L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 20 marzo 2020

Il Mes è un'illusione delle anime candite del Politicamente Corretto, solo la BCE può mobilitare risorse potenzialmente illimitate e quindi bloccare la speculazione

Intervista a Vladimiro Giacché: "Richiedere il MES? Gualtieri così perde tempo e rischia di peggiorare la crisi"


"Questo modo scomposto di procedere è già di per sé tale da confermare l’estrema debolezza del nostro Paese, con tutte le conseguenze del caso per quanto riguarda l’andamento dei nostri titoli di Stato. Ma in secondo luogo questa proposta ignora il fatto che il MES non può bloccare una crisi del debito. L’unico attore in campo in grado di riuscirci è la BCE".

All'emergenza sanitaria seguirà il difficile, difficilissimo momento della ricostruzione economica. Se questa crisi sarà un'oppportunità per rottamare per sempre un sistema, un modello e una propaganda fallita e fallimentare impostasi negli ultimi trent'anni, dipenderà anche dalla mobilitazione popolare e dell'opinione pubblica da subito.

Come AntiDiplomatico vi proporremo un percorso di interviste per iniziare a delineare la situazione attuale, immaginare i prossimi scenari e sensibilizzare il più possibile sui fallimenti del passato da non ripetere più in futuro.

Iniziamo questo percorso con Vladimiro Giacché*, economista, filosofo e, negli ultimi anni, uno degli osservatori più acuti della situazione macro-economica europea. 

Intervista esclusiva per l'AntiDiplomatico

La Spagna requisisce la sanità privata, la Francia annuncia nazionalizzazioni di imprese in crisi e la Germania prepara un bazooka da 550 milioni per salvare le sue aziende. Le misure del governo italiano sono state invece molto più contenute e rispettose delle regole europee: non è che l'Italia è rimasta la sola a cercare una via condivisa di uscita dalla crisi?

Io credo che questa crisi stia costringendo tutti a fare i conti con una semplice verità: il mito di certi liberisti, una società che si dovrebbe reggere soltanto sul coordinamento ex post dell’attività economica rappresentato dal mercato (ossia dalla legge della domanda e dell’offerta), è per l’appunto un mito, qualcosa che non è mai esistito e mai esisterà. Che qualsiasi società non possa esistere senza altri tipi di coordinamento è una semplice verità. E questa verità, in situazioni di emergenza come questa, diventa una verità vitale: servono leggi che disciplinino l’attività economica, e serve l’intervento dello Stato in campo economico, in termini di elaborazione della strategia economica complessiva (che quindi non può essere affidata alle forze spontanee del mercato) e anche con una presenza diretta nei settori chiave. Mi sembra che il governo abbia preso atto di questa necessità, ad esempio pensando a come ricostruire filiere nazionali della produzione in settori essenziali e critici. Non si può pensare che una delle principali potenze industriali del mondo, quale è l’Italia, debba dipendere dalla carità – e in qualche caso dallo scandaloso egoismo – di alcuni Stati stranieri quando si tratta di acquisire le mascherine essenziali per la salute dei cittadini. In questi giorni molte persone nel nostro Paese sono morte a causa del mancato approvvigionamento di questa merce, non proprio di avanguardia dal punto di vista tecnologico. Quanto alle misure assunte, anch’io ne ho constatato la modestia in termini quantitativi e il timore – altrove assente – di assumere decisioni in proprio, senza prima andare a chiedere il permesso a Bruxelles.

"Convocare subito il Comitato di sicurezza finanziaria e affiancarlo da un trust di cervelli per evitare ulteriori danni e salvare gli interessi economici nazionali". Lo ha dichiarato questa settimana Lamberto Cardia, ex presidente della Consob, per salvare asset fondamentali per il sistema paese. E' d'accordo? Senza un intervento forte dello stato è possibile immaginare una forte speculazione predatoria delle multinazionali contro le nostre imprese?

Sì. Questo è un tema che va affrontato con urgenza. Molte società quotate hanno valori a forte sconto, e questo rende probabili iniziative ostili – magari non ora, ma appena si saranno calmate un po’ le acque. Borsa Italiana e MTS (la piattaforma dove sono trattati i titoli di Stato) devono tornare in Italia – e non finire a un altro paese europeo diverso dal Regno Unito, magari la Francia.

