L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 8 marzo 2020

I cosiddetti democratici voteranno Trump ma non Sanders che incute paura vera anche con la sua sanità pubblica

Biden vs. Sanders e il vicolo cieco del progressismo liberale


di Giorgio Cesarale
5 marzo 2020

L'establishment tira un sospiro di sollievo: il panic mode in cui esso era entrato dopo la vittoria di Bernie Sanders alle primarie in Nevada del Partito democratico sembra revocato, grazie alla “resurrezione” durante il Super Tuesday di Joe Biden, il candidato “centrista” del partito.

Gli endorsement per lui, quasi in “zona Cesarini”, di Pete Buttigieg, il giovane sindaco di South Bend, piccola città dell'Indiana, e della più solida, benché meno amata, Amy Klobuchar, insieme al soccorso “giallo” di Beto O'Rourke – fondamentale soprattutto nello Stato del Texas – hanno avuto un cospicuo effetto. Il loro riallineamento ha permesso al campo “moderato” di fare un grosso balzo, rimuovendo quella dispersione che ad esso era risultata fatale nelle prime due primarie, in Iowa e New Hampshire. Ma non vanno dimenticate le geografie etniche e le sedimentazioni storiche: della vecchia coalizione che aveva reso possibile il New Deal, composta dai cattolici, dagli intellettuali, dalla classe lavoratrice e dagli afroamericani, i “clintonites” sono riusciti, mentre infragilivano il legame con l'insediamento operaio, a serbare intatto il consenso degli afroamericani, grazie alle politiche di integrazione diretta, con tratti corporativi, generosamente attuate negli anni '90 dall'Amministrazione Clinton.

È un paradosso, visto che gli afroamericani appartengono da sempre agli strati economicamente più depressi della classe lavoratrice statunitense, ma fino a un certo punto, perché il Washington Consensus, e cioè le politiche di rafforzamento del capitalismo monopolistico a dominante finanziaria, mentre considera un fattore di vita o di morte l'attacco al salario globale di classe, può garantire un welfare “segmentato” ad alcuni gruppi della popolazione, il cui consenso può tornare utile quando i presagi diventano più foschi. Le primarie in South Carolina lo avevano già dimostrato: la popolazione afroamericana giovanile, in virtù della sua recente radicalizzazione indotta dalla ripresa del movimento antirazzista (Black Lives Matter etc.), ha virato verso Sanders, ma quella più anziana, memore dei miglioramenti economici e sociali degli ultimi 40 anni, ha votato in massa per Biden.
L'establishment liberaldemocratico mostra insomma ancora molta resilienza e grandi capacità di manovra e controllo. Il campo democratico-socialista, che sta comunque dispiegando straordinarie capacità di mobilitazione, soprattutto in California, pare averlo sottovalutato, donde le forse eccessive espressioni di scoramento che si susseguono in queste ore. L'entusiasmo, ce lo ha insegnato già Kant, è una passione elementare e allo stesso tempo fondamentale, è un ingrediente essenziale per ogni cambiamento, ma deve essere abbinato alla prudentia, alla lucidità nell'analisi dei concreti rapporti di forza. Se la corsa di Sanders non è ancora pregiudicata, non è però da escludere, nei prossimi mesi, il suo impaludamento, la sua estenuazione. L'importanza di Sanders nella riapertura di uno spazio politico a sinistra negli USA è stata incalcolabile, ma appare chiara la necessità di ripensare il quadro: si può ancora correre per la nomination entro un partito ossificato e preda dei corporate interests? L'ipotesi di un “terzo partito”, lungamente vagheggiata e agognata dalla sinistra americana novecentesca, è ormai sul tappeto, è in questi ultimi anni diventata molto più di un wishful thinking.

È altrettanto chiaro, tuttavia, come sulle spalle dell'establishment liberaldemocratico, compresi i suoi intellettuali di punta (cfr. l'intervista a Michael Walzer su “Repubblica”), gravi una pesante responsabilità: Sanders è un politico popolare, con una forte presa sia sugli elettori “indipendenti” sia su quelli della Rust Belt, che nel 2016 garantirono la vittoria a Trump. È l'unico candidato che può battere Trump. Chi lo ostacola, come la “progressista” Elizabeth Warren, sta spianando la strada alla rielezione del Presidente in carica, contro il quale si era addirittura scatenata una procedura d'impeachment. C'è qualcosa che non torna in tutto ciò: i liberali preferiscono perdere contro Trump piuttosto che far vincere i socialisti? Sembra un film già visto...

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