capitalismo globale si affannavano a proporre.

L’Interim Economic Outlook dell’OCSE, ad esempio, prevedeva un rallentamento dell’economia mondiale dal 2,9% al 2,4% e manteneva previsioni ottimistiche per il PIL mondiale del 2021, confermando che le analisi degli organismi internazionali, più che “prevedere” gli avvenimenti, si sforzano di influenzarli, condizionando i comportamenti dei soggetti economici. Ma evidentemente qualcosa non quadrava in questo affresco, se nel suo The world economy at risk la stessa OCSE ipotizzava anche un possibile dimezzamento della crescita (1,5%) in un quadro di “alta incertezza dell’economia mondiale”.

E uno dei principali esponenti di tali organismi Kenneth Rogoff – ex capo economista del FMI e membro del board della FED – si è spinto a parlare di recessione mondiale, evocando lo shock petrolifero del 1973. Per quanto il parallelo col 1973 suoni beffardo, vista la situazione opposta del prezzo del greggio allora ed oggi, il sentore di un crash incombente si è dunque affacciato anche in esponenti qualificati dell’establishment.

Sta di fatto che i fattori di crisi si sono accumulati rapidissimamente nell’economia, richiamando scenari drammatici. Ancora una volta, è bastato poco per mettere in moto una reazione a catena micidiale, di cui stiamo vedendo l’esordio e di cui nessuno conosce la reale portata e il possibile punto di arrivo. Quello che è certo è che il meccanismo stesso di propagazione della destabilizzazione economica mostra un sorprendente parallelismo con la dinamica di contagio del virus che ne ha costituito il detonatore “esterno”. Se ciò avviene è perché nella riproduzione del capitale complessivo i materiali infiammabili pronti ad incendiare la prateria alla prima occasione non solo non sono stati eliminati, ma si sono ulteriormente accumulati.

La “grande crisi” che le classi dominanti di tutti i paesi dichiaravano essere ormai definitivamente alle spalle è stata in realtà superata (o tamponata) senza rimuoverne i fattori scatenanti, anzi con il loro rafforzamento.

Dodici anni fa, l’intervento massiccio delle Banche Centrali di tutti i principali Stati salvò un sistema finanziario mondiale ormai virtualmente in default, inondando l’economia di moneta, sostituendosi alle banche commerciali ormai paralizzate e mantenendo tassi d’interesse estremamente bassi, quando non addirittura negativi, come nel caso della BCE.

Questo fatto, se ha evitato la deflagrazione del sistema economico, ne ha però ulteriormente rafforzato la finanziarizzazione, sebbene economisti accademici e agenti del capitale in varie vesti si siano sforzati di dire che la causa della crisi era da ricercare nella finanza “senza regole” non più al servizio della cosiddetta “economia reale”.

Questo è uno dei nodi che oggi vengono al pettine in questa nuova crisi.

L’economia mondiale degli ultimi anni ha beneficiato appunto di tassi prossimi allo zero e di una copiosa liquidità assicurata dalla Banche Centrali, o direttamente (come nel caso della FED, della Banca d’Inghilterra, della Banca Centrale giapponese) o indirettamente, come nel caso della BCE, che ha fatto lo stesso con il quantitative easing di Draghi, che ha aggirato i vincoli statutari su cui è stato costruito l’edificio dell’euro.

E’ questa politica monetaria che ha permesso a tutte le principali imprese mondiali di indebitarsi in modo massiccio. Il Sole 24 Ore del 10 marzo riporta un dato assai significativo: attualmente, l’indebitamento delle sole aziende non finanziarie globali ammonta a 74.000 miliardi di dollari, pari al 94% del PIL mondiale. Un indebitamento di simili proporzioni, va da sé, è una mina pronta ad esplodere non appena qualcosa vada storto, sia esso un calo dei profitti, un innalzamento dei tassi di interesse, un qualunque fattore di instabilità che modifichi in senso sfavorevole la congiuntura. In tutte le grandi corporations, anche quando si parli di imprese industriali, è cresciuta enormemente la dimensione finanziaria e speculativa. Esse non si limitano a gestire speculativamente le eccedenze valutarie, cioè il capitale monetario temporaneamente inattivo, ma spostano sul terreno finanziario quote crescenti dei profitti generati nel processo produttivo, creando proprie divisioni ad hoc, che non di rado si trasformano nel vero core business dell’azienda. E’ un processo irreversibile, che dal superamento della crisi del 2007/2008 ad oggi si è ulteriormente rafforzato, utilizzando i canali bancari, il mercato obbligazionario, la speculazione sui titoli derivati. Lo stesso processo coinvolge anche le imprese finanziarie, gli istituti di credito, il sistema bancario-ombra costruito attorno al mercato OTC, gli hedge funds, ecc. L’epidemia in corso ha dato il via ad un sommovimento che scuote questo enorme castello di debiti, prospettando l’avvio di un catena paurosa di default a scala internazionale, complice lo stallo del mercato obbligazionario, la vulnerabilità del sistema bancario – nonostante i numerosi interventi, succedutisi in questi anni, volti a puntellarne la stabilità – e l’interruzione forzosa dell’intera catena dell’approvvigionamento di liquidità e di finanziamento delle imprese.

