L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 4 marzo 2020

La polmonite virale restringe il sentiero degli euroimbecilli tutti. Euroimbecilandia di fronte al bivio o abbandona il Progetto Criminale dell'Euro e permette gli investimenti o mantiene la rotta accelerando e non di poco il processo di dissoluzione

Perché è giunta l’ora di rottamare finalmente il Fiscal Compact

3 marzo 2020


Non basteranno i 5 miliardi scarsi, stanziati dagli ultimi decreti legge, per scongiurare il baratro della recessione. Serve altro in Italia e a Bruxelles. L’analisi di Gianfranco Polillo

Basteranno i 5 miliardi scarsi, stanziati dagli ultimi decreti legge, per scongiurare il baratro della recessione? E su quali basi dovrà essere avviato il discorso in sede europea: sarà sufficiente chiedere una maggiore flessibilità o, finalmente, l’accento dovrà essere posto sui grandi squilibri macroeconomici (disoccupazione ed eccesso di surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti) che caratterizzano la situazione italiana?

Fosse questa la strategia, il coronavirus avrebbe prodotto, insieme a tanti disastri, qualcosa di positivo. Fatto capire che dopo anni anni di stagnazione, il problema principale dell’Italia è quello dello sviluppo. Argomento rimosso con troppa facilità. Eccessivamente indigesto per una classe politica pronta a promettere la luna nel pozzo, ma assolutamente contraria ad un impegno concreto ed effettivo per le sorti del Paese.

Per queste continue omissioni, le vecchie classi dirigenti (dal Pd a Forza Italia) erano state duramente punite dall’elettorato. Che aveva preferito affidarsi a degli apprendisti stregoni, piuttosto che sorbirsi ancora una volta una minestra riscaldata. Non ha funzionato. Forse non poteva funzionare fin dall’inizio, data la scarsa esperienza dei 5 stelle. Soprattutto quella protervia, che è tipica di ogni formazione politica marginale. Senza quella protervia, all’indomani dei risultati delle elezioni europee, oggi non vi sarebbe il Conte bis, ma un Governo in sintonia con gli equilibri reali del Paese. E forse una più equilibrata ricomposizione tra gli interessi del Nord a far da traino (come è sempre avvenuto nella storia nazionale) ed un Mezzogiorno meno solo e bistrattato.

Nel tracciare le possibili coordinate di un imminente futuro, non si può prescindere da questo retroterra. Soprattutto dai numeri che lo caratterizzano. Che danno ragione alle preoccupazioni di Marco Bonometti, presidente della Confindustria lombarda. Stiamo peggio che nel 2008, l’anno della grande crisi internazionale. Nel 2007 il rapporto debito Pil era sotto il 100 per cento, oggi siamo oltre il 137 per cento (dato del Country report della Commissione europea).

In termini di benessere, siamo l’unico Paese europeo, oltre la Grecia, che non ha raggiunto i livelli precedenti. Mancano ancora all’appello 6/7 punti di Pil. Il 2020 si è aperto nel peggiore dei modi. L’Istat – e questo è un dato non un’ipotesi – ha certificato che si parte con un meno 0,2 per cento, che Roberto Gualtieri sperava di recuperare in corso d’anno. Ma che ora deve arrendersi di fronte a previsioni, come quelle di Ref ricerche, che stimano la possibile caduta del Pil all’interno di una forchetta compresa tra l’1 ed il 3 per cento. O il nuovo allarme lanciato dall’Ocse: “una minaccia senza precedenti” e tasso di crescita zero per l’Italia.

Se questo fosse il futuro, si tornerebbe alla situazione del 2012, caratterizzata dalla forte caduta del Pil e dalla crescita degli spread. L’incubo descritto nell’ultimo Country report della Commissione europea. Quell’effetto “palla di neve”, alimentato dalla caduta del Pil e dal simmetrico aumento dei costi per il finanziamento del debito, che porterebbe quest’ultimo ad una dilatazione insostenibile. Uno scenario possibile che va esorcizzato, avviando da subito un confronto con la Commissione europea, nei confronti della quale far pesare le buone ragioni dell’Italia, che sono quelle di una revisione profonda delle attuali regole del gioco. Altro che semplice richiesta di una maggiore flessibilità. Concessione che, come mostra l’evolversi della situazione, ha lasciato il tempo trovato.

In Europa, l’Italia deve dire semplicemente che l’obiettivo prioritario del Paese è “crescere”. Avere, in altre parole, una politica economica che faccia di questa necessità l’impegno prioritario. Per poi comportarsi in modo conseguente. Quindi nessuna concessione pelosa nei confronti di un sociale che merita tutta l’attenzione necessaria, ma i cui problemi saranno affrontati e risolti solo una volta recuperato il tempo perduto. A maggior ragione nessuna politica di austerity, i cui catastrofici risultati si vedono nella più recente dinamica del rapporto debito pubblico-Pil. Mai così alto in oltre cento cinquant’anni di storia patria, escludendo soltanto gli anni immediatamente successivi i due conflitti mondiali. Elemento che dovrebbe far riflettere i teorici di un’ortodossia purtroppo dominante.

Vi sono i presupposti giuridici? Basti rifarsi agli articoli 3 e 4 del Regolamento (EU) No 1176/2011 ed al sistema di indicatori contemplati dalle procedure dell’Alert mechanism. Un gigantesco serbatoio analitico il cui utilizzo può facilmente supportare la tesi della necessità di una forte discontinuità, almeno per quanto riguarda l’Italia, dalle regole del Fiscal compact, con tutti quei suoi limiti numerici, la cui rigida applicazione non può che portare ad una forte caduta del ritmo di sviluppo e quindi all’aumento del rapporto debito-Pil. Tesi che non richiede sofisticate elaborazioni econometriche, ma una semplice osservazione. Che porti al confronto tra quanto avvenuto nel periodo immediatamente successivo alla nascita dell’euro fino al 2007, con il decennio successivo. In cui il rapporto debito/Pil, nonostante il gelo delle politiche di austerità, è schizzato alle stelle.

Se poi si vogliono ulteriori indizi, senza giungere all’estremismo dell’Italexit, basta guardare ad un po’ di letteratura economica. Tutti gli studi sull’argomento mettono in luce che esiste una relazione diretta tra la bassa crescita e l’elevata dimensione del debito in rapporto al Pil. Più incerta è invece la relazione di causa ed effetto. Se sia l’eccesso di debito a determinare una flