L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 23 marzo 2020

e la Fed raccatta tutta la monnezza che c'è in giro per salvare il libero mercato che libero non è mai stato escluso per i polli d'allevamento che gli hanno dato i loro risparmi

Negli Stati Uniti vengono messe in campo misure e risorse importanti. Ma solo per salvare un’altra volta Wall Street

LaPresse


Stanno prendendovi in giro. Stanno ipotecando quel poco di futuro che era rimasto indenne dalle rovine del 2008 per tutelare interessi privati di un sistema manipolato, distruttore di finanze e autoreferenziale. E voi, spaventati dall’idea del contagio, della malattia, della terapia intensiva, della morte, ci state cascando. Non perché siate stupidi, anzi: perché ancora avete un minimo di umanità e la vostra mente non arriva a certi vertici di follia da auto-conservazione schumpeteriana nei confronti del bene comune. Il Sistema no.

È inutile che io continui a elencarvi cifre e snocciolarvi grafici per mostrarvi il disastro di azzardo morale che negli ultimi dieci anni i principali soggetti finanziari del mondo hanno posto in essere, giocandosi alla roulette dei mercati i soldi dei vari Qe, quelli che formalmente dovevano servire a “sostenere e rilanciare le economie reali”. Oltretutto, hanno giocato da codardi: gestendo cioè anche il banco. Il quale, si sa, alla fine vince sempre. Ora, siamo arrivati al redde rationem e stanno inventandosi di tutto per non dover pagare il conto. E farlo pagare ancora a voi. Carissimo. Molto più salato di quello del 2008.

Vi faccio un esempio. I giornali di ieri riportavano la notizia dell’iniziativa shock-populista di Donald Trump, il quale intenderebbe inviare entro 2 settimane un assegno (o contanti) da 1.000 dollari per ogni cittadino americano adulto come misura di sollievo immediato dalla crisi, ritenendo un taglio fiscale come troppo lento per offrire un supporto. Si tratta di circa l’1,87% di corrispettivo del Pil statunitense. Ma, soprattutto, si tratta di una truffa. Perché sapete cos’ha comunicato la Fed, subito prima e subito dopo quell’annuncio della Casa Bianca? In primis che a partire da ieri e fino a domani compreso (ma temo si andrà avanti a tempo indeterminato), terrà due aste overnight repo (liquidità a 1 giorno) quotidiane, ognuna con un ammontare massimo disponibile da 500 miliardi di dollari: 1.000 miliardi al giorno solo per evitare che Wall Street si schianti. Ma non basta, perché di fronte a un’impennata del Libor che non si vedeva dall’ottobre del 2008 e che significa potenziale congelamento del mercato interbancario per timore sulla controparte (esattamente come accaduto nei mesi che hanno precedento il crollo di Lehman Brothers), ha ricominciato ad accettare come collaterale i commercial papers, ovvero pagherò emessi dalle aziende con durata massima di 270 giorni. Bontà loro, hanno capito che non si può abbeverare di liquidità solo i loro amici banchieri, anche l’economia reale deve avere qualche briciola.

Ma il meglio è arrivato, come al solito, alla chetichella e con le Borse chiuse. Dopo l’annuncio di Donald Trump del pacchetto di stimolo per complessivi 1.200 miliardi di dollari, ecco che la Fed salta fuori con il vero colpo di teatro. Anzi, il colpo mortale al concetto stesso di libero mercato. A partire da domani verrà infatti attivata la Pdcf, acronimo di Primary Dealers Credit Facility, ulteriore strumento di finanziamento riservato alle grandi banche che si occupano di piazzare il debito Usa in patria e nel mondo (e che, per questo, godono di due occhi di riguardo rispetto a quello singolo riservato a tutti gli altri frequentatori di Wall Street), il quale “garantirà liquidità a fronte di un’ampia gamma di strumenti obbligazionari investment grade come appunto commercial papers e anche municipal bonds” e – udite udite – “anche di una larga e d eterogenea platea di equity securities”. Ovvero, parlando come mangiamo, la Fed da domani garantirà prestiti illimitati alle banche, le quali a garanzia potranno rifilare alla Banca centrale titoli azionari, gli stessi che da due settimane si stanno schiantando al suolo e il cui status di hard value collateral è addirittura risibile. Per capirci, se non sai come liberarti di quintali di azioni Tesla a rischio di schiantarsi al suolo e che nemmeno più il parco buoi è così fesso da voler acquistare, basta andare alle Fed e stai sereno che ne uscirai con denaro contante in cambio!