Presagendo queste scosse telluriche, la FED ha tentato di giocare d’anticipo, tagliando i tassi fino all’1-1,25%. Wall Street ha ringraziato, ma subito dopo ha continuato la sua corsa verso il basso, a dimostrazione che una sforbiciata dei tassi non basta a raddrizzare la situazione. Del resto, se l’intervento della FED ha mostrato la sua inefficacia (Trump avrebbe voluto un taglio ancora più deciso), una situazione peggiore attanaglia la BCE, dal momento che i tassi d’interesse nel vecchio continente sono già negativi e quindi la politica monetaria ha un margine d’azione praticamente nullo. E lo si è visto chiaramente alla prima occasione in cui la Lagarde è dovuta intervenire, con l’effetto di accentuare al massimo (il 12 marzo) la rovinosa caduta delle borse europee (tutte).

La guerra del petrolio

L’ulteriore elemento devastante è la guerra del petrolio scoppiata fra la Russia e l’Arabia Saudita. Con un prezzo del barile crollato a poco più di 30 $ (come durante la prima guerra del Golfo), sono tracollati i titoli delle compagnie petrolifere, trascinandosi dietro gran parte dei listini di Borsa e accelerando la corsa verso i beni-rifugio. Non a caso, l’oro ha superato i 1700 $ l’oncia per la prima volta in sette anni e, contemporaneamente, sono calati ai minimi i tassi pagati dai Treasury Bond decennali (considerati i più sicuri) per la corsa ad accaparrarseli, che ne ha fatto lievitare il prezzo di acquisto, deprimendone per ciò stesso i rendimenti. I grandi operatori del mercato, gli squali delle Borse e i gestori di fondi, compresi gli hedge funds abituati a lucrare sui rischi e le speculazioni, hanno iniziato a puntare altrove, fuggendo anche dal mercato delle obbligazioni societarie, che si è praticamente paralizzato.

I titoli delle compagnie petrolifere legate alla produzione di shale oil (quello estratto con la tecnica del fracking) hanno registrato perdite dal 40% all’80%. Ma non si tratta solo di temporanei cali delle quotazioni azionarie, bensì di un tracollo della redditività che ne mette in forse la stessa esistenza, e rischia di trasmettersi piuttosto rapidamente anche alle banche che le hanno finanziate – con evidenti effetti anche sulla politica statunitense e la stessa rielezione di Trump. I costi di estrazione del greggio per OPEC e Russia sono più bassi di quelli americani e infatti la produzione autoctona statunitense ha sempre conosciuto uno stop and go legato ai prezzi e alla domanda internazionale. Laddove quest’ultima può essere soddisfatta solo grazie al quantitativo immesso dai produttori yankee, i prezzi sufficientemente alti remunerano anche le condizioni peggiori di produttività. Ciò determina la formazione di una rendita differenziale per i paesi dell’OPEC e, allo stesso tempo, consente alle aziende USA, gravate da maggiori costi di produzione, di ricavare quantomeno il profitto medio, cioè un profitto “normale” se rapportato al capitale da loro investito. Questo meccanismo è tanto più valido per lo shale oil, che ha costi di estrazione ancora più elevati e quindi abbisogna di prezzi internazionali sufficientemente alti da renderne conveniente lo sfruttamento.