Cosa risponde a coloro che stanno invocando di approvare rapidamente le riforme del MES come misura per arginare la crisi in corso? E come giudica la richiesta di ieri di Conte e Gualtieri di utilizzare il fondo "senza condizionalità"?

Per fortuna ormai sono rimasti in pochi. In compenso ho visto che il ministro Gualtieri ha chiesto l’intervento del MES (vecchia versione), però “senza condizionalità”. Il realismo di questa proposta si commenta da solo. Ma i suoi difetti principali sono altri. In primo luogo, questo modo scomposto di procedere è già di per sé tale da confermare l’estrema debolezza del nostro Paese, con tutte le conseguenze del caso per quanto riguarda l’andamento dei nostri titoli di Stato. Ma in secondo luogo questa proposta ignora il fatto che il MES non può bloccare una crisi del debito. L’unico attore in campo in grado di riuscirci è la BCE: solo la BCE può mobilitare risorse potenzialmente illimitate e quindi bloccare la speculazione (il solo piano straordinario di acquisti di titoli deciso ieri sera dalla BCE ammonta a 750 miliardi di euro: è una somma superiore alla capacità complessiva del MES…). Come è noto, fu sufficiente la minaccia credibile di intervenire da parte di Draghi (il famoso “whatever it takes”) che diede una svolta alla crisi nel 2012, invertendo la marcia sino ad allora inarrestabile dello spread sui titoli di Stato spagnoli e italiani. La Lagarde, per motivi che un giorno ci vorrà spiegare, l’altro giorno ha fatto esattamente il contrario con la sua famigerata dichiarazione. Ma mi sembra che la migliore risposta l’abbiano data i mercati: con vendite generalizzate che hanno messo in luce come un crollo dell’Italia porterebbe con sé quello dell’eurozona. Mi sembra che questo argomento sia molto più forte delle flebili richieste del nostro ministro delle finanze. Il quale al contrario rischia, proponendo una soluzione che non risolve nulla, di far perdere tempo prezioso e quindi di contribuire al peggioramento della crisi.

Olivier Blanchard, ex capo economista dell'FMI, ha dichiarato: "se siamo in guerra allora bisogna fare deficit pubblici da guerra, ossia a doppia cifra". Quale sarebbe secondo lei il tasso di deficit che l'Italia dovrebbe avere per il 2020 per affrontare adeguatamente la crisi?

Quest’anno il deficit sarà comunque imponente, già solo per il fatto che il gettito fiscale di parte dell’anno crollerà. Oltre a questo bisognerà stanziare cifre importanti per consentire all’economia di non crollare. Non saprei indicare una percentuale. In ogni caso, si tratta di cifre molto lontane dai 25 miliardi stanziati ad oggi dal governo (dei fantomatici 350 miliardi di investimenti attivabili preferisco non parlare per carità di patria).

Per le ripercussioni sull'economia reale, i primi studi sull'impatto sul tessuto economico parlano di un possibile crollo del Pil a doppia cifra per il 2020 e il fallimento del 12% delle imprese. Le misure sin qui assunte saranno sufficienti?

Le nostre stime – le pubblicheremo in dettaglio venerdì - sono molto più contenute: il CER prevede qualcosa di più del 3% di calo del pil, presupponendo tempi non troppo lunghi per il ritorno alla normalità (fine del lockdown fine aprile, ritorno alla normalità a fine giugno), ma scontando anche un -3% del commercio mondiale. Stime a parte, il punto essenziale è qui l’assoluta necessità di non distruggere capacità produttiva nel periodo del blocco, ossia di evitare fallimenti nelle prossime settimane. Per questo nel decreto appena uscito sarebbe stato necessario fare di più per sostenere le imprese. Si farà forse ancora a tempo in sede di conversione del decreto. Ma questo sforzo ulteriore è necessario. Tra l’altro, anche allo Stato imprese che chiudono i battenti costano molto più di un forte sostegno temporaneo alla loro attività. E dopo aver già distrutto il 20% della capacità produttiva durante la crisi precedente (soprattutto nella fase dell’austerity), non possiamo permetterci di depauperare ulteriormente il nostro tessuto produttivo.

