L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 6 marzo 2020

I mass media hanno creato un corto circuito nulla sarà come prima

Il virus del catastrofismo

V.Marchio e G.Casale intervistano Franco Piperno
3 marzo 2020

Ci pare di essere di fronte alla proclamazione di uno stato d’eccezione e d’emergenza costruito dai media e dall’opinione pubblica. Ovviamente non perché il coronavirus sia un’invenzione, un complotto o sia stato creato in qualche segreto laboratorio, ma perché a fronte di numeri tutto sommato modesti di mortalità, se paragonati a quelli delle abituali influenze, si è generato un fenomeno di psicosi di massa alimentato non dalla mancanza di informazione (come si è detto per la Cina) ma dalla sua inflazione. I governi rispondono a tale psicosi con misure demagogico-psicotiche, creando un circolo vizioso che può potenzialmente produrre – ad esempio – la paralisi delle strutture sanitarie, o fenomeni di carestia artificiale, per non parlare dell’ulteriore frammentazione e militarizzazione della vita pubblica. Cosa ne pensi?

«Questo quadro è un esempio per alcuni versi pericoloso e tragico, di come ci sia una realtà virtuale che viene gonfiata e trasformata in qualcos’altro. Quello che voglio dire, implicito nella vostra domanda, è che di qualcosa che può essere definito come pericolo di pandemia, sia pure con probabilità basse, si può parlare solo per i paesi ricchi.

Se confrontato con la situazione dell’umanità, questo coronavirus è semplicemente ridicolo: muoiono 24.000 bambini ogni giorno e gran parte di queste morti sono altrove, non nei paesi ricchi – in cui comprendo anche la Cina. C’è come una sproporzione veramente psicotica. L’ambientalismo è un fenomeno analogo. Esso, cosi come il rischio prodotto dall’arrivo di un nuovo virus, viene presentato come sovrarealtà virtuale, che però finisce per incidere in modo negativo sulla realtà attuale. Da questo punto di vista è come se si decidesse di mobilitare una popolazione davanti a una guerra, e i discorsi diventano tipici: l’invocazione dell’unità e della responsabilità. Tutto ciò sulla base di dover affidare agli stessi che hanno provocato questa situazione il compito di uscirne.»

Nella proclamazione di questo stato d’eccezione artificiale, che ruolo gioca l’ordine del discorso scientifico? Vediamo oggi un Burioni qualsiasi che parla come il papa, dal pulpito dell’infallibilità della propria dottrina religiosa. Il governo della scienza, in nome della sua presunta oggettività, è forse un ulteriore passaggio del discorso sviluppista, progressista, illuminista?

«Tenete presente che non è tanto la scienza, sono gli organizzatori delle attività scientifiche e di ricerca che prendono la parola. Dal punto di vista più propriamente scientifico, le opinioni sono assai diverse, spesso in contraddizione con l’opinione ufficiale che si vuole scientifica. È come se i manager si impadronissero dei risultati della ricerca e li barattassero in una forma in cui il lavoro scientifico è perduto a favore di un discorso di mobilitazione di pericolo. Nel capitalismo contemporaneo, il rischio diventa un elemento essenziale. La possibilità di gestire il rischio diventa una componente fondamentale del dominio. Naturalmente in parte è sempre stato così, nella storia ci sono state tante situazioni di allarme portate avanti con la complicità degli organizzatori dell’attività scientifica. La più antica di cui abbiamo una descrizione molto puntuale è quella intorno all’anno mille, in cui la congiunzione dei cinque pianeti determinò tra le persone colte un allarme, perché avrebbe indicato l’avviso della fine del mondo. Naturalmente non è stato solo questo. Nell’Ottocento ci fu la diffusione della paura per la fine delle miniere di carbone – sulla cui valorizzazione si basava quella fase capitalistica –, e alcuni scienziati che erano anche professori universitari, sostenevano che quell’avvenimento rischiava di portare alla fine del mondo. Non di tutto il mondo in quel caso, ma la fine dell’Inghilterra e dei primi paesi industriali.»

Non ti sembra che questa vicenda del coronavirus riproduca, in altre forme, il discorso catastrofista e apocalittico usato – come accennavi – dall’ambientalismo? L’idea è: domani c’è la fine del mondo, quindi oggi dovete redimervi tutti. È la dittatura di un immaginifico futuro sulla materialità del presente. Insomma, ci sembra che il discorso catastrofista e apocalittico sia sempre il discorso dell’interesse generale, cioè dello Stato e dell’unità nazionale.

«Naturalmente non si tratta di un complotto ma di una tendenza spontanea in una società che risulta essere governata da interessi e obiettivi che sono estranei alla gran parte della gente che vive in questa società, spesso obiettivi non confessabili, come l’aumento dell’accumulazione. In una società di questo tipo, il sentirsi manomessi è come una reazione spontanea. Non si tratta di pensare a un piano del capitale che si inventa la catastrofe da infezioni virali, è piuttosto una tendenza che è intrinseca a una società in cui non è l’interesse trasparente di coloro che lavorano e vivono a dominarne la scena, ma è piuttosto un interesse occulto. Io tenderei a sottolineare soprattutto, per quanto riguarda la questione ambientalismo, la differenza che c’è tra coloro che lavorano come ricercatori sul problema e coloro che invece, investiti da una qualche autorità organizzativa, parlano di questo.