L’attuale guerra petrolifera (in cui, a sparare per prime sono state proprio le compagnie USA del fracking, che hanno sistematicamente compensato i tagli della produzione OPEC e russa con aumenti delle proprie quote) è ricca di implicazioni pesantissime, non solo per i listini di Borsa, ma per la stabilità dell’economia capitalistica nel suo insieme e per lo sconquasso che può produrre nei rapporti di potenza a livello internazionale, nelle alleanze fra gli Stati e negli assetti di un’area cruciale per gli equilibri mondiali come il Medioriente.

La guerra fra Russia e Arabia Saudita sarà senza esclusione di colpi. Le dichiarazioni di Mosca non lasciano dubbi, con il ministro Novak che si è premurato di rilevare come il fallimento dell’intesa con Riad metta fine, da entrambe le parti, alle restrizioni di produzione, insomma un “liberi tutti” che suona come un chiaro avvertimento. Ed infatti la Russia si prepara alla battaglia, pronta a mettere in gioco le enormi riserve valutarie accumulate dal suo fondo sovrano (le fonti ufficiali parlano di 570 miliardi di dollari) e la volontà/possibilità di lasciar oscillare al ribasso il rublo, dando ulteriore spazio alla competitività delle sue esportazioni di greggio. Certo, quest’ultima arma va utilizzata con parsimonia, perché il livello di cambio ha conseguenze su tutta l’economia, anche sul versante interno. Un’eccessiva svalutazione del rublo, infatti, potrebbe riaccendere l’inflazione interna, ma anche su questo versante un conto è lo spazio di manovra della Russia, comunque una grande potenza imperialista, un altro quello dell’Arabia Saudita, la cui moneta è dipendente dal dollaro (come la sua sicurezza dal Pentagono) e rispecchia il limitato margine di manovra di uno Stato costruito attorno all’oligarchia finanziaria dei Saud e allo sfruttamento dell’enorme rendita petrolifera (la cui entità è ben misurata dal dato circolato in questi giorni, che dice di una perdita, agli attuali prezzi del greggio, di circa 2 miliardi di dollari al giorno per l’insieme dei paesi OPEC).

L’esaurimento della “spinta propulsiva” cinese

Per quanto sommario, il quadro dei fattori di crisi che convergono verso un nuovo crash del sistema capitalistico mondiale non sarebbe completo se non rilevassimo un altro elemento di grande importanza, vale a dire il rallentamento dell’economia cinese, aggravato violentemente dall’attuale epidemia, ma iniziato ben prima degli ultimi avvenimenti.

Non a caso, il sito Chuangcn.org, a cui rimandiamo per la lettura integrale del testo, in un articolo del 2016, riportava da fonti ufficiali del PCC la profonda preoccupazione dell’establishment di Pechino per una crescita sostenuta dal debito e dagli stimoli finanziari, avvertendo che tali metodi avrebbero potuto condurre il paese verso la catastrofe (compresa la distruzione dei “risparmi popolari”), che la lievitazione e la successiva esplosione di bolle speculative avrebbe prodotto una crisi sistemica, che il problema che si andava ponendo era la riduzione della sovraccapacità produttiva attraverso il necessario fallimento delle aziende “decotte”, anche a costo di un periodo di stasi della crescita economica. Ironia della storia, l’estremo pessimismo nelle alte sfere di Pechino si contrappone all’ottimismo economico di molte analisi qui in Occidente, riprese anche da ambienti militanti, in cui l’economia cinese era/è presentata come un’inesauribile sostegno al processo mondiale dell’accumulazione capitalistica.

La guerra dei dazi avviata da Trump, con le sue conseguenze sul commercio mondiale e sull’inversione del lungo ciclo fondato sull’assoluta liberalizzazione dei movimenti dei capitali, si è inserita dunque come un fattore aggravante di problemi strutturali già presenti nell’economia cinese, problemi che denunciano l’inconsistenza delle interpretazioni fondate sulla pretesa diversità del gigante asiatico e sulla sua funzione di rivitalizzazione delle economie mature. Al contrario, la Cina ha raggiunto con estrema rapidità i problemi dei vecchi paesi imperialisti, mostrando che il carattere storicamente superato del modo di produzione capitalistico non è una caratteristica che si può “spacchettare” paese per paese, come se ciascuno potesse ripercorrere, in un quadro di pretesa autonomia nazionale, la lunga marcia dalla manifattura ottocentesca al capitalismo finanziario dei nostri anni, ma riguarda il sistema capitalistico mondiale nel suo complesso. Quando una nazione come la Cina si affaccia nel novero dei paesi più industrializzati dominanti sul mercato mondiale, pur con le contraddizioni che tuttora la attanagliano, ne eredita velocemente anche tutti i mali che definiscono lo stadio imperialistico come ultima fase del capitalismo, quello in cui il sistema economico-sociale di cui la classe dei capitalisti è portatrice, non svolge più alcun ruolo progressivo ma è solo una zavorra reazionaria per l’intera società.