Il tutto, di fatto, senza che gli americani si rendano conto della fregatura dietro l’angolo, poiché irretiti a reti unificate e web osannante dall’ipotesi di helicopter money promessa dalla Casa Bianca. La quale ti blandisce, a otto mesi dal voto presidenziale, con 1.000 dollari una tantum a cranio, ma trasforma di fatto la Fed, Banca centrale che è formalmente di tutti e custode dell’interesse comune, nella bad bank di Wall Street, dove scaricare tutta l’immondizia che si è ha in pancia e guadagnarci anche liquidità pronta cassa! Vi pare uno scambio equo? Vi pare un affarone?

Eppure, state certi che ovunque nel mondo i profeti del neo-keynesianesimo alla giapponese e gli apologeti del Pil da divano stile reddito di cittadinanza per una volta metteranno da parte pregiudizi e ideologia e applaudiranno la Casa Bianca, invitando tutti seguirne l’esempio redistributivo, di aiuti immediato e, di fatto, quasi di giustizia sociale nel momento del bisogno e dell’emergenza collettiva. Balle, stanno solo salvando per la seconda volta in poco più di un decennio Wall Street e lo stanno facendo con un controvalore di denaro pubblico da tramutare la crisi subprime e il crollo di Lehman in una passeggiata nel parco.

Signori, vi rendete conto di cosa la Fed sta mettendo a disposizione delle banche e dei fondi, pur di non far saltare il sistema finanziario? Il tutto, giova sempre ripeterlo, dopo oltre dieci anni di liquidità a pioggia terminata tutta nel gioco delle tre carte dei buybacks azionari o in scommesse speculative sempre più estreme: anni di bonus e dividendi, anni di pantomima e narrativa della ripresa sostenuta, sostenibile e sincronizzata del mondo. Lorsignori dovevano aver imparato la lezione del 2008: in effetti, l’hanno imparata così tanto bene da averla ripetuta. Ma moltiplicata per dieci, a livello di controvalore nell’esposizione alla leva e nell’espansione dei multipli di utile per azione.

Guardate questo grafico, l’unico che voglio pubblicare nell’articolo di oggi: ci mostra come la scorsa settimana il prezzo dell’oro abbia patito il peggior calo dal 1983, oltre il 9%. Il suo status di bene rifugio per antonomasia ha perso smalto? La gente non si fida più del lingotto, quando intende tesaurizzare le aspettative di crisi reali e sistemiche, come quella che stiamo vivendo? No, il contrario. Perché quel crollo del prezzo non è sintomo di perdita di valore, bensì la sua conferma implicita.


Le quotazioni del prezzo all’oncia sono scese perché le grandi banche, le stesse che ora piazzeranno anche carta da parati equity e non più solo a reddito fisso alla Fed, hanno venduto in fretta e furia nozionali miliardari di contratti futures sull’oro per ottenere liquidità pronta cassa al fine di coprire le perdite in cui stavano incorrendo in Borsa. Ovvero, l’oro è servito a tamponare i crolli della carta igienica che ora la Fed si metterà a bilancio, scaricandone la svalutazione de facto sui conti futuri dei cittadini americani (i quali avranno in cambio, però, ben 1.000 dollari cash). Perché l’oro, anche se in forma cartacea, trova sempre un acquirente immediato, visto che rappresenta value reale: il resto, liquidità da stamperia come titoli azionari sovra-valutati e con rating esotici come obbligazioni dai rendimenti artificialmente schiacciati a zero dai Qe perenni, sono ormai senza valore.

Le parossistiche montagne russe di questi giorni, da Wall Street a Tokyo, passando per Shenzhen e Piazza Affari, lo confermano. Così come le danze macabre degli spread, frutto non a caso delle vendite di massa delle banche dovute a scommesse a leva che vanno chiuse a ogni costo: bello vero il doom loop, il rapporto incestuoso fra Tesoro e mondo del credito? Volete una riprova, molto terra terra, rispetto a quanto sto dicendo? Il coronavirus ha fermato anche le due più grandi raffinerie di oro del mondo, le svizzere Argor Heraeus e Valcambi, che da ieri hanno cessato tutte le loro operazioni: in parole povere, meno oro fisico in circolazione. Fisic, ripeto. Tenete d’occhio da soli le quotazioni, capirete in maniera intuitiva dove sta il valore e dove l’illusione monetaria di un mondo che tratta il denaro come fosse quello del Monopoli. Non a caso, Cina e Russia hanno fatto il pieno di oro fisico negli ultimi anni, mentre Germania e Olanda hanno rimpatriato tutto il loro detenuto all’estero a tempo di record. E noi, invece? Se non siamo al game over, manca davvero poco. Perché ricordate sempre che fino a non più tardi di tre settimane fa, qualche genio stava ancora festeggiando le magnifiche sorti e progressive dei massimi record sugli indici. Spacciandoli per sintomo di un’economia sana.

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