L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 19 marzo 2020

La polmonite virale può essere messa sotto controllo

COSÌ L’ASIA HA SCONFITTO IL VIRUS

Pubblicato 18/03/2020

DI ALBERTO NEGRI

In Cina ci sono riusciti, dopo l’esplosione del focolaio di Wuhan, con misure draconiane. A Taiwan, Hong Kong, Singapore in parte in Corea del Sud sono stati meno drastici ma non meno efficaci. Ma la chiusura delle scuole a Hong Kong fino al 20 aprile la dice lunga su cosa ci aspetta

Il coronavirus strangola l’Europa e si sta preparando a farlo negli Usa ma in diversi Paesi asiatici è ormai sotto controllo.
In Cina ci sono riusciti, dopo l’esplosione del focolaio di Wuhan, con misure draconiane. A Taiwan, Hong Kong, Singapore in parte in Corea del Sud sono stati meno drastici ma non meno efficaci.
Dopo avere occultato l’epidemia da Covid-19 ed esitato nel combatterla con decisione, la Cina a fine gennaio è intervenuta con misure di contenimento sociale e individuale dei movimenti senza precedenti. Alcune delle maggiori città sono state chiuse, in particolare l’epicentro di Wuhan, e sono stati adottati divieti di spostamento interno quasi assoluti. I laboratori sono entrati in funzione a pieno ritmo e sono stati posti in isolamento anche i pazienti che avevano sintomi medi o deboli dentro a strutture create apposta, dalle scuole ai centri conferenze. E come abbiamo visto sono stati costruiti nuovi ospedali nel giro di pochi giorni. Quasi subito ai residenti di Wuhan e delle altre città colpite dal virus è stato imposto di restare chiuse be oltre il capodanno cinese del 27 gennaio.
Soltanto nella provincia di Hubei sono state messe sotto chiave 60 milioni di persone e chiuse la maggior parte delle fabbriche che non riapriranno almeno fino al 20 marzo.
I costi economici sono stati enormi. Ai primi di febbraio un terzo tra piccole e medie imprese avevano esaurito i soldi in cassa: erano rimasti gli spiccioli per arrivare a malapena a fine mese. Questa strategia ha avuto successo anche se è difficilmente applicabile in Paesi democratici che pongono grande attenzioni ai diritti dell’individuo e del cittadino: qui in Europa come negli Stati Uniti si fa fatica da applicare gli stessi metodi.
Singapore, Taiwan e Hong, tutti Paesi con forti legami con i cinesi, hanno reagito con grande prontezza ma senza essere così drastici come Pechino. Tra il 21 e il 23 gennaio hanno introdotto queste misure 1) restrizioni severe sui viaggi dentro e fuori il Paese 2) Quarantena per tutti quelli che presentavano dei sintomi 3) riduzione dei contatti tra gli individui e “distanza sociale”.
A Singapore gli infettati sono stati trattati immediatamente e soprattutto è partita un’indagine a tappeto con interviste accuratissime per capire con chi il malato era venuto a contatto. Sono stati sospesi tutti gli eventi di massa ma sono stati minimizzati i costi sociali ed economici: scuole e posti di lavoro sono rimasti aperti. Insegnanti e studenti però sono stati sopposti a screening di massa per il controllo della temperatura.
A Taiwan, che un’isola come Singapore, si sono comportati in maniera leggermente diversa. I voli con la Cina non sono stati sospesi subito e sono stati invece avviati controlli molto attenti sui passeggeri. Soltanto dopo aver individuato un caso di importazione sono stati sospesi, il 21 gennaio, i voli con Wuhan. E solo tre settimane dopo vietati i voli su altre importanti città cinesi, Shangai compresa.
Pe ridurre il contagio interno lo stato ha messo a punto dei reparti apposta ma soprattutto ha puntato sulla quarantena a casa, imponendo a chi la violava multe da capogiro: circa 32 mila euro in valuta locale. Le scuole sono state chiuse solo per due settimane e riaperte il 23 febbraio. Quanto alle mascherine il governo è intervenuto per controllarne la distribuzione e ha fissato un prezzo al pubblico uguale per tutti.
Hong Kong ha adottato un altro approccio, in primo luogo perché formalmente fa parte della Cina pur essendo territorio autonomo e inoltre perché ogni giorno 300mila persone attraversano il confine con Pechino. Il 3 gennaio, poco dopo il primo caso dichiarato a Wuhan, ospedali e istituzioni sono stati mobilitati. Dal 5 febbraio tutti coloro che provenivano dalla Cina sono stati messi in quarantena, sono stati aboliti i raduni di massa, incoraggiato il lavoro da casa e il 16 febbraio le scuole sono state chiuse: non riapriranno fino al 20 aprile.
Pure avendo avuto Hong Kong (8 milioni di abitanti) pochi casi di infezione (130) e soli quattro morti, scuole università sono ancora chiuse, almeno fino al 20 aprile, e questo ce la dice lunga su cosa ci aspetta prima di tornare a una certa normalità.

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