L’epidemia di coronavirus ha amplificato le difficoltà di Pechino, bruciando i tempi del processo. Né poteva essere diversamente. Wuhan e la provincia dell’Hubei sono fra le più industrializzate della Cina. Là sono concentrate molte industrie elettroniche, là si trova il più grande polo automobilistico del paese. Lo stop delle attività ha inferto un duro colpo alla produzione cinese. Ma già a febbraio i dati ufficiali parlavano di un Indice composito dell’attività manifatturiera calato ad un valore oscillante, a seconda delle stime, fra 35,7 e 27,8 punti, più basso del livello raggiunto nel 2008 in piena crisi finanziaria mondiale. Analogo calo nel settore dei servizi. Sono indici che tengono conto di numerosi fattori: ordini, produzione e consegna delle merci, consistenza delle scorte, ecc. e, per valori inferiori a 50, denunciano una contrazione economica. Una situazione che già si ripercuote, a ancor più lo farà nel prossimo futuro, sulle catene di approvvigionamento che dipendono dalle forniture cinesi, in misura tanto maggiore quanto più il capitalismo just in time prevede il tendenziale azzeramento delle scorte per risparmiare sui costi di magazzino.

A completare il quadro, va ricordato che la Cina è il maggiore acquirente mondiale di materie prime e energetiche. Nel 2018 ne ha importate per un valore di circa 500 miliardi di dollari, con un significativo calo, nel 2019, a 300 mld $. Tuttavia, nonostante il calo delle importazioni di materie prime – che avrà un impatto negativo soprattutto per Australia, Brasile e Russia paesi per i quali la Cina rappresenta il “cliente” principale – le esportazioni di Pechino sono calate ben di più, determinando, per la prima volta, un disavanzo commerciale di oltre 7 miliardi di dollari. Analoghi dati si riscontrano nel diminuito consumo di carbone, anch’esso a segnalare una contrazione dell’attività produttiva.

Nel sottolineare questa dinamica, questa linea di tendenza, e quindi nell’escludere che la Cina possa fungere di nuovo da ammortizzare della crisi globale, come avvenne in parte negli anni dopo il 2008, non escludiamo affatto che, paradossalmente, l’impatto più duro della nuova crisi possa verificarsi sull’Europa (già se ne vedono i segnali) e sugli stessi Stati Uniti. E se questo dovesse avvenire per davvero, ci siano alla Casa Bianca i repubblicani o i democratici, le tensioni commerciali e tecnologiche tra Cina e Stati Uniti diventeranno ancor più tese di oggi, con gli Stati Uniti costretti, per le logiche proprie del capitalismo imperialista, a colpire ovunque, avversari e alleati, più duramente di oggi. Solo con mezzi economici e diplomatici? Il grande rilancio della spesa bellica e dell’industria militare negli Stati Uniti e dovunque lascia la questione aperta, molto aperta.

L’acuirsi dello scontro fra le grandi potenze

L’epidemia di coronavirus ha dunque accelerato e fatto esplodere una nuova crisi economico-finanziaria del sistema capitalistico. Con una dinamica a cui ci siamo rapidamente abituati, lo sconquasso della produzione di beni e di servizi (dal turismo ai trasporti, dalla ristorazione agli spettacoli) e della finanza investirà tutto il mondo, perché tale è ormai (non solo tendenzialmente, ma immediatamente) l’arena su cui il modo di produzione capitalistico gioca le sue carte. Non esistono Stati, aree, aggregazioni che possono sottrarsi al dominio pervasivo, e per ora incontrastato, dei rapporti capitalistici di produzione, dei meccanismi del profitto e della valorizzazione del capitale globale.

