L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 6 marzo 2020

La polmonite virale non guarda in faccia nessuno e gli Stati Uniti si scioglieranno come neve al sole e Trump sarà mandato via a furore di popolo

Coronavirus, la fragilità degli Stati Uniti
 
Epidemia

L’arrivo del virus negli States ha colto impreparato tutto il sistema sanitario e messo a nudo numerose falle - La crisi legata all’epidemia potrebbe avere pesanti conseguenze in vista della corsa alla Casa Bianca e l’amministrazione Trump è in difficoltà


© Keystone

Di Gianna Pontecorboli 06 marzo 2020 , 06:00 Mondo

Anche l’America, adesso, ha paura del coronavirus. E tutti cominciano a rendersi conto che l’arrivo dell’epidemia, che gli esperti considerano inevitabile, potrebbe creare negli Stati Uniti conseguenze a lungo termine ancor più profonde e durature di quante ne creerà nel resto del mondo.

La diffusione
I dati ufficiali, anche se cambiano di giorno in giorno, potrebbero apparire rassicuranti: poco più di un centinaio di infettati e una decina di morti in un Paese che ha oltre 300 milioni di abitanti. Le strade di New York e delle altre grandi città, come i cinema e i musei, sono ancora affollati, le scuole e le università sono aperte quasi ovunque, dalla Casa Bianca continuano ad arrivare messaggi rassicuranti. Eppure, l’ansia cresce e delle cifre comunicate dal Center for Disease Control, il CDC, sia il mondo scientifico che l’opinione pubblica ci si fida però sempre meno. A far crescere l’insicurezza, è soprattutto l’aver capito che troppe cose, nel mondo sanitario come in quello politico ed economico, non hanno funzionato come avrebbero dovuto.

Il servizio sanitario
A finire sotto accusa, dapprima sui giornali e sulle reti televisive più contrarie all’amministrazione Trump, poi su gran parte dei media, è stato in primo luogo il sistema pubblico che dovrebbe garantire la salute ma che negli ultimi anni la Casa Bianca ha indebolito con continui tagli ai fondi e al personale specializzato.

Mercoledì il vicepresidente Pence, che Donald Trump ha nominato responsabile per l’intera battaglia contro l’epidemia, ha per esempio annunciato che a fine settimana saranno distribuiti 2.500 nuovi kit , sufficienti per circa un milione e mezzo di nuovi test. Inoltre, a effettuare gli esami potranno essere, d’ora in poi, anche i laboratori privati e perfino le grandi catene farmaceutiche.

L’annuncio, tuttavia, è arrivato solo dopo che – per molte settimane – i pochi laboratori abilitati hanno dovuto combattere con la mancanza dei tamponi e perfino dopo che il CDC ha distribuito un kit per i test poi risultato difettoso. E tra gli scienziati sono rimasti molti dubbi che la scadenza potrà essere rispettata.

Pochissimi tamponi
Malgrado lo stretto controllo imposto dalla Casa Bianca su tutte le comunicazioni ufficiali, la stessa CDC ha ammesso pochi giorni fa che – a quasi due mesi di distanza dall’inizio dell’epidemia in Cina – sono stati effettuati nell’intero Paese meno di 500 tamponi, con una media di circa sedici al giorno. Una cifra ben lontana da quelle delle altre nazioni colpite. Un dato che ha lasciato il sospetto che il virus continui a diffondersi, insospettato, tra i vicini di casa e i colleghi di lavoro. Subito dopo, critiche e dubbi hanno investito anche l’intero sistema sanitario nazionale, che si è fatto trovare completamente impreparato e qualche volta pronto a speculare su una crisi che fa paura a tutti.

Il primo scandalo è scoppiato quando il Miami Herald ha rivelato che un cittadino statunitense proveniente da Wuhan e poi messo in quarantena si è visto recapitare una fattura di quasi 4.000 dollari per spese mediche, test e radiografie. E conti analoghi sono arrivati a molti altri.

Ma non solo: gran parte degli ospedali hanno cominciato a denunciare non soltanto la mancanza dei kit per i test, ma anche quella delle protezioni per il personale e perfino dei ventilatori per i malati. «Spero che l’epidemia ci colpisca in maniera leggera, altrimenti siamo nei guai. I cinesi ci hanno dato un mese di tempo per prepararci al peggio, ma non ne abbiamo fatto buon uso» si è lamentato il dottor Eric Toner parlando al Washington Post.

Nell’unico Paese industrializzato in cui il sistema sanitario e quello assicurativo sono ancora quasi totalmente in mano privata e proprio la creazione di un sistema pubblico è al centro del dibattito elettorale, la crisi ha fatto sicuramente riflettere l’opinione pubblica. Quanti possibili malati non ricorrono al medico per paura delle spese o vanno regolarmente al lavoro perché non hanno diritto a un’assenza pagata in caso di malattia?

Nei giorni scorsi, il governatore di New York, Andrew Cuomo ha chiesto di non caricare alcuna spesa sanitaria alle vittime del coronavirus nel suo Stato. Altri governatori hanno fatto passi analoghi. La questione, però, è lontana dall’essere risolta.

La Casa Bianca
Per l’amministrazione Donald Trump, è ovvio, il momento è difficile, ci sono delle risposte che l’opinione pubblica si attende e ci sono mille incertezze, scientifiche e economiche, su come affrontare una crisi inaspettata. E soprattutto, c’è una campagna presidenziale da mandare avanti senza più il conforto di un’economia in sicura espansione. A tutto questo, la Casa Bianca ha reagito a modo suo, dapprima minimizzando il rischio interno e indirizzando le misure di contenimento soprattutto nei confronti di chi arrivava dai Paesi più colpiti dall’epidemia. Poi, di fronte ai fatti, l’atteggiamento è in parte cambiato. Mike Pence, che era stato inizialmente criticato per la sua inesperienza, ha mostrato negli ultimi giorni di fare il suo lavoro seriamente. Ha annunciato una serie di misure per difendere la popolazione più anziana, ha incontrato i leader delle industrie più a rischio, come quella del turismo, ha garantito l’arrivo a tempi brevi dei test kit. Trump, da parte sua, non si è però smentito, ha denunciato come falsi i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha alzato il tasso di mortalità al 3,4 percento, ha accusato Obama per la mancanza di tamponi, ha continuato a ripetere che tutto va bene. Le immagini che hanno ripreso Anthony Fauci, uno degli scienziati più stimati del mondo, intento a smentire a testa bassa un presidente che sosteneva che il vaccino sarà pronto in pochi mesi, sono però arrivate nelle case di tutti gli americani. E adesso, con una pesante crisi sanitaria che molto probabilmente renderà l’opinione pubblica più attenta alla battaglia di Bernie Sanders per una sanità pubblica, Wall Street che continua sia pur con alti e bassi a perdere punti e perfino le grandi aziende ormai rassegnate a ridurre le loro previsioni di utili, potrebbero proprio essere quelle immagini a far ripensare gli elettori. 
 

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