L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 1 marzo 2020

La polmonite virale mette a nudo i rapporti di produzione, niente sarà come prima

Il virus cinese minaccia di far crollare il potere degli Stati Uniti. E la Russia?

© AP Photo / Lee Jin-man

07:56 01.03.2020URL abbreviato

Al momento è impossibile prevedere quale sarà il numero totale delle vittime dell'epidemia globale di Coronavirus, ma sono già state avanzate alcune stime sulle sue conseguenze economiche e politiche.

A tal proposito è stata identificata la più importante vittima a lungo termine dell'epidemia: a risentirne maggiormente sarà la globalizzazione, almeno per come la intendiamo oggi. Alla luce della guerra commerciale tra Washington e Pechino e dello smantellamento del sistema di scambi commerciali previsto dall’OMC fortemente spinto da Donald Trump è possibile affermare che la globalizzazione sta vivendo una fase di rianimazione. Infatti, è altamente probabile che l’epidemia globale e i successivi crolli del sistema economico (e logistico) daranno il colpo di grazie all’assetto attuale dell’economia mondiale. Di questo parlano già gli alti funzionari di Washington.

L'agenzia di stampa statunitense Bloomberg riporta l'esempio forse più eclatante della modalità in cui il Coronavirus sta cambiando la percezione dell’economia globale:
"Il consulente della Casa Bianca per il commercio Peter Navarro ha dichiarato che la crisi del Coronavirus dimostra che gli Stati Uniti hanno delocalizzato una quota eccessiva della propria catena di produzione e questo non sorprende. In un'intervista rilasciata a Fox Sunday Morning Futures, Navarro si è detto fiducioso circa la resilienza dell'economia nazionale, sostenendo in particolare che "l'economia statunitense è molto forte e non particolarmente vulnerabile rispetto a quanto sta accadendo in Cina”. Ha sottolineato altresì il suo intento di riportare negli Stati Uniti buona parte della produzione delocalizzata. “La maggior parte della catena di produzione si trova in Cina, un’altra parte in India, un’altra ancora in Europa. Noi però dobbiamo farle rientrare negli USA”, ha affermato.

Difficile non trovarsi d’accordo con la posizione di quest’alto funzionario, nonché fedele alleato di Donald Trump e ideatore della guerra commerciale nella modalità “USA contro il resto del mondo” oggi condotta alla Casa Bianca. Ad eccezione, però, di un dettaglio importante: mister Navarro è eccessivamente ottimista circa l’invulnerabilità dell’economia statunitense, il che è comprensibile vista la sua posizione gerarchica.

© SPUTNIK . ANTON BYSTROV

Tuttavia, è la stessa Bloomberg a riportare prove del fatto che il consigliere di Trump è in errore: infatti, ha riferito di una delle ridicole (se non avesse messo a repentaglio vite umane) conseguenze della delocalizzazione di rami produttivi fondamentali. In questo momento gli Stati Uniti stanno registrando una grave scarsità di mascherine N95 necessarie per difendersi in maniera efficace contro le infezioni. Tale penuria è dovuta al fatto che la produzione di queste mascherine viene effettuata prevalentemente in Cina (dove è assai più conveniente) e il governo cinese nell’ambito delle misure adottate contro il Coronavirus ne ha vietato l’esportazione (poiché sono necessarie in grandi quantità ai medici cinesi). Probabilmente in caso di estrema necessità l’economia statunitense potrebbe riuscire a far fronte alla necessità di dispiegare rami produttivi alternativi. Tuttavia, la velocità di tale dispiegamento è difficile da prevedere.
La rivista statunitense Axios parla di conseguenze ancora più gravi derivanti dalla temporanea cessazione delle attività economiche in Cina in ragione degli sforzi volti al contenimento dell’epidemia: “Sono circa 150 i medicinali prescritti, siano essi antibiotici, farmaci generici o di marca, a rischiare l’esaurimento delle scorte qualora la diffusione del Coronavirus in Cina aumentasse. Così riportano due fonti a conoscenza dell’elenco dei farmaci effettivamente presenti nell’area a più elevato rischio. Tale elenco è stato redatto dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti”.