Rispetto alla crisi del 2007-2008, lo scenario dei rapporti inter-imperialistici e interstatali è però ulteriormente mutato. Il declino relativo della potenza USA non permette più l’imposizione di un ordine americano sul mondo. Le vicende delle guerre neocoloniali in Iraq e Afghanistan stanno lì a sanzionarlo con evidenza: gli USA sono stati in grado di “riportare quei paesi all’età della pietra”, non sono stati in grado, però, di dar vita ad un equilibrio stabile, per quanto basato sullo sfruttamento e il saccheggio delle loro risorse. Ma se questa capacità di dominio globale è ormai svanita, così non è per la supremazia del colosso yankee, che l’Amministrazione Trump ha deciso di rilanciare, attizzando i conflitti sia con gli Stati nemici che con gli alleati/concorrenti. Il “sovranismo” trumpiano, che non è la causa del modus operandi di Washington, ma è conseguenza di tali profondi mutamenti, si muove così col chiaro intento di smantellare tutti i fattori che negli anni si sono accumulati ad arginarne azione e ruolo sul mercato mondiale e nello scacchiere internazionale. Se il nemico strategico resta la Cina, e la guerra dei dazi ha solo costituito l’antipasto di ciò che riserva il futuro, non meno esposta, nell’immediato, è l’UE e il suo progetto – sempre più contraddittorio e problematico – di costruzione di un polo imperialistico capace, in prospettiva, di contendere agli USA la leadership del capitalismo mondiale. In questa direzione va, ad esempio, il lavorìo pro-Brexit, espressione, ad un tempo, della volontà di infliggere un colpo al vecchio continente e dell’incapacità di mantenere Londra come pedina capace di frenare i disegni europeistici, una strategia che ha preferito l’uovo della separazione della Gran Bretagna dall’UE, oggi, alla gallina, domani, del condizionamento di Bruxelles da parte di Londra.

Ma il ventaglio dei conflitti aperti dalla accresciuta aggressività degli USA include molti altri fronti aperti, dalla Russia, all’Iran, alla stessa Arabia Saudita – non più intoccabile come un tempo – mentre rinsalda al massimo l’identificazione con Israele e la sua volontà di annichilimento totale del popolo palestinese. Lo Stato sionista, infatti, non rappresenta solo un alleato di ferro per Washington, ma si potrebbe dire una vera e propria talea imperialistica piantata nel cuore del mondo arabo, un avamposto qualitativamente differente da tutti gli altri per tenere sotto controllo l’intero Medio Oriente.

Ed è proprio sul controllo di quest’area cruciale per la stabilità del sistema che le vicende della crisi economica in gestazione andranno ad interferire, crediamo, in modo dirompente. La guerra del petrolio iniziata fra Riad e Mosca, ad esempio, non tradisce solo la volontà di quest’ultima di assestare un colpo alle compagnie yankee dello shale oil, che insidiano mercati energetici nell’orbita russa, ma la volontà di rinsaldare il quadro delle alleanze nell’area, puntellando l’opera di rafforzamento dello status di super-potenza intrapreso da Putin già da tempo. E si può star certi che, se perdurasse l’attuale livello delle quotazioni di greggio, la diminuzione delle entrate da rendita petrolifera sarebbe devastante per molte compagini statali e per la loro capacità di fronteggiare gli amplissimi movimenti di massa che ne contestano apertamente il potere ormai da più di un anno. Non a caso, all’indomani della rottura del vertice OPEC Plus a Vienna, il ministro algerino dell’energia ha lanciato un accorato appello ai contendenti a trovare un accordo sulla questione controversa dei tagli alla produzione.

Ancora una volta, la crisi economica capitalistica e la sua dimensione sistemica si intrecciano profondamente con la crisi dell’ordine di Yalta, ormai da tempo dissoltosi, ma anche con la fine di quella lunga parentesi tenuta a battesimo dalla prima guerra del Golfo e che sembrava rilanciare il predominio assoluto nordamericano. Si va con tutta evidenza, benché in modo molto caotico, verso la formazione di due schieramenti capitalistici contrapposti, l’uno facente perno sugli Stati Uniti, l’altro sull’asse (sempre più obbligato) Cina-Russia, sempre più apertamente in contesa, con armi e metodi differenti, in ogni angolo dell’economia mondiale. Contrapposti, ma entrambi ugualmente interessati allo schiacciamento delle masse, a garantire con ogni mezzo la stabilità del sistema e la continuità dello sfruttamento del proletariato. Sicché per il proletariato cosciente di sé non c’è alcun “meno peggio” da preferire.

