L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 11 marzo 2020

La polmonite virale ha messo a nudo il niente di Euroimbecilandia e delle sue istituzioni e solo degli illusi euroimbecilli possono pensare che si riconverta sulla via di Damasco

Per una svolta comunitaria. La Ue sia capace di tre mosse

Marco Girardomercoledì 
11 marzo 2020

Tre interruttori da accendere subito: bilancio europeo in versione large, extra-deficit comune ed Eurobond. Tempi eccezionali richiedono risposte fuori dai sentieri tracciati e leader capaci di immaginarle. Gli effetti pandemici del nuovo coronavirus sull’economia reale saranno severi e globali, ovunque, Stati Uniti inclusi, è solo questione di tempo.

Nessuno è ancora in grado di quantificarli con precisione, ma già ora è chiaro come la ricostruzione dei tessuti produttivi non possa che essere di sistema, come sistemica è un’infezione: dentro i singoli Paesi, superando lo scontro di poteri tra Stato centrale ed Enti territoriali, ma soprattutto in Europa, più esposta rispetto a Usa e Cina al deficit solidaristico causato dall’insuperata frammentazione politica. La risposta immunologica 'eccezionale' dell’Unione non potrà quindi limitarsi ai dispositivi tecnici e istituzionali esistenti: la reazione comunitaria potrebbe essere e forse a questo punto dovrebbe essere l’atteso scatto – con tre balzi – verso l’Unione fiscale. Per compierlo ci vogliono lungimiranza e coraggio.

Considerata la particolare natura dell’emergente infezione economica, la sola Unione monetaria e la prima fase di quella bancaria non basteranno ad arginare il contagio e tanto meno a curare le ferite sociali. Su questo, la stragrande maggioranza degli economisti concordano. A differenza di quanto accaduto con l’ultima grande crisi, ci troviamo infatti, oggi, davanti a uno choc doppio e per questo inedito.

Uno choc della domanda – con la restrizione della mobilità i consumi si contraggono tanto che finiranno per cambiare le stesse preferenze dei consumatori – e, in modo ancor più drammatico, uno choc del-l’offerta, della produzione cioè di beni e servizi dovuta alla chiusura di stabilimenti e all’interruzione di quelle catene globali del valore in cui così tante imprese manifatturiere, anche italiane, sono da tempo e con profitto incardinate.

Di fronte a questo scenario recessivo bellico, così lo ha definito ieri su queste colonne Mauro Magatti, gli strumenti di politica monetaria non risultano del tutto efficaci. A poco serve infatti alleggerire il costo del denaro, spingendosi fino alle forme estreme di consegnarlo direttamente ai cittadini – come sta facendo Hong Kong con il cosiddetto ' helicopter money' – quando i prodotti non escono dalle fabbriche, i lavoratori dipendenti sono in cassa integrazione e quelli autonomi non riescono a fatturare. I nodi sono la paralisi delle forniture e le difficoltà di cassa delle imprese e delle partite Iva in grado di innescare una reazione a catena di chiusure e licenziamenti. Pur rappresentando un sollievo temporaneo, le misure monetarie espansive non rappresentano quindi un protocollo terapeutico adeguato per un cedimento strutturale dell’economia. Limitate sono, purtroppo, anche le politiche fiscali tradizionali, quelle circoscritte ai confini nazionali, nonostante i governi dispongano – la Commissione è già pronta ad accordarla all’Italia – di maggior flessibilità nel bilancio. Servono insomma risposte non convenzionali, soluzioni tempestive e radicali: l’Unione Europea dovrebbe sperimentare da subito il suo "whatever it takes", a ogni costo.

Coordinando anzitutto un extra-deficit comune a tutti i Paesi per l’emergenza sanitaria. Non singole richieste di sforamento dal Patto, dunque, come sempre accaduto sinora. Escludere le spese una tantum per la lotta all’epidemia dal calcolo del disavanzo potrebbe avere al massimo un effetto placebo. Serve molto di più: concordare ad esempio uno 0,5% di margine aggiuntivo per tutti, senza stigmi da 'Paese cicala'. Decisione che avrebbe il benefico effetto collaterale di calmierare lo spread, venendo meno l’asimmetria nello sforamento, per i Paesi più indebitati come lo è il nostro. Ecco il primo solido passo verso l’Unione fiscale. A cui farne seguire un secondo: l’introduzione di obbligazioni comunitarie – si chiamino Euro Bond, Union Bond, Pandemic Bond, Solidarity Bond o in qualunque altro modo – per convogliare risorse aggiuntive, con basso impatto sui conti pubblici dei singoli Stati, verso la ricostruzione mirata dei settori più colpiti, sostenendo magari l’indebitamento e gli investimenti delle imprese.

Ma c’è una terza leva da muovere ed è davvero a portata di mano: firmare in tempi stretti il nuovo bilancio 2020-2027 dell’Unione Europea nella versione più coraggiosa, quella suggerita dal Parlamento europeo, che prevede di raggiungere l’1,3% del reddito nazionale lordo dell’Unione pari a 1.324 miliardi di euro.

Tre interventi in un’ottica collaborativa, decisamente comunitaria, simile a quella che la scienza sta già adottando per trovare un vaccino anti Covid-19, dove la condivisione dei dati, della potenza di calcolo, dell’intelligenza distribuita sono il vero valore aggiunto. Risposte sistemiche, almeno quanto lo è un attacco virale, che richiedono anche di cambiare le vecchie regole. Come notava il filosofo Roberto Esposito in un pamphlet di qualche anno fa (titolo eloquente in tempi meno sospetti: ' Immunitas'), se la semantica dell’immunità si è a tal punto estesa a tutti i territori della società moderna, significa che non è più il meccanismo immunitario a essere funzione del diritto, ma il diritto funzione del meccanismo immunitario. Per l’Europa sarebbe tempo di sperimentarlo nei fatti e riformare le regole comuni. Con tre scelte concrete e indifferibili.

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