C’è da dire comunque che non necessariamente la costruzione di questo clima e discorso andrà in ogni caso a favore del sistema capitalistico. In questa situazione l’ambientalismo, come anche il catastrofismo sanitario, mostrano tutti i loro limiti. In Cina, dove esiste un capitalismo di Stato (o una direzione  che usa tutti gli strumenti disponibili per governare la società), il modo in cui viene governato questo fenomeno dimostra una notevole impotenza: è come se l’autorità si fosse infilata e avesse in parte costruito una situazione che gli sfugge completamente di mano, e può portare a delle conseguenze che sono il contrario di quello che il governo cinese si riprometteva.»

Una battuta: in pochissimo tempo il coronavirus ha messo in ginocchio l’economia e la produttività di un colosso come la Cina e in appena pochi giorni del Nord Italia. Non è che dovremmo prendere esempio?

«I virus sono ciò di più simile a come siamo noi, degli oppositori della società occidentale in cui viviamo. La nostra prospettiva è quella di moltiplicazione di virus antagonisti e sabotatori. Io apprezzo molto ad esempio un social francese che si chiama «Défaire l’Occident» e fa una ricostruzione dal punto di vista del lavoro vivo. Uno dei problemi dell’attività di ricerca è che è stata sminuzzata come in una fabbrica fordista. Mentre nella produzione industriale siamo oltre il fordismo, nella produzione di scienza e di conoscenza siamo piombati in pieno fordismo. Ad esempio al Cern di Ginevra lavorano circa 10.000 fisici e ognuno si occupa di un pezzettino, non sa quello che fa il suo collega, come succedeva nella fabbrica fordista. Questo dà le dimensioni del problema. Nel Settecento, quando scriveva Newton, c’erano quattro riviste scientifiche, ora ce ne sono 40.000 mila. È impossibile avere una visione complessiva, e in questa impossibilità interviene il potere politico, cioè il dominio. Gli stessi scienziati non sono a conoscenza del lavoro che fanno gli altri scienziati. E quindi uno degli aspetti fondamentali della scienza, tale sin dall’antichità, è il suo carattere unitario della conoscenza. Mentre lo specialismo, quello che i tedeschi chiamano l’idiota specializzato, serve a costruire le applicazioni scientifiche o anche belliche di una scienza, ma non serve a produrre una scienza. E noi siamo davanti a una situazione in cui la scienza ha perso qualsiasi autorità che non le venga dal potere politico.»

Un’ultima domanda. Parlando con chi ci circonda, sembra che questo coronavirus abbia creato, in una situazione di crisi permanente, una sorta di shock della soggettività. Innanzitutto, questo shock è vero? E se è vero, al di là della risposta panica, della rassegnazione catastrofista di cui abbiamo già parlato o di chi si comporta come chi fa l’addio al celibato e fa tutto ciò che dal giorno dopo non potrà più fare, crea forse un ambito di strana possibilità? Magari quella di chi vede davanti a sé la realtà della morte…

«È una domanda di difficile risposta. Il soggetto può criticare non solo l’assetto politico istituzionale dell’occidente, ma soprattutto quelle che sono le idee forza dell’occidente: il progresso, il rapporto con la scienza, l’innovazione che indica una possibilità continua di rinnovarsi e di rinnovare il mercato del capitale, in un’epoca in cui è unificato, e l’unica possibilità sembra essere che le le nuove applicazioni della scienza, tipo il laser, creino nuovi strumenti. Allora questa supervalutazione del nuovo, che prende pure i compagni purtroppo, per cui l’attività più stimata è quella che crea il nuovo, non il vero o il meglio, finisce per impedire ogni possibilità di giudizio da parte delle persone che non hanno gli strumenti per capire il fondamento della società occidentale. A questo si accompagna questa furiosa attività di colonizzazione delle coscienze, per cui gli immigrati che vengono in Italia non sono portatori di una possibilità di rinnovamento perché non hanno un amore per l’arte fiorentina, ma perché vogliono guadagnare, avere soldi, diventare consumatori come gli altri. Non c’è più, come nell’Ottocento, una sorta di automatismo per cui creare nuove industrie comportava anche aumentare il numero di operai. Non è più cosi, l’investimento è teso al risparmio di lavoro. In questa contraddizione di promesse di masse che non si possono mantenere, interviene da una parte la probabilità della sconfitta, dall’altra una piccola probabilità di vincere. In questo quadro, è come se il crollo dell’Unione Sovietica fosse stato significativo, non solo per i russi, ma per milioni di persone in tutto il mondo. L’Unione Sovietica aveva presentato, a torto o a ragione, una possibilità diversa dall’individualismo progressista dell’Occidente, non importa che la critica al regime sovietico fosse stata fatta per tempo anche dagli stessi comunisti, ciò che importa è che finché essa era in piedi, dimostrava che si poteva procedere in altro modo, per quanto magari non fosse migliore. C’è stata dunque anche un’unificazione della falsa coscienza, o se si vuole dell’ideologia progressista.»

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