Le prospettive dello scontro di classe

Con tutta probabilità, la recessione alle porte sarà una pandemia economica che investirà come uno tsunami l’ordine capitalistico mondiale. Come abbiamo già detto, è questa la scala a cui si muovono ormai le trasformazioni del modo di produzione capitalistico e gli sconvolgimenti del suo ordine, un ordine puntellato da una dose crescente di militarismo verso le periferie del sistema e di repressione e disciplinamento sociale nelle metropoli dell’imperialismo ultra-sviluppato; l’uso che si sta facendo della crisi da Covid-19 è un vero e proprio campo di sperimentazione in questa direzione.

Per quanto le classi dominanti di tutti i paesi si muovano pragmaticamente, senza un “piano scientificamente preordinato”, ma rispondendo agli input trasmessi dalle contraddizioni del sistema capitalistico, ciò non significa che esse siano in balìa degli eventi. Al loro interno, maturano comunque quelle linee d’azione che – pur scaturendo dagli interessi contrastanti delle varie frazioni borghesi – riescono però, l’esperienza insegna, a trovare sintesi provvisorie, capaci di centralizzare gli interessi di tutti gli strati di sfruttatori, finalizzate allo schiacciamento del proletariato, alla sua sottomissione sociale e politica, alla contrapposizione delle sue componenti interne per annichilirlo come classe indipendente.

Tuttavia, anche se non siamo certo in una fase di conflittualità generalizzata, in particolare in Italia dove la conflittualità immediata è a livelli molto bassi, gli attuali avvenimenti non potranno che accentuare la polarizzazione sociale, una polarizzazione che è già esplosa nelle periferie del sistema (“periferie” sterminate, però, che vanno dall’America Latina al Maghreb al Medio Oriente) anche se ancora fatica a manifestarsi qui da noi, nel cuore della bestia.

Per la classe capitalistica, la polarizzazione dello scontro sociale rappresenta un rischio di cui i più avvertiti fra i suoi rappresentanti sono coscienti e che si sforzano di prevenire e neutralizzare. Ai rivoluzionari spetta il compito di organizzarsi e muoversi almeno con lo stesso livello di consapevolezza dei nostri nemici di classe, cominciando a serrare le fila al nostro interno e a prospettare alle avanguardie di lotta della nostra classe una strategia che si muova alla stessa scala di quella del sistema che vogliamo rovesciare. Alla crisi mondiale dell’ordine capitalistico è giocoforza rispondere con una strategia che abbia lo stesso respiro e che sia internazionalista nei suoi fondamenti teorici e di principio ma anche, inseparabilmente, nel suo piano di battaglia politica concreta.

Se qualcosa emerge con chiarezza dagli avvenimenti attuali è che ogni prospettiva che si pretende di classe e anticapitalistica, ma continua a muoversi sul terreno del localismo, del piccolo cabotaggio, cullandosi nell’illusione che sia possibile contrastare il rullo compressore dell’offensiva borghese strappando qua e là brandelli di “autonomia”, non può che avere un effetto disarmante sul movimento delle lotte, contribuendo alla loro sconfitta (come contribuire con una buona analisi a distruggere nelle prospettive la possibilità di cambiare in un solo paese).

La dimensione mondiale della crisi ci dice con chiarezza che non esistono percorsi di liberazione chiusi dentro confini nazionali, e men che meno locali e localistici, per il proletariato. La classe capitalistica di ogni paese si muove nel quadro di un sistema di relazioni globali, e da queste è strettamente condizionata. Il proletariato, e i rivoluzionari per primi, ne devono prendere coscienza, rompendo con ogni prospettiva angustamente nazionale o “sovranista”, che ipotizzi la possibilità di avanzare sul terreno dell’emancipazione di classe appoggiando questa o quella “soluzione della crisi” che faccia perno su una pretesa convergenza transitoria di interessi con gli sfruttatori di casa nostra. Questo vale per chi, ad esempio, parla di uscire dall’euro e riconquistare la “nostra” sovranità monetaria quale precondizione per meglio difendersi e così facendo capitola di fronte al nazionalismo, che è precisamente il terreno su cui le classi dominanti concentrano la loro iniziativa per serrare le fila e imporre una subordinazione ancora più dispotica agli interessi dei padroni e del loro Stato.

