L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 20 marzo 2020

Il Mes quello strumento per annichilire l'Italia

Bce e Mes: la dittatura degli acronimi

di Alessandro Somma
17 marzo 2020

“Care italiane e cari italiani non siete soli, l’Europa è con voi”. Queste parole, pronunciate dalla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ci hanno lasciato per un momento credere che nel momento del bisogno Bruxelles è disposta a lasciare il linguaggio del rigore e dell’austerità per adottare quello dell’empatia e della solidarietà. Qualcuno avrà anche pensato che questo è un effetto concreto della scelta di affidare a due donne la guida dell’Europa, naturalmente inclini a concepire in questi termini l’azione politica delle istituzioni di cui sono a capo.

Ci ha però pensato l’altra donna alla guida dell’Europa, a riportarci con i piedi per terra: Christine Lagarde al vertice della Banca centrale europea (Bce). Questa ha infatti rivolto ai mercati il messaggio meno indicato per una situazione di gravissima crisi: ha detto loro che non è compito della sua istituzione tenere sotto controllo gli spread. Mostrando così di avere uno stile opposto a quello del suo predecessore Mario Draghi, autore della celeberrima frase “per salvare l’Euro la Bce è pronta a fare qualsiasi cosa” (whatever it takes).

In molti hanno considerato l’uscita di Lagarde come l’iniziativa di una incompetente, ma si tratta di una chiave di lettura troppo benevola. Quando era al vertice del Fondo monetario internazionale, fece scandalo il ritrovamento di una lettera in cui scriveva all’allora Presidente francese Nicolas Sarkozy “fai di me ciò che vuoi”: una frase che un noto quotidiano definì “a metà strada tra Cinquanta sfumature di grigio e Fantozzi”.

Oggi Lagarde ha evidentemente cambiato padrone e scelto di offrirsi anima e corpo ai falchi tedeschi del rigore europeo, oltretutto in un momento cruciale: i Ministri delle finanze dell’Eurozona sono ora chiamati a varare la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), detto anche Fondo salva-Stati. Una riforma estremamente pericolosa, dall’impatto devastante per l’Italia, prima trascurata per scarsa sensibilità politica e ora anche per l’emergenza coronavirus, motivo per cui occorre urgentemente riportarla al centro del dibattito pubblico.

Per spiegare cosa è il Mes, occorre partire da un principio fortemente voluto dai falchi tedeschi e posto alla base della costruzione europea: l’Unione non può prestare assistenza finanziaria ai Paesi membri, tenuti a reperire il denaro di cui necessitano esclusivamente dai mercati attraverso l’emissione di titoli del debito pubblico. L’Europa non possiede insomma strumenti per soccorrere gli Stati in difficoltà, anche se questa è dovuta a situazioni eccezionali. Non può emettere a sua volta titoli del debito (i cosiddetti Eurobond) e non possiede un bilancio della portata sufficiente a sostenere piani di redistribuzione delle risorse tra gli Stati, né tanto meno per stabilizzare il ciclo economico. A monte l’Europa non ha una propria fiscalità degna di questo nome, da utilizzare ad esempio per un piano di rilancio dell’istruzione o della sanità pubblica (ma qui siamo davvero alla fantapolitica).

Solo in un caso l’Europa può intervenire: quando il Paese membro versa in difficoltà tali che persino i mercati si rifiutano di finanziarlo, neppure pretendendo interessi da capogiro. È in questi casi che interviene il Mes, tuttavia non a beneficio di quel Paese, bensì per evitare contagi e dunque per salvare la costruzione europea nel suo complesso. Per questo i prestiti sono sottoposti a rigorosa condizionalità, ovvero concessi solo ai Paesi che realizzano in cambio le mitiche riforme strutturali tanto care ai falchi tedeschi: ovvero che tagliano la spesa sociale, precarizzano e svalutano il lavoro, privatizzano i beni pubblici e liberalizzano i servizi locali.

Nel corso degli anni il Mes ha fatto molto bene il suo lavoro, i cui risultati sono rappresentati al meglio dalle vere e proprie torture inflitte al popolo greco. La riforma che si vuole approvare lunedì peggiora la situazione, innanzi tutto perché aumenta il potere dei tecnocrati nella gestione dell’assistenza finanziaria condizionata e diminuisce sensibilmente quello della Commissione europea: tutto funzionerà sulla base di freddi automatismi non suscettibili di essere ammorbiditi da scelte di opportunità politica.

Non solo. Il Mes può fornire anche assistenza finanziaria precauzionale, destinata cioè ai Paesi che non si trovano ancora sull’orlo dell’abisso. Questo tipo di assistenza è però riservata agli Stati con le finanze sostanzialmente in ordine, e anche in questo caso la riforma mette a rischio l’Italia: è concepita in modo tale da favorire speculazioni sui mercati internazionali a danno dei Paesi più deboli, e da costringerli ad accettare piani di riforme strutturali in cambio dell’assistenza.

Per approvare la riforma occorre l’unanimità, e dunque l’Italia ha il potere di bloccarla. E tuttavia c’è chi pensa che assicurerà il suo assenso in cambio della possibilità di sforare i limiti di deficit. Speriamo non sia così, ma il passato non ci conforta: sono state troppe le occasioni in cui con questo espediente l’Italia ha accettato riforme presto rivelatesi molto più dannose dei pochi vantaggi ottenuti nell’immediato.

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