L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 6 marzo 2020

Il capitale si è appropriato degli strumenti di comunicazioni e ha predisposto la sua egemonia culturale strategica

L’ascesa della destra e la creazione di un paradigma unico

3 marzo 2020
di Riccardo Leoncini


Un certo numero di anni fa (parecchi per la verità), prima di iniziare il mio programma di PhD, ho seguito un corso di master presso un’università inglese. Il corso prevedeva 8 insegnamenti (4 per semestre), alcuni obbligatori (i classici micro, macro ed econometria) e alcuni facoltativi. Fra quelli facoltativi che decisi di seguire ricordo che scelsi economia ambientale, economia marxiana, economia ricardiana, ed un corso di economia dello sviluppo tenuto presso un altro dipartimento. Dieci anni circa dopo, un caro amico seguì lo stesso corso di master. A quel tempo era partito da qualche anno il Research Assessment Exercise delle Università britanniche, e, presso quella stessa università, era stato assunto come professore una star del firmamento della crescita endogena (tema allora assai di moda). Il mio amico tornò dall’Inghilterra con un bagaglio (magari invidiabile) di insegnamenti focalizzati unicamente su quel tema (scherzando, gli chiedevo se avesse seguito anche un corso su crescita endogena e fish&chips). Proprio in quel periodo mi lamentavo con un altro amico della desertificazione della varietà di insegnamento (tutti i corsi che avevo seguito io non esistevano più ed i vari professori che li tenevano erano quasi tutti emigrati altrove): “vedi, gli dicevo nessuno ha più voglia ed incentivo ad insegnare economia marxiana o ricardiana.” Al che lui, addottorato in USA, mi rispose: “ma guarda che in America non è che non insegnano più economia marxiana, non insegnano più neanche economia keynesiana!”

Perché, questo piccolo e magari insignificante spaccato di vita personale? Per far capire che mentre la sinistra ogni certo numero di anni celebra anniversari della rivoluzione mancata che dalla fine degli anni ’60 ci ha condotto per mano lungo una china più o meno significativa e più o meno violenta (ce n’è per tutti i gusti, in effetti), la vera rivoluzione (la controrivoluzione) l’hanno fatta i “padroni capitalisti” a partire dalla fine degli anni ’70. Gli anni ’80 sono gli anni in cui il cosiddetto riflusso ha creato le basi per una divaricazione importante fra economia e società, fra singolo e collettivo, fra privato e politico. La controrivoluzione di destra (culminata nell’elezione dei vari Reagan, Thatcher, Kohl) ha creato con la forza una disgregazione del sistema faticosamente creato dall’impeto socialdemocratico degli anni ’60 e ’70 basato su collaborazione, condivisione e cooperazione, che costituisce il culmine del successo delle lotte operaie e dei diritti sociali (e che non a caso costituisce anche il culmine storico della convergenza nella distribuzione del reddito in questi paesi, che da allora non ha fatto altro che divaricarsi).

Naturalmente, la controrivoluzione aveva bisogno di un substrato culturale su cui far attecchire alcuni principi base, alcuni assiomi indiscutibili, che si prendono per buoni, che sono, per definizione, indimostrabili. E per un economista, forse nulla più della policy-ineffectiveness proposition (nonostante la sua validità fosse oggetto di acceso dibattito) poteva fungere da “spartiacque” fra un prima e un dopo. Un po’ l’equivalente del teorema del bilancio in pareggio con cui Haavelmo ha sdoganato al colto ed all’inclita i principi keynesiani di gestione della spesa pubblica. Ma naturalmente, poiché la popolazione non è (fortunatamente, direi) fatta di soli economisti, occorreva che queste vittorie dal piano teorico i trasferissero a quello pratico. Che dalla torre eburnea la nuova onda si propagasse alla casalinga di Novara.

