L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 marzo 2020

Euroimbecilandia in fibrillazione, cadono uno ad uno i totem con cui hanno costruito la gabbia dell'Unione Europea. Bilanci non approvati, gli aiuti di stato, il patto di stabilità, la non firma del Mes, gli ondeggiamenti della Bce banca centrale non prestatore di ultima istanza. E ancora stiamo qui a discutere di come usare l'Euro quella moneta straniera a cui per anni e anni abbiamo dato obolo.

Verità e bugie su Mes, Bce e Patto di stabilità (frantumato)

21 marzo 2020


Tutte ultime novità su Mes, Bce e Patto di stabilità, tra annunci delle istituzioni europee e mosse poco chiare del governo italiano, analizzate da Giuseppe Liturri

Proviamo a fare il punto della situazione, dopo una settimana densa di avvenimenti sul fronte politico ed economico-finanziario, caratterizzata dall’intervento della BCE e dalla discussione sull’intervento del MES per finanziare il debito pubblico che saremo costretti a fare per reggere all’urto della crisi da COVID-19.

Il bazooka messo in campo dalla BCE alla mezzanotte del 18 marzo è una risposta definitiva ai fabbisogni di debito pubblico generati dalla crisi da COVID-19? Il MES, così improvvidamente richiesto dal nostro Governo nei giorni scorsi, è definitivamente accantonato? “In Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo” diceva lo scrittore Giuseppe Prezzolini.

Con il passare delle ore, i dubbi espressi già nell’immediatezza degli eventi, sembrano trovare conferma e la risposta ad entrambe le domande pare essere negativa. Né la Lagarde ha risolto tutto, né il MES è definitivamente fuori gioco.

L’intervento della Lagarde è sembrato un tappo messo in tutta fretta ad barca che stava facendo acqua, un modo per comprare tempo, nonostante il malcelato dissenso dei tedeschi e degli olandesi. Anzi, il rischio è che l’azione apparentemente “senza limiti” possa aggravare ancora di più il dissenso tra falchi del Nord Europa ed “integrazionisti” (Francia, Italia e Spagna) I nodi da sciogliere sono ancora tutti là, anzi il pettine si sta avvicinando a loro.

Il fatto che il MES sia ancora sul tavolo è confermato dal Premier in persona che, con la sua intervista al Financial Times, ha detto che il MES “deve essere messo in moto per rispondere urgentemente” all’epidemia. Secondo Conte, “la linea da seguire è aprire le linee di credito del MES a tutti gli Stati membri per aiutarli a combattere le conseguenze della crisi da COVID-19”. Eravamo stati tra i primi lunedì 16 a riportare quanto rivelato dal Financial Times, circa i contatti informali già in corso dalla settimana scorsa tra alti funzionari dei ministeri sulle possibilità di applicazione del MES. Attività confermata dalle voci che, ancora prima dell’Eurogruppo di lunedì 16, si erano levate per richiederne l’applicazione e dai commenti che continuavano ad arrivare da Bruxelles. Dapprima Giampaolo Galli e Lorenzo Codogno sul Sole 24 ore del 12 marzo, ne hanno invocato l’applicazione secondo il testo riformato ma non ancor approvato, invitando quindi ad una rapida approvazione della riforma. Peccato che lo stesso Galli in audizione parlamentare definì il riformando MES “una pistola puntata alla tempia”. Poi Enrico Letta che, ancora mercoledì sera, pochi minuti prima dell’intervento della Lagarde, scriveva su twitter “Occorre agire; MES è dotato di risorse, intervenga per fermare la crisi, purché si cambino le regole d’ingaggio, non sia un commissariamento come in Grecia e si elimini ogni condizionalità nell’utilizzo di quei fondi”.

