L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 23 marzo 2020

Come quanto cosa produrre è la vera alternativa al mercimonio a cui ci espone/ci ha esposto la rincorsa del soldo chiamato profitto

Il dopo comincia ora

di Guido Viale
16 marzo 2020

Mentre si apre una voragine che sembra poter azzerare la capacità di pensare in modo critico e di creare prospettive, tutti hanno cominciato a parlare del “dopo”, come se l’emergenza dovesse necessariamente concludersi per poi lasciarci tornare alla “normalità inoffensiva” che ci lasciamo alle spalle. È un’illusione, quella del coronavirus, è per molti versi una delle tante manifestazioni di un’emergenza ben maggiore che ci attanaglia da tempo: quella climatica e ambientale, che non verrà certo meno con la scomparsa (definitiva?) di questa pandemia. Il vuoto di quella voragine potrà essere colmato dal fascismo del XXI secolo, in veste di sovranismo; oppure dalla mobilitazione per un futuro riconciliato con clima e ambiente. La decisione su quale strada prendere non è cosa che possa essere rimandata solo al dopo, a quando potremo finalmente uscire dalle nostre case e tornare a incontrarci, a manifestare, a lottare. Anche perché, come dimostra la vicenda del decreto Salvini, gli uomini al potere si affezionano molto alle misure che limitano le libertà, e cercheranno di conservarne quante più possibili. Non c’è un “dopo”, quel futuro comincia ora o non comincerà più. L’emergenza ha mostrato a tutti che le nostre vite possono cambiare radicalmente in pochi giorni, e non soltanto o necessariamente in peggio

Il covid-19 aggredisce i polmoni, blocca il respiro, uccide soffocando, chiude in casa quelli che non stanno ancora male. I suoi epicentri (la pianura Padana, la provincia dell’Hubei, il NordReno-Westfalia) sembrano essere territori con la massima concentrazione di inquinanti nell’aria, dove la gente ha respirato male per anni.

Sono quelli che ora le foto dai satelliti ci mostrano liberati dalla coltre di particolato e ossidi di azoto che li nascondeva: infatti anche a Milano l’aria è più pulita; il traffico si è spento, rumore e congestione sono scomparsi. Gli esseri umani soffocano, ma la Terra respira. Prova evidente di un’inimicizia a lungo coltivata.

L’emergenza coronavirus è una sciagura. Il male peggiore viene senz’altro dal nostro confinamento forzato in casa, vissuto come un’imposizione: l’interruzione della socialità fondata sull’incontro, che i collegamenti web non possono certo sostituire. In secondo luogo, ma solo perché colpisce un numero minore di persone, viene la perdita del posto di lavoro (e del reddito) o la minaccia di perderlo.

Poi, e sempre e solo per il minor numero di persone colpite, il cinico oblio degli esclusi: di chi deve continuare ad andare al lavoro benché la sua produzione sia necessaria, perché il padrone lo vuole e il Pil lo esige; di chi non può rinchiudersi in casa perché non ce l’ha; di chi non ha nemmeno più il permesso di stare per strada perché Salvini gli ha tolto la protezione umanitaria e nessuno ha voluto restituirgliela. Sono tutti potenziali e pericolosi focolai di infezione, innanzitutto per loro, ma tali da vanificare gran parte delle prescrizioni imposte anche a tutti gli altri.

Poi ci sono le cose positive, che bisogna valorizzare: una esplosione di solidarietà, in particolare verso gli anziani (proprio quelli che i tagli alla sanità condannano a morire con la selezione che si svolge alle porte degli ospedali); poi l’aria pulita, il silenzio, le strade senza auto che restituiscono alla città connotati umani; i tempi di vita rallentati, lo spazio per tornare a riflettere e pensare.

E anche l’eclisse, su web e TV, degli odiatori seriali e dei loro pronubi. Ma soprattutto, la scoperta, per tutti, della fragilità di un sistema che traeva la sua forza dalla pretesa di essere insostituibile: There is no alternative.

Ora tutti cominciano a parlare del dopo, di quando l’emergenza sarà finita. Ma l’emergenza non finirà più. Questa, cioè quella del coronavirus, non è in gran parte che una delle tante manifestazioni di un’emergenza ben maggiore che ci attanaglia da tempo: quella climatica e ambientale, che non verrà certo meno con la scomparsa (definitiva?) di questa pandemia.

Ne arriveranno altre, o magari anche la stessa, mai veramente debellata, mentre scioglimento dei ghiacci, incendi di foreste, liberazione del metano (insieme a miliardi di batteri sconosciuti) dal permafrost, innalzamento del mare, uragani, alluvioni, siccità e desertificazione continueranno per la loro strada. Senza conseguenze su produzioni e Pil?

Le tante manifestazioni della crisi climatica non faranno che moltiplicare le rotture delle forniture e la dissoluzione di molti mercati di questa economia globalizzata; non tutte le fabbriche e non tutti gli uffici (fornitori di servizi “immateriali”) riprenderanno il lavoro; disoccupazione, precariato e mancanza di reddito sono destinati ad aggravarsi e la maggior parte delle istituzioni, dall’Unione europea ai Comuni, ne usciranno ancor più screditate di ora: la loro inerzia (il “Tutto deve continuare come prima”) è tanto più oltraggiosa quanto minore è la loro distanza dalla vita quotidiana dei loro cittadini e delle loro cittadine. Il disorientamento è destinato a crescere per tutti; anche per l’establishment, che già da tempo ha mostrato di aver perso molte delle sue certezze.

Si sta creando, un vuoto gigantesco di pensiero e di prospettive, che potrà essere colmato o dal fascismo del XXI secolo, in veste di sovranismo; oppure dalla mobilitazione per un futuro riconciliato con clima e ambiente, se questa prospettiva saprà tradursi in un progetto concreto e soprattutto unitario.

Ma non è cosa che possa essere rimandata solo al dopo, a quando potremo finalmente uscire dalle nostre case e tornare a incontrarci, a discutere faccia a faccia, a manifestare, a lottare. Anche perché, come dimostra la vicenda del decreto Salvini, gli uomini al potere si affezionano molto alle misure che limitano le libertà, e cercheranno di conservarne quante più possibili.

Dunque, non c’è un “dopo”; quel futuro comincia ora o mai più. L’emergenza ha mostrato a tutti che le nostre vite possono cambiare radicalmente in pochi giorni, e non solo in peggio; per molti versi anche in meglio. Quel meglio dobbiamo saperlo raccogliere, valorizzare e sviluppare ora, dando alle nostre esistenze nuove fondamenta: che sono la riconciliazione degli esseri umani con la Terra, della vita quotidiana con il resto del vivente, del lavoro con l’ambiente, delle produzioni, materiali e immateriali, con la dignità che spetta a chi le produce, a chi le usa, a chi ne subisce le conseguenze. Se non ora, quando?

Nessun commento:

Posta un commento