Ed ecco che l’idea geniale delle grandi corporation (General Electric in testa, che sovvenzionò la creazione del primo di questi addirittura negli anni ‘40) di creare think tank che diffondano le idee conservatrici e pro-impresa di cui queste sono portatrici, prende una dimensione notevole fra gli anni ’70 e ‘80. Il ruolo di questi think tank era infatti quello di promuovere maggiore conoscenza pubblica e comprensione dei vantaggi sociali ed economici che potevano derivare ai cittadini americani attraverso il mantenimento di un sistema di impresa, libera e competitiva. La comunità delle grandi corporation cominciò quindi a sponsorizzare la fondazione e la crescita di moltissime organizzazioni di questo tipo: The American Legal Foundation, Capital Legal Foundation, Media Institute, Center for Media and Public Affairs, and Accuracy in Media, Georgetown Center for Strategic and International Studies, Freedom House.

Questi istituti sono dedicati alla valorizzazione dei principi della libertà individuale, di un limitato intervento da parte dello Stato, del libero mercato e, naturalmente, della pace. Impiegano di norma ricercatori ed analisti che conducono ricerche apparentemente indipendenti e non-partisan su un vasto ventaglio di temi della politica. Centinaia di intellettuali hanno perciò lavorato (direttamente o come consulenti) per questi istituti, i cui lavori hanno trovato una enorme diffusione nei media attraverso sofisticate campagne di propaganda. Queste organizzazioni hanno quindi sostenuto il lavoro di una congerie di intellettuali che garantissero che una ‘corretta’ visione del mondo dell’economia e della politica ottenesse la necessaria attenzione. In un combinato disposto che vedeva il singolo intellettuale guadagnare prestigio e rispettabilità scientifica e l’istituzione guadagnare visibilità e ‘oggettività’.

Edwin Feulner, della Heritage Foundation spiegava (citato in Chomsky, 1998) che questi istituti vendevano e rivendevano ogni giorno il loro prodotto per tenerlo sempre fresco nella mente dei cittadini. Il prodotto in questione è costituito dalla disseminazione delle idee ‘corrette’ a centinaia e migliaia di giornali. Secondo I dettami di queste organizzazioni, l’area in cui avviene il pubblico dibattito politico viene inondata (letteralmente) da dettagliati ed approfonditi studi di taglio accademico che conducono a quelle che viene definita come la ‘giusta conclusione’. La disseminazione delle idee corrette all’interno del pubblico dibattito (giornali, radio, televisioni, web) produce quella che viene definita come la ‘giusta prospettiva’.

Tanto per fare un esempio, la missione dichiarata (sul sito web) di una delle più anziane e prestigiose di queste fondazioni, l’American Enerprise Institute, è quella di “difendere i principi e migliorare le istituzioni della libertà Americana e il capitalismo democratico, il governo costituzionale, le imprese private, la libertà e la responsabilità individuali, la difesa vigilante ed efficace e le politiche estere, la responsabilità politica, e il dibattito aperto”. E per dare un’idea della scala con cui questi istituti si muovono, si consideri che limitatamente all’AEI, fra i suoi membri, accanto a personaggi del calibro di Irving Kristol, Antonin Scalia, Newt Gingrich, Martin Feldstein e perfino Paul Wolfowitz e Gerald Ford, figurano economisti come Ronald Coase e Milton Friedman. Il pool di esperti finanziati da queste organizzazioni è di norma schierato verso le direzioni che i governi desiderano, ma ancora di più verso quello che ‘i mercati’ prediligono. Ogni 6/7 esperti chiamati dai vari network radio-televisivi a spiegare ‘oggettivamente’ una tema (sia esso di economia, di politica interna o internazionale) almeno uno proviene da uno di questi think tank.

Un esempio soltanto può servire a illuminare questo fenomeno. Un esempio significativo è il paper di Johnson et al (2007) pubblicato su Cato Journal (del Cato Institute, istituto fondato grazie ad una donazione di 500,000 dollari di una dei famosi, e ultraconservatori, fratelli Koch, Charles), in cui si predispone una difesa d’ufficio e ‘scientificamente’ solida (basata sull’uso dell’analisi costi benefici, usato come se fosse apparentemente uno strumento oggettivo ed scevro di implicazioni ideologiche) del famoso memo in cui Lawrence Summers, allora capo economista della Banca Mondiale (e futuro membro senior dell’amministrazione Clinton e presidente della Harvard University), si domandava: “…shouldn’t the World Bank be encouraging more migration of the dirty industries to the LDCs?”. La domanda (rivoltante e densa di implicazioni razziste) era ovviamente retorica, visto che la risposta era un netto e sicuro si, e l’articolo citato ne costituisce una difesa d’ufficio quanto mai necessaria al fine di costruire un ‘rispettabile’ framework teorico all’interno del quale indirizzare il (pseudo) dibattito.