Quanto invocato da Galli e Letta non è fattibile, perché fuori dalle regole attuali. Il MES è un finanziatore, con un proprio Statuto, uno specifico Trattato istitutivo ed è separato dalla UE. È stato istituito nel 2012 come fondo per erogare sostegno finanziario ai Paesi che avessero perso l’accesso ai mercati. Ed è questo il primo punto: ad oggi, nessun Paese dell’eurozona, men che meno l’Italia è in questa condizione. Inoltre, sia nella attuale versione che in quella riformanda, può erogare due linee di credito una precauzionale (PCCL) e l’altra rafforzata (ECCL), entrambe soggette a condizionalità, ancora più severe per la ECCL. Si tratta di sottoscrivere un programma di aggiustamento macroeconomico, tagli alla spesa ed aumenti di imposte, che garantisca al creditore il puntuale rimborso delle somme prestate. Ricevere un finanziamento a condizioni rafforzate (ECCL), per l’Italia spalancherebbero le porte delle OMT (Outright Monetary Transactions) e cioè gli acquisti illimitati di titoli pubblici da parte della BCE previsti proprio all’interno di un pacchetto di salvataggio finanziato dal MES. Il Presidente dell’IFO di Monaco di Baviera, Clemens Fuest, lo afferma chiaramente: bene l’intervento della BCE ma, passando dal MES, si ottengono quelle condizionalità che garantirebbero i tedeschi. Ed è questo l’obiettivo del blocco nord europeo capitanato dai tedeschi: tenderci la trappola del MES per far sì che gli acquisti della BCE non siano incondizionati, come accade oggi con il QE, ma disciplinati da regole ferree a carico del paese debitore. L’opinione pubblica tedesca è terrorizzata dalla paura di condividere il debito con Paesi “cicale” come il nostro e qualsiasi assistenza finanziaria deve essere rigidamente condizionata. Troppo comodo per noi beneficiare dell’ombrello degli acquisti della BCE, ci vogliono le condizioni del MES. La prospettiva concreta del panico che si scatenerebbe sui mercati, di cui mercoledì 18 abbiamo avuto un impressionante dimostrazione, se un Paese come l’Italia entrasse in un simile infernale meccanismo ha però imposto una pausa a tutti. In ogni caso, qualsiasi intervento del MES, fuori dai canoni previsti, comporterebbe il vaglio da parte dei Parlamenti nazionali, come ribadito da Angela Merkel. Ecco quindi giustificata la titubanza del capo del MES, Klaus Regling, di fronte alle richieste italiane. Il MES è questo, prendere o lasciare. Se ne volete un altro, fatene un altro, ma ci vorrà tempo. Ed è proprio ciò che manca.

In definitiva, il MES serve, da sempre ed ancor più nel testo riformando, proprio per riuscire là dove non è riuscita la Commissione: mettere definitivamente il guinzaglio all’Italia che dribbla ormai da 5 anni le regole del Fiscal Compact che le impongono di ridurre l’eccedenza di debito pubblico oltre il 60% di debito/PIL per 1/20 all’anno. Un bagno di sangue che continuiamo a rimandare e qui da noi qualcuno vuole facilitare, finendo sotto le forche caudine di un creditore privilegiato.

