L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 23 marzo 2020

Il virus di questa polmonite virale è simile a quello dell'influenza ogni anno cambia muta e quindi impossibile prevederne le caratteristiche e chi indica il vaccino o l'immunità di gregge come soluzioni sono millantatori in piena consapevolezza

Immunità di gregge o guerra economica?

di Carlo Formenti
17 marzo 2020

Immunità di gregge: con questo termine si intende l’ipotesi secondo cui la catena dei contagi si interrompe quando una larga maggioranza dei membri di una comunità ha contratto la malattia, ne è guarita e quindi è divenuta immune. È probabile che nel caso del coronavirus questa ipotesi non regga, trattandosi di un agente infettivo che muta rapidamente (se è, come pare, imparentato con la SARS, avrebbe rinnovato in pochi anni il 20% del proprio patrimonio genetico, per cui nessuno sarebbe del tutto al riparo da eventuali successive ondate). Tuttavia alcuni governi europei non sembrano impressionati da tale obiezione.

Le relativamente blande (rispetto a quelle adottate da Cina e Italia) misure assunte dalla Germania per contrastare il coronavirus sembrano ispirarsi implicitamente a tale filosofia, visto che la Merkel evoca la possibilità che il 70% dei tedeschi contragga il virus. Assolutamente esplicita, al contrario, è la scelta in tal senso del governo inglese di Boris Johnson, legittimata da autorevoli consulenti “scientifici”. Senza troppi giri di parole, il premier inglese ha detto che “molte famiglie perderanno i loro cari” ma, al tempo stesso, ha espresso l’intenzione di non fare nulla per contrastare tale eventualità: le uniche indicazioni date alla popolazione sono state quella di lavarsi spesso le mani e di restare a casa una settimana se si ci si sente male.

Ovviamente ciò ha fatto sì che la gente sottovaluti il rischio: pochissimi si muniscono di mascherine, gli assembramenti non sono evitati e le attività economiche continuano senza particolari limitazioni, business as usual insomma.

Di più: si dice che misure draconiane come quelle assunte altrove sarebbero controproducenti perché occorre “spalmare nel tempo” i contagi, in modo che la popolazione abbia modo di sviluppare spontaneamente l’immunità di gregge di cui sopra, e poco male se creperà qualche migliaio di persone. Paura che l’epidemia evidenzi l’inefficienza di un sistema sanitario che è stato uno dei più efficienti e ammirati al mondo, finché non è stato massacrato dai tagli imposti dai governi conservatori? Onda lunga di una tradizione che conserva legami con il malthusianesimo e il darwinismo sociale del liberalismo ottocentesco e primo novecentesco, che estendevano il principio del controllo della sovra popolazione e della selezione dei più adatti dalle comunità animali a quelle umane? Sì ma c’è di più, e lo si capisce dal fatto che alcuni quotidiani, fra cui il prestigioso Times, hanno paragonato la cinica battuta di Johnson a quella di Churchill che prometteva sangue sudore a lacrime al popolo inglese all’inizio della Seconda guerra mondiale.

Parliamo di guerra insomma, ma non di guerra al virus, visto che a quel nemico ci si espone con lo stoicismo con cui si subivano i bombardamenti tedeschi, esibendo un self control che esprime il senso di superiorità di un popolo che aveva costruito un vasto impero. Guerra contro chi allora? Un interessante articolo di Roberto Buffagni dà a tale quesito una risposta articolata e complessa che mi pare decisamente condivisibile e che cerco qui di sintetizzare (semplificando un po’).

La via cinese e la via italiana (simili ma imboccate per motivazioni politico culturali diverse che Buffagni analizza ma, non avendo qui lo spazio di esporne le argomentazioni, rinvio al suo articolo) mettono al primo posto la tutela della vita dei cittadini, di tutti i cittadini (anche degli anziani più esposti al rischio di morte) a fronte del rischio di affrontare costi economici pesantissimi. La via inglese (e in parte tedesca) viceversa assumono come prioritario l’obiettivo di salvaguardare l’economia “costi quel che costi” (vedi i 550 miliardi promessi dalla Merkel alle imprese tedesche che, per inciso, segnalano la fine del fiscal compact), mentre accettano apriori di pagare un prezzo pesante in termini di vite umane, con il “vantaggio” che queste vite sono soprattutto quelle degli anziani, i quali non solo sono improduttivi ma pesano sul bilancio pubblico con le loro pensioni, esigenze sanitarie e altre voci di welfare. Non basta: la seconda via rappresenta una vera e propria guerra economica nei confronti delle nazioni e dei popoli che scelgono la prima, in quanto promette di assicurare vantaggi competitivi nei loro confronti, sfruttandone le probabili recessioni e magari (vedi la “gaffe” di Christine Lagarde) inducendoli a chiedere “aiuti” che, come insegna la Grecia, li ridurranno allo status di semicolonie dei vincitori, sia pure al prezzo di qualche sgradevole effetto collaterale (ma un po’ di selezione naturale non guasta).

Il ragionamento è cinico (ma la natura criminale del sistema capitalista, e della sua versione neoliberista in particolare, dovrebbe ormai essere chiara a tutti) e probabilmente nel caso dell’Italia rischia di funzionare. Assai meno nel caso della Cina, che da questa prova uscirà ulteriormente rafforzata, dal momento che avrà guadagnato in consenso e compattezza sociale quanto ha perso in punti di Pil. Perché sulla lunga distanza la forza della comunità si rivela sempre maggiore delle motivazioni individuali (in barba ad Adam Smith). Quindi rallegriamoci del recupero di senso comunitario che anche noi italiani ci stiamo dimostrando capaci di recuperare, ma soprattutto sfruttiamolo per imprimere alla nostra storia una torsione che ci allontani dalla celebrazione acritica del binomio guerra-concorrenza che inspira le culture anglosassoni e teutoniche.

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