A livello ufficiale le autorità si sono rifiutate di confermare ai giornalisti queste informazioni, ma hanno indirettamente ammesso che stanno tenendo sotto controllo la situazione e si sono già attivati per entrare in contatto con gli attori di questo mercato. I giornalisti sottolineano che “la Cina è un grande fornitore di principi attivi impiegati per la produzione di farmaci che sono poi venduti negli USA. Qualora il virus riducesse la capacità produttiva della Cina, gli americani che consumano i farmaci prodotti a partire da questi principi attivi potrebbero trovarsi in difficoltà”.


Si registreranno criticità nei settori economici più disparati, dalla produzione di smartphone alla moda. Tra i soggetti colpiti indicati da Bloomberg vi sono non solo le società statunitensi, ma anche quelle europee attive nel settore tecnologico, un produttore tedesco di componentistica per automobili e persino calzaturifici indonesiani impegnati nella fornitura per grandi marche occidentali. Anche la produzione di automobili in Gran Bretagna potrebbe risentire della carenza di componentistica cinese.

Paradossalmente l’epidemia di Coronavirus in Cina potrebbe colpire duramente anche il settore statunitense della difesa. Si consideri, a tal proposito, il controverso rapporto del Pentagono di cui ha riferito l’agenzia Reuters nel 2018 e nel quale gli auditor del Pentagono hanno ammesso una situazione piuttosto spiacevole: “Più di 300 (!) elementi chiave, necessari per il normale funzionamento delle Forze armate e del complesso militare-industriale statunitense sono a rischio: i produttori statunitensi stanno per fallire oppure sono già stati sostituiti con fornitori cinesi o di altre nazioni per via della deindustrializzazione dell’economia nazionale e la delocalizzazione della produzione nel Sud-Est asiatico”.

In realtà, la situazione sarebbe ancora peggiore di quanto risulti nel rapporto del Pentagono: è altamente improbabile che l’analisi effettuata abbia tenuto in conto sia la dipendenza diretta dalle forniture sia la dipendenza indiretta, ossia quando il produttore di armamenti statunitensi si trova sì negli USA, ma utilizza componentistica o materie prime di origine cinese (ad es. i metalli rari).

Nonostante ora si discuta tanto della vulnerabilità dell’economia globalizzata di fatto concentrata interamente in Cina, una situazione analoga si sarebbe venuta a creare anche nel caso di un’uscita temporanea dal sistema (o nel caso di introduzione di un embargo totale) ad opera di una qualsiasi grande economia del pianeta. Infatti, siamo tutti estremamente interconnessi gli uni agli altri. La differenza in questo caso non si esplica tanto in un insieme concreto di vulnerabilità, quanto negli approcci alla gestione del rischio. 

© REUTERS / BRENDAN MCDERMID

Da tempo la Russia ha adottato una politica statale volta a garantire che i bisogni fondamentali dell'economia e della popolazione possano essere soddisfatti da fonti di origine russa: da qui gli sforzi per promuovere la sicurezza alimentare (così come le controsanzioni in materia alimentare). Partendo dai medesimi presupposti, la Russia sta promuovendo l’attività delle proprie case farmaceutiche e gli sforzi atti a localizzare i comparti ad elevato contenuto tecnologico, per non parlare del lavoro svolto per preservare e rafforzare lo status di superpotenza in ambito energetico. I sostenitori della teoria del libero mercato e del libero scambio illimitati amano ironicamente sottolineare che i beni o i servizi russi, soprattutto nelle prime fasi di localizzazione della produzione o di sviluppo di un particolare settore economico, sono più costosi e meno interessanti dei loro omologhi stranieri.

Le conseguenze di shock economici globali, di catastrofi ed epidemie impreviste, di guerre economiche o di conflitti militari ci ricordano che l'approccio secondo il quale il denaro in un conto bancario sostituisce una fabbrica nel cortile di casa propria presenta grandi limitazioni. Sono proprio queste le restrizioni che i nostri partner d'oltreoceano si trovano ora ad affrontare. Capiscono che sarebbe necessario far rientrare la produzione negli Stati Uniti, ma per fare questo ci vorranno molti anni nel migliore dei casi. L'epidemia di coronavirus, indipendentemente dall'entità finale del danno economico che causerà, diventerà un ulteriore incentivo per il raggiungimento della sovranità economica o, almeno, per l'adozione di misure volte ad aumentare la stabilità economica in caso di forze maggiori a livello globale.

Fortunatamente in tal senso la Russia è molto più avanti di molti nostri concorrenti.

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