Il modo migliore di definire tali interventi è riassunto dalla parole di Giulio Tremonti a Christine Lagarde quando gli propose un prestito del Fondo Monetario Internazionale per 85 miliardi, durante il drammatico vertice di Cannes nel novembre 2011: “Posso pensare a modi migliori per commettere suicidio”. Questa fu la risposta. Nonostante ciò il governo insiste sulla strada di un non meglio precisato prestito del MES (o la Banca Europea degli Investimenti, garantita da quest’ultimo) a favore della generalità degli Stati dell’eurozona, con somme reperite attraverso una emissione obbligazionaria dedicata che vedrebbe certamente la BCE nel ruolo di importante investitore. Ma questo non è il MES, è una progetto di mutualizzazione del debito che non è fattibile per diversi motivi.
Prima di tutto per una questione di tempo: solo un mese fa, è clamorosamente saltato un accordo sul Quadro Pluriennale di Bilancio 2021-2027 per una manciata di miliardi a cui i Paesi del Nord Europa (Germania in testa) non volevano rinunciare. Cosa fa pensare al Presidente che, anche di fronte ad una crisi di proporzioni epocali, anni di mancanza di fiducia siano superati in pochi giorni? Cosa fa pensare che sia politicamente sostenibile per il blocco tedesco la condivisione di un debito con gli altri paesi dell’eurozona, sia pur emesso in circostanze eccezionali? Fonti tedesche hanno fatto sapere che il contraccolpo sugli equilibri politici interni potrebbe essere non sostenibile ed Angela Merkel non ha certo voglia di vedere nuovamente sfilare le “camicie brune” sulla Unter den Linden a Berlino. Non a caso si è subito levata la voce dell’europarlamentare tedesco del PPE Markus Ferber che, commentando la recente decisione della BCE, ha precisato che “la BCE deve fare attenzione a non superare la linea che la separa dal finanziamento monetario del deficit degli Stati”, che è vietato dai Trattati.
Si entra così nel merito giuridico. Come ha efficacemente evidenziato il giurista Luciano Barra Caracciolo, il MES senza condizionalità semplicemente non esiste, ed una nota diramata dai deputati M5s della Commissione Finanze ieri sera lo ha pure ribadito. Farne uno diverso non è possibile in quanto non solo è vietato dal Trattato che disciplina il MES, ma addirittura dell’art. 136, paragrafo 3, del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) che testualmente recita “La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”. Da qui discende poi tutto l’intreccio di condizioni presenti nel Trattato sul MES. Qualcuno crede di potersela cavare in pochi giorni, riformando in un colpo solo due Trattati?
Inoltre, c’è anche un problema di trasparenza e di metodo. Poiché il MES prevede la stipula di un protocollo di intesa con il Paese richiedente, il Governo è obbligato ad informare il Parlamento già agli inizi di un eventuale processo di adesione e deve infine sottoporre il tutto alla ratifica parlamentare secondo l’art. 80 della Costituzione. Ieri sera un portavoce del MES ha dichiarato che non esiste né una richiesta formale né è in corso una discussione con l’Italia. Allora di cosa parla Conte e, soprattutto, con quale legittimazione parlamentare? Infine, sorgono pure dei dubbi sulla possibilità per la BCE di sottoscrivere le obbligazioni emesse dal MES. E’ vero che la BCE l’ha già fatto è già autorizzata a spingersi fino al 50% del totale, ma è un limite che dovrà necessariamente superare. Il MES potrebbe essere considerato una di quelle “istituzioni” dell’Unione a cui è precluso il finanziamento diretto da parte della BCE, secondo i Trattati. Se a questo si aggiunge che è stata differita al 5 maggio prossimo la sentenza della Corte Costituzionale tedesca sulla legittimità del QE lanciato da Draghi nel 2015, si può concludere che toccare i Trattati o interpretarli estensivamente equivale a gettare un cerino nella polveriera tedesca.
Infine, c’è una evidente diversità tra le situazioni dei diversi Paesi. I tedeschi, dall’alto del loro rapporto debito/PIL pari al 60% hanno un enorme spazio di bilancio a disposizione e stanno cominciando ad usarlo con piani imponenti. Noi, ormai oltre il 135%, no. Il MES vogliono applicarlo a noi. Loro non sanno che farsene. Ma così finiremmo nel girone degli appestati.

Nei giorni in cui Ursula von Der Leyen fa saltare uno dopo l’altro tutti i feticci idolatrati per anni, tra cui il divieto di aiuti di Stato e le clausole del Patto di Stabilità. Nei giorni in cui Christine Lagarde afferma che “non ci sono limiti” all’azione della BCE nell’acquisto di titoli di Stato italiani, cosa porta allora Conte, spalleggiato ieri pure dalle dichiarazioni di Paolo Gentiloni, ad affannarsi alla ricerca di soluzioni innovative, quando dovrebbe avere già tutto il necessario?

La soluzione della BCE non è il bazooka promesso ma un bluff per prendere tempo. Nel consiglio direttivo della BCE, l’opposizione del blocco tedesco alla decisione della Lagarde, bombardata dalle richieste di Spagna, Francia ed Italia di fare qualcosa per calmare i mercati, è stata fortissima. E ci sono pochi dubbi sul fatto che quando gli acquisti della BCE si avvicineranno e cercheranno di varcare la duplice “linea rossa” costituita dall’ammontare massimo del 33% del debito di ogni Paese aderente e di ogni singola emissione e dalla base di ripartizione degli acquisti (11,8% è la quota italiana), i falchi tedeschi ed olandesi non potranno più tacere ed il crack sarà un evento non più procrastinabile. La BCE potrebbe acquistare, col nuovo programma, da 130 a 150 miliardi di titoli italiani fino a dicembre, che andrebbero sommati ai circa 400 già detenuti. Decisamente troppi per i tedeschi e la loro atavica ritrosia per la condivisione dei rischi, che è la vera linea di faglia lungo la quale rischia di saltare l’eurozona. Ecco spiegato l’affannarsi di Conte prima che si sveli il bluff.

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