L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 7 marzo 2020

Il sentiero sempre più stretto di Erdogan con capriole chiare ed inevitabili. La tregua ottenuta è solo un respiro in più

IL GIOCO DELLE PARTI TRA PUTIN ED ERDOGAN


(di Gino Lanzara)
06/03/20 

L’evoluzione della crisi ad Idlib, ha portato all’auspicato incontro tra Putin ed Erdogan; incontro atteso anche alla luce delle pressioni che gli eventi stanno esercitando sulle relazioni in ambito regionale. Per Ankara, Idlib costituisce una un’ineludibile prova di forza condizionata dal permesso del Cremlino di concedere un (effimero?) successo tattico, che permetterebbe di fermare l’offensiva siro-russa sull’ultimo lembo di Siria occupato dai ribelli. Per la Turchia si tratterebbe di avanzare verso la linea Aleppo – Mosul, ovvero il confine a cui puntava Atatürk già dal 1920. L’azione turca, peraltro, potrebbe indicare aspetti innovativi nella relazione sia con Washington, quale – ora – utile alleato NATO, che non ha mostrato particolari opposizioni all’abbattimento di due aerei da combattimento siriani di produzione russa, e che ha ricevuto richieste di supporto bellico da Ankara, sia con Mosca, che ha dovuto testare la volitività di Erdogan.

L’operazione turca ad Idlib, condotta con droni, ha rallentato l’avanzata di Assad, imponendo una diversificazione delle operazioni di Pasdaran iraniani e Hezbollah, ora allo scoperto nella controffensiva lungo l’autostrada M5. Questa evoluzione potrebbe rendere più comprensibile l’incontro del 5 marzo, volto presumibilmente ad aggiornare l’accordo stretto a Sochi nel 2018, che prevede di fatto un arretramento delle forze siriane.

Agevolare Erdogan, secondo realpolitik, consentirebbe di riposizionare sia Assad che Teheran, di legittimare le posizioni turche, rafforzando il ruolo russo in veste di grande mediatore.

Sotto questa prospettiva, la Turchia potrebbe conseguire un duplice obiettivo: lavorare per rafforzare la sua deterrenza, ritagliandosi una zona di sicurezza profonda 30 km lungo il confine, magari ipotizzando la sistemazione di almeno 1 dei 5 milioni di rifugiati che ospita sul suo territorio, ed ergersi a paladina dei sunniti.


Va comunque sottolineato che, al momento, malgrado le dichiarazioni turche di voler evitare un’escalation con il Cremlino, le tensioni rimangono vivide, visto che il ministro degli esteri russo Lavrov ha imputato all’Europa di voler deliberatamente ignorare il dispiegamento illegale delle truppe turche su suolo siriano, specialmente quelle volte al controllo dello snodo strategico di Saraqib, a 20 km da Idlib, e che Israele non ha mancato di far sentire la sua voce, battendo con attacchi aerei le posizioni siriane a Homs e Quneitra proprio all’alba del 5 marzo.

Al di là delle apparenze diplomatiche e degli attriti che ci sono stati in passato tra le Forze Armate russe e turche, c’è da rimarcare l’irrigidimento delle reciproche posizioni politiche in funzione degli obiettivi strategici divergenti, cosa che porta una volta di più a considerare la liaison tra Ankara e Cremlino come di carattere tattico e di visuale non profonda, prova ne siano le molteplici violazioni dell’accordo di Sochi, utile più che altro a liberare il campo da attori internazionali che Mosca ha sia voluto marginalizzare, sia tentare di rimpiazzare, come nel caso degli USA.

Ad Idlib, la Turchia punta a sostenere le forze di opposizione controllando così il territorio, mentre Mosca intende annichilire i possibili oppositori di Assad. La Turchia potrebbe ora puntare su un celere cessate il fuoco, che però non potrebbe essere risolutivo, visto che del futuro assetto politico siriano non si riesce ad avere contezza.

L’incertezza che aleggia è quella che, di fatto, ha indotto Erdogan ad aprire le frontiere, pressando un’UE sempre meno attenta alle dinamiche internazionali. A tal proposito, l’azione turca è ancor più da stigmatizzare, visto che è stata ed è tutt’ora condotta in violazione degli accordi stipulati a Bruxelles nel 2016 (e dei conseguenti ed ingenti fondi percepiti), ed è indirizzata a creare una forte sacca d’instabilità ai danni del rivale di sempre: la Grecia.

Notevoli – per imprecisione e smaccata partigianeria – i commenti della stampa generalista che, ottusamente, ha inteso colpevolizzare il governo greco, quasi volendo ignorare filmati e testimonianze che riconducono l’ondata migratoria in capo al regime turco che, con questa politica, vuole che l’Europa pressi il governo russo perché rallenti la sua azione su Idlib.


Una delle ipotesi su cui basare un temporaneo accordo peraltro appoggiato da Washington, potrebbe fondarsi, a livello tattico, sulla restituzione integrale delle autostrade M4 e M5 ad Assad, concedendo tuttavia la creazione della zona cuscinetto voluta da Ankara. In questo contesto, non sarebbe nemmeno da sottovalutare l’interesse americano verso un riavvicinamento ad Ankara, spinto dal non troppo celato desiderio di contenere Assad ma, soprattutto, Putin.

Nel gioco delle parti, visto che comunque si tratterà di una tregua, malgrado la divergenza sui punti di vista, è dunque improbabile una rottura tra Ankara e Mosca, ma si può immaginare un riavvicinamento americano alla Turchia, in un più generale quadro di bilanciamento politico regionale, grazie a cui far ingoiare ad Assad il rospo di un’innegabile perdita di sovranità.

Un aspetto che va evidenziato è la volubilità della politica turca che, messa alle strette, si vede costretta a richiedere all’amato/odiato alleato d’oltreoceano, batterie di missili Patriot in sostituzione degli S400, mentre cerca di ricucire i rapporti con Mosca; insomma, un ottimismo molto poco spinto, visto che Putin non può certo accettare né un confronto siro turco a viso aperto che riaprirebbe la guerra civile, né allontanarsi troppo dalla scia della politica estera di Trump. Potrebbe trattarsi, per Erdogan, un momento di rara difficoltà, stretto tra l’incudine russa ed il martello americano, con l’incognita della direzione politica assunta dai Curdi, che hanno avuto l’intuizione strategica di accordarsi con Assad.

Da non dimenticare, infine, l’assist offerto alla Russia da alcuni Paesi sunniti che, come avvenuto con Egitto ed EAU, hanno riallacciato rapporti diplomatici con la Siria.

Foto: Cremlino / Türk Silahlı Kuvvetleri / White House

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