L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 19 marzo 2020

Cosa e quanto produrre manca il come produrre

Ecco il piano di guerra di Trump (dopo i temporeggiamenti) anti Coronavirus

19 marzo 2020


La Casa Bianca ha chiesto al Congresso di stanziare 500 miliardi per aiutare le Pmi a pagare gli stipendi nell’emergenza Covid-19. Trump ha invocato il Defence production act e ha firmato una legge che prevede un primo pacchetto di aiuti da 100 miliardi di dollari per il Coronavirus: previsti test gratuiti e il congedo di emergenza retribuito per i lavoratori

Finito il tempo dei temporeggiamenti sul Coronavirus, Donald Trump ha deciso di sconfiggere la bestia nera venuta da Wuhan con una serie di misure eccezionali – tipiche di un periodo di guerra, per intendersi – tra cui un piano di stimolo che, se e quando sarà approvato dalle Camere, finirà per riversare nell’economia a stelle e strisce un torrente di denaro – si parla di più di un trilione di dollari – tale da far impallidire quello che sgorgò dal Tesoro americano all’epoca della Grande Crisi del 2008.

Ecco i poteri di emergenza avocati da quello che ieri si è voluto definire, durante la conferenza stampa alla Casa Bianca, un “presidente di guerra”.

Tra gli strumenti a disposizione del presidente ve ne è ora uno, il “Defense Production Act”, che gli attribuisce l’ultima parola su cosa e quanto le industrie private devono produrre al fine di centrare l’obiettivo ultimo di sconfiggere il secondo nemico più grande in questa emergenza: la scarsità di mascherine, respiratori e ogni altro dispositivo medico utile al contrasto del Covid-19.

Di qui dunque l’obbligo per tali industrie di accettare contratti e commesse dal governo onde fare il loro dovere in quella che è ormai a tutti gli effetti una crisi di sicurezza nazionale.

Il capo di un Paese il cui Dna aborre l’intervento dello Stato ha tuttavia pensato bene, dopo aver apposto la propria firma al Defense Production Act, di ritirare il braccio via Twitter. “Speriamo che non ci sia bisogno” di seguire la lettera di quel testo, ha cinguettato il tycoon, rassicurando (o disorientando, a seconda dei punti di vista) i giornalisti e gli operatori economici che ricorrerà a tale extrema ratio solo “nello scenario peggiore”.

I only signed the Defense Production Act to combat the Chinese Virus should we need to invoke it in a worst case scenario in the future. Hopefully there will be no need, but we are all in this TOGETHER!

Il provvedimento firmato dal presidente pone in ogni caso in capo al Segretario alla Salute Alex Azar l’autorità di determinare “le appropriate priorità nazionali e l’allocazione di tutte le risorse sanitarie e mediche, incluso il controllo della distribuzione di tali materiali (…) nel mercato privato”.

Tra le altre misure straordinarie adottate dalla Casa Bianca vi è il trasferimento al porto di New York di una nave ospedale e di un’altra che sarà ormeggiata nella Costa Occidentale. È stata decisa poi la sospensione degli sfratti per non infierire sugli americani che hanno perso o perderanno il lavoro durante l’emergenza. E sono state disposte infine la chiusura del confine con il Canada, fatta eccezione per il commercio e i viaggi essenziali, e l’avvio di controllo straordinari alla frontiera sud-occidentale.

I decreti presidenziali non sono l’unica novità giunta ieri dagli Usa sul fronte della lotta al Coronavirus. Tra le pietre miliari della giornata c’è il pacchetto legislativo firmato ieri dallo stesso Trump dopo che aveva ricevuto poche ore prima il voto favorevole e schiacciante (90 sì contro 8 no) del Senato e, nella giornata di sabato, quello parimenti bipartisan della Camera dei Rappresentanti.

Si tratta di una serie di misure che contemplano, tra le altre cose, lo stanziamento di 105 miliardi di dollari – questa, almeno, è la stima del costo della misura fatta dal Joint Committee on Taxation del Campidoglio – per retribuire con la malattia i lavoratori rimasti a casa nonché per elargire una certa somma ai genitori che rimangono a casa ad accudire i figli.

Ciò che rende straordinario il pacchetto sul Coronavirus votato ieri è però l’essere considerato dai suoi stessi proponenti la “fase due” di un percorso che prelude ad una “fase tre” ancora più energica che, una volta conclusa la fase del negoziato incrociato tra i partiti e la Casa Bianca e quella successiva del voto in aula, potrebbe far erogare al Tesoro come detto più di un trilione di dollari.

Coordinati dal leader di maggioranza al Senato Mitch McConnell, che ha istituito delle apposite task force per accelerare il processo, democratici e repubblicani stanno ora trattando – seguendo ognuno le proprie sensibilità e priorità – cosa mettere dentro o lasciare fuori dal provvedimento del secolo.

La bozza su cui è impostata la discussione è su carta intestata del Dipartimento del Tesoro e prevede una serie di stanziamenti mirati di fortissima entità.

Verrebbero anzitutto allocati 500 miliardi di dollari per effettuare pagamenti diretti ai cittadini americani. Secondo la proposta, i contribuenti riceveranno in due tranche (pagamenti effettuati il 6 di aprile e il 18 maggio) un assegno commisurato al reddito e alle dimensioni del nucleo familiare che, secondo Reuters, potrebbe aggirarsi in media intorno ai 1.000 dollari.

50 miliardi è invece la cifra prevista per il bailout delle industrie aeree, destinatarie di prestiti a tassi agevolati fissati dal Tesoro che garantirà inoltre alle aziende beneficiarie termini di favore.

Una somma tre volte superiore sarà impiegata invece per il bailout di aziende di “altri settori critici dell’economia Usa” – tra cui quello degli hotel, delle crociere e dei centri commerciali – “che stanno sperimentando severi problemi finanziari a causa del Covid-19”.

Sono ben 300 infine i miliari destinati alle piccole e medie imprese (fino a 500 dipendenti) che hanno subito danni dall’emergenza: oltre a ricevere assegni, lo Stato coprirà per sei settimane il 100% degli stipendi dei loro dipendenti, con un massimo per lavoratore di 1.540 dollari.

Ci vorrà almeno una settimana, scrive Politico, perché in aula si formi il consenso necessario e abbia termine, soprattutto, il confronto su chi aiutare, come e perché. E sul voto incombe un’emergenza – quella del Covid-19 sbarcato come dappertutto a Washington – che rende incerta la convocazione della Camera da parte della Speaker Nancy Pelosi.

Da ieri, in ogni caso, l’America è in guerra e sulla sella del condottiero c’è impressa la scritta “wartime president”.

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