E’ evidente che, a dispetto delle differenze retoriche e di facciata fra “progressisti” e “populisti”, in Italia tra governo Conte-bis (Pd-Cinquestelle) e opposizione di destra, entrambi gli schieramenti marciano a ranghi compatti per martellare nelle coscienze dei proletari che non esiste possibilità alcuna di sopravvivenza se non rilanciando l’unione sacra fra classe capitalistica e proletariato, che la nazione deve compattarsi, oggi, per difendersi dall’epidemia in corso, e domani per reggere lo scontro economico, e in prospettiva militare, con “i nostri nemici”. Anche la lotta fra questi due schieramenti, entrambi integralmente reazionari, sarà decisa non nel cortile di casa nostra, ma in rapporto allo scontro più generale che va maturando nello scenario mondiale e verificando quale delle differenti politiche di asservimento del proletariato sia in grado di offrire più chances di successo alla borghesia. Se il “sovranismo di sinistra” esce sconfitto e ridicolizzato dagli attuali avvenimenti, ciò non significa affatto che il sovranismo tout–court – quello iper-capitalistico delle destre cosiddette “populiste” – abbia bruciato tutte le sue carte. Su questo terreno, l’evoluzione della crisi e la riaccensione della lotte degli sfruttati potrebbe anche imporre alle classi dominanti misure straordinarie, capaci anche di colpire qualche limitato privilegio delle classi possidenti con l’obiettivo di consolidare la stabilità complessiva del sistema capitalistico. Le destre apertamente reazionarie, quelle che per esperienza storica sanno miscelare demagogia popolare, critica alla rapacità della finanza e richiami all’ordine, ma anche una sinistra socialdemocratica un po’ meno inginocchiata ai piedi delle grandi banche di quella italiana di oggi, giocheranno proprio questa partita.

E quindi l’unica risposta possibile ai disastri di ogni tipo prodotti dal sistema capitalistico, l’unica risposta possibile all’offensiva che gli sfruttatori e le forze politiche al loro servizio stanno preparando per scaricare sui lavoratori e sulle lavoratrici le conseguenze di questi disastri, è che le classi lavoratrici scendano in campo in massa, si difendano accanitamente dall’aggressione alle loro condizioni di vita e di lavoro, e alla fine presentino loro il conto storico e definitivo a questo sistema sociale in putrefazione.

Su questo percorso di lotta e di uscita dall’attuale stato di nullità politica, a cominciare dai compiti di lotta più immediati per salire a quelli di prospettiva, abbiamo detto qualcosa nel documento sulla crisi del coronavirus. Non ci ripetiamo. Quanto ai professionisti del disfattismo anti-rivoluzionario a cui piace irridere la nostra incrollabile certezza nella riscossa del proletariato, si becchino per il momento la sberla della forte agitazione operaia scoppiata in questi giorni in tante fabbriche contro l’imposizione padronale di lavorare sempre e comunque a rischio della salute e della vita. Il resto verrà, per loro e soprattutto per i loro soprastanti – e verrà non con una dinamica di accumulazione delle forze lentissima e “secolare”, ma con una progressione esponenziale simile a quella con cui ci è piombata addosso questa nuova crisi.

La sola cosa che qui ci preme ripetere, e che non ci stancheremo di ripetere per la sua importanza decisiva, è che davanti ad una crisi che si preannuncia ancora più globale di quella del 2008, la sola forza su cui il proletariato italiano, autoctono e immigrato, potrà contare è quella degli sfruttati e delle sfruttate di tutti gli altri paesi del mondo. Ed è una forza che, se organizzata e cosciente, se autonoma da entrambi gli schieramenti capitalisti-imperialisti in formazione, è in grado di travolgere qualunque ostacolo. Gettate un occhio sulle grandi manifestazioni dell’8 marzo in Cile, in Messico, in Algeria, fate mente locale sul ritorno in campo delle sollevazioni delle masse arabe nel 2018-2019, sul seguito di forti lotte proletarie e popolari in Francia, e ne avrete degli assaggi in tempi in cui le temperature sociali non sono ancora bollenti…

* Il Cuneo rosso – Gcr – Pagine marxiste
Tendenza internazionalista rivoluzionaria
Laboratorio politico Iskra

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