L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 17 marzo 2020

Il sistema produttivo ci aveva imposto come vivere, la polmonite virale ci apre altre prospettive delle alternative che ci avevano obbligato a escludere, ora rese possibili, possibilissime. Come quanto cosa produrre, al centro l'uomo e le sue dimensioni fatta di affetti sentimenti istintività

Lunedì, 16 Marzo 2020 11:13
Lo stravolgimento di tempo e spazio ai tempi del Coronavirusdi Enrico Perilli


Le epidemie, scrive lo storico Scheidel, sono il “Quarto Cavaliere” dopo gli altri tre, guerre, rivoluzioni e crolli di stati e imperi. Virus e batteri aggiunge Alberto Negri, sono stati molti più letali di tutti i disastri causati dall’uomo.

In ogni epoca le pandemie hanno avuto effetti straordinari sulla demografia, sui rapporti di forza dentro le società, sull’economia e sulla politica. Oggi, certo, la società è più sofisticata, dall’informatica, ai robot, alle biotecnologie e alla loro applicazione all’uomo, per non dimenticare poi il capitalismo finanziario e ipermoderno, eppure le epidemie continuano, come un tempo, a fare paura. L’essere umano si riscopre “antiquato” (Gunter Anders), troppo umano, limitato e finito, non più onnipotente e padrone del mondo. Il tempo che dobbiamo vivere non lo possiamo scegliere, per questo, con splendida espressione, gli esistenzialisti sostengono che siamo gettati nel mondo e l’unica risposta che possiamo dare alla nostra gettatezza è un progetto di mondo, si spera autentico, unico ed irrepetibile e questa responsabilità rende l’uomo condannato alla libertà (Sartre).

Ed ora che la pandemia ferma il mondo, anche il nostro piccolo mondo, ci rendiamo conto di quale mondo avevamo costruito, pubblico e privato. Tutto ciò che fino a ieri ci attanagliava ormai è un ricordo remoto, il governo che rischiava di cadere sulla prescrizione è qualcosa che solo storici e giornalisti ricordano; il meeting dei conservatori europei, con l’astro nascente Meloni, non lo ricordano neanche gli storici ei giornalisti. Eppure, queste questioni ci tenevano davanti ai talk show o ai giornali per ore. Quante volte negli ultimi trent’anni la Storia si è imbizzarrita, impennandosi e cambiando direzione, sfuggendo di mano a tutti i governi e a ogni previsione!

Il presente ci parla della necessità di avere uno Stato centralista e regolatore, delle garanzie di qualità e quantità della sanità pubblica, dei limiti dell’ideologia dello sviluppo, esasperata e totalizzante, dell’adeguatezza e della gentilezza di potenze straniere non-alleate e della inadeguatezza e cinismo degli alleati: uno stravolgimento nel giro di dieci giorni. Nulla sarà come prima, ovvio, non sappiamo però se il mondo sarà migliore o peggiore. Se lo scenario pubblico sprofonda nella mancanza di certezze, lo scenario privato si rivoluziona, se possibile, ancora di più.

Le dimensioni nella quali siamo al mondo, spazio e tempo, cambiano radicalmente.

Il tempo puntillistico (Bauman), compulsivo, intasato, mancante, improvvisamente inverte la sua marcia, diventa libero, largo, quasi ascetico, senza orologio, scandito dai ritmi naturali, biologici, come gli eremiti, come gli animali bradi. I bambini felicissimi di poter stare tutto il giorno con mamma e papà, finalmente liberi dagli impegni performanti e quotidiani decisi dai loro genitori. L’unico retaggio del passato è rappresentato dallo smartphone, ancora più invadente ma ormai un avamposto dell’apertura al mondo. Siamo in contato costante con persone, i nostri familiari, che prima vedevamo con ritmi ed orari precisi, impariamo a conoscerli nel dettaglio, nel segreto, potendoli osservare per ore.

Ogni giorno ci sembra uguale al precedente, l’agenda viene consultata per noia, tutto è fermo, in attesa di qualcosa che sta per arrivare, di un esercito invisibile che non abbiamo armi per fronteggiare. Ognuno di noi ha il suo tempo, chi vive solo avverte il morso della solitudine ancor di più, privato dei contatti relazionali che lo tiravano via dalla sua condizione. Oppure il contrario, improvvisamente si sente meno solo, essendo l’isolamento la condizione di tutti e non solo la sua, dunque non diverso dagli altri ma, finalmente, nella stessa condizione degli altri.

Ben diverso è il tempo di chi vive nelle zone infettate, il posto dell’attesa è stato preso da thanatos, la pulsione di morte è calata e si sta prendendo il tempo, i pensieri, il futuro. L’angoscia domina e il desiderio è sullo sfondo. Tutto è alterato. Tanti psicoterapeuti raccontano come il dolore più forte è vissuto da chi perde una persona cara e non ha la possibilità di vederla, salutarla e celebrare il rito funebre. L’angustia profonda come ai tempi della morte nera, la peste del Trecento, quando i corpi andavano immediatamente bruciati.

Lo spazio, altra dimensione nella quale siamo al mondo, subisce identico stravolgimento. Uno spazio urbano sovraffollato, denso, veloce, diviene improvvisamente vuoto, semidesertico, a volte buio; la frenesia di mille relazioni in spazi continuamente diversi nei quali siamo in movimento, lascia il passo ad uno spazio unico, spesso angusto, dove si vive una sola relazione. Se nello spazio quotidiano siamo in movimento e sempre pronti nell’abbigliamento e nell’espressione, ora da dieci giorni e per il prossimo mese, o forse più, abbiamo dismesso, camice, giacche e gonne e vestiamo tute e magliette. Spazio obbligato nel quale non possiamo fuggire, dobbiamo stare in relazione con chi c’è, ci piaccia o meno, ci nutra o meno.

Siamo stati precipitati nel polo opposto rispetto a quello che abbiamo abitato fino a dieci giorni fa: il tempo veloce è divenuto lento, la società iperproduttiva si è fermata, l’iperattività è stata sostituita dalla lentezza, gli spazi multipli da uno unico, le mille facce da poche facce che ci guardano e che guardiamo continuamente e chi è solo sente questa condizione con più intensità.

È facile prevedere che la tenuta emotiva di molte persone avrà un termine e che registreremo un cedimento, un crollo, che aprirà la fase dell’emergenza psicologica, fermo restando che già oggi 12 milioni di italiani assumono psicofarmaci e questo numero è destinato a crescere. Se la condizione di semi-isolamento per molti può essere piacevole e aiuta a vivere relazioni in salute, per altri rappresenta un incubo, fatto di rinunce, sopportazioni, sofferenze.

Alla caduta psichica si affiancherà quella economica, già in atto, che travolge grandi gruppi industriali, piccole imprese, lavoratori regolari e irregolari, quelli che vivono di piccoli espedienti in nero e che ora non hanno neanche questa possibilità, scivolando immediatamente nella miseria. Se questo epocale sovvertimento della nostra modalità di essere al mondo ci lascerà qualcosa di buono, questa sarà la consapevolezza che una società che non può permettersi di sospendere per alcuni mesi le sue attività forse non è la migliore organizzazione socio-economica possibile, che vivere liberamente il proprio tempo e spazio era una condizione di privilegio e che invece dovrebbe essere la normalità, che le attuali regole sociali ed economiche non sono per sempre, non sono immutabili e soprattutto non sono le migliori.

E che soprattutto l’uomo torna al cospetto del Nulla, impaurito e senza certezze, come è stato per milioni di anni.

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