Ecco, questa lunga storia per dire che, da mio punto di vista e diversamente (o forse solo leggermente diversamente) da quanto affermato da Guido Ortona nel suo articolo sugli economisti progressisti che aiutano la destra, non meraviglia che ci siano in giro persone che, naturalmente in buona fede e magari senza rendersene conto, aiutino le parole d’ordine della destra a venire prima sdoganate e poi diffuse. Vale la pena citare Chomsky (1998), che spiega: “ Come affermato da Henry Kissinger, in questa “età degli esperti”, il “collegio” degli esperti è costituito “da coloro che hanno interessi particolari nelle opinioni comunemente più diffuse; elaborare e definire il loro consenso ad un elevato livello è ciò che, dopotutto, li ha resi esperti.” È perciò appropriato che questa ristrutturazione sia avvenuta per permettere che le opinioni comunemente più diffuse (intendendo quelle che sono funzionali agli interessi delle élite) possano continuare a prevalere. (mia traduzione).”

Si tratta in poche parole dell’onda lunga della contro-rivoluzione del 1980, che ha segnato (per il momento, e apparentemente per gli anni a venire) così profondamente il nostro tempo, il nostro onesto (lo ripeto con forza, non si tratta di persone in malafede) ragionare, il nostro privato e il nostro pubblico, l’evidente spostamento a destra del baricentro politico e culturale del sistema di valori all’interno del quale si stabiliscono gli orizzonti, direi citando Kuhn paradigmatici, delle opinioni sia teorico-metodologiche che di policy di cui si discute. Quando, per esempio, oramai definirsi liberali di sinistra non fa più neanche alzare un sopracciglio, quando si sottolinea che la colpa fondamentale è del sindacato che ha creato una casta di lavoratori privilegiati, quando si dice che qualunque gruppo organizzato che rivendichi qualcosa è una camarilla che pensa solo a distorcere, infidamente, i meccanismi di mercato (unici legittimi ed impersonali) che premiano o puniscono ciascuno di noi secondo le nostre singole capacità, quando si dice che occorre “affamare la bestia” della spesa pubblica, e così via cantando, senza che nessuno abbia, non dico il coraggio, ma almeno la decenza di sottolineare le implicazioni epistemologiche profonde che derivano dal fare proprie le ipotesi di base del modello ortodosso, senza scomodare Mirovsky, o Boland sulla non neutralità di queste ipotesi, allora la discussione appare viziata in partenza. Se il modello ortodosso si basa sull’individualismo metodologico, non può che essere evidente che l’interesse personale domina qualunque altro movente delle azioni umane, da questo genere di dibattito è difficile schiodarsi…

Naturalmente dobbiamo evitare di pensare che gli economisti siano tutti o corrotti o incapaci. Più ‘semplicemente’ possiamo spiegare il meccanismo in azione usando ancora le parole di Chomsky (1988, p. 2): “Il dominio dei media da parte delle élite e la marginalizzazione del dissenso che risulta dall’operare di questi filtri avviene così naturalmente che le persone che lavorano nei media di informazione, pur operando frequentemente con completa integrità e buone intenzioni, sono capaci di convincere sé stessi che scelgono e interpretano le notizie in maniera “oggettiva”, e sulla base di valori professionali. All’interno dei limiti costituiti da questi vincoli, essi sono spesso oggettivi; i vincoli sono così potenti, e sono costruiti all’interno del sistema in una maniera così fondamentale, che basi alternative alla scelta delle notizie sono a malapena immaginabili. (mia traduzione).

Riferimenti bibliografici
Johnson J., Pequet G., Taylor L. (2007), Potential gains from trade in dirty industries: revisiting Lawrence Summers’ memo, Cato Journal, vol. 27, n.3, pp. 397-410.
Herman E., Chomsky N. (1988), Manufacturing Consent. The Political Economy of the Mass Media, Pantheon Books, New York.

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