Romano Prodi in un'intervista a La Stampa di questa settimana ha dichiarato: "L'Italia deve riorganizzarsi e diventare attrattiva per le imprese che vogliono trasferirsi qui". Con la moneta unica dell'euro come può essere un'attrattiva l'Italia se non riducendo i salari ulteriormente? E il rischio non è di trasformarci nella Polonia o Romania della zona euro?

“Attrattività” è una parola che indica cose diverse per un paese industrialmente avanzato come il nostro e per paesi in ritardo di sviluppo. Nel secondo caso l’attrattiva maggiore è costituita dal fatto di poter disporre di manodopera (ed eventualmente materie prime) a basso costo. Nel nostro dalle capacità della forza-lavoro e dall’elevato livello tecnologico delle nostre produzioni. L’idea di poter recuperare competitività inseguendo i paesi in via di sviluppo sul terreno del basso costo del lavoro è illusoria e perdente, oltre a essere socialmente iniqua.

I tagli alla sanità pubblica sono l'esempio più lampante del fallimento del modello imposto negli ultimi trent'anni. Si uscirà con più Stato e meno mercato da questa crisi o saranno sempre gli stessi a gestire con i vecchi metodi il post emergenza sanitaria?

Io penso – l’ho già accennato più sopra – che questa crisi imponga un ripensamento radicale del rapporto tra Stato e mercato, tra settore pubblico e settore privato dell’economia. Bisogna tornare a pensare in termini strategici, cosa che non facciamo più dagli anni Novanta. E questo significa che “politica industriale” deve cessare di essere una parolaccia e la parola “privatizzazioni” una formula magica che guarisce tutti i mali, dal debito pubblico alla scarsa competitività.

Come giudica la reazione dal punto di vista monetario e fiscale della Cina negli ultimi tre mesi - dal momento della messa in quarantena della regione focolaio del coronavirus a oggi? E può essere un modello anche per i paesi della zona euro?

La Cina ha posto in essere misure estremamente energiche, anche in termini economici. Potrebbe essere un modello per noi? In teoria senz’altro. In pratica le cose non sono così semplici, proprio a causa della governance delle istituzioni europee e dell’ideologia sottesa tanto al trattato di Maastricht quanto alle politiche europee degli ultimi anni. Per il primo aspetto basterà ricordare che la banca centrale europea - a differenza di quella cinese, che è uno dei principali strumenti della strategia economica del governo cinese - è indipendente dai governi e le addirittura è precluso in linea generale dai trattati il finanziamento del debito pubblico. Quanto al secondo aspetto, basterà ricordare l’estrema tempestività delle misure espansive assunte dalla Cina a fronte della crisi del 2008/9 e confrontarla con l’incredibile lentezza delle mosse europee: la Bce riuscì nel “capolavoro” di alzare ben due volte i tassi d’interesse durante la crisi, e il quantitative easing iniziò più di 4 anni dopo quello statunitense. Il motivo risiede nel feticcio della stabilità dei prezzi, al quale l’establishment di questo continente ha sacrificato tutto: l’occupazione, la crescita economica, il welfare stesso (sistema sanitario incluso).

Infine, quale sarebbe il messaggio da mandare a quei giornali, economisti e opinionisti vari che per anni hanno difeso l'austerità, il Patto di stabilità e le distorsioni della zona euro per poi fare marcia indietro adesso che sta implodendo tutto?

Meglio tardi che mai. Ma temo che, come con il coronavirus, il rischio di recidiva sia elevato.

La Redazione

* Vladmiro Giacché è Presidente del Centro Europa Ricerche dall’aprile 2013. Tra le sue pubblicazioni: Finalità e soggettività. Forme del finalismo nella Scienza della logica di Hegel (1990), Storia del Mediocredito Centrale (con P. Peluffo, 1997), La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (2008, 3a ed. 2016), Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato (2012; ed. tedesca 2013), Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa (2013; ed. tedesca 2014, ed. francese. 2015) e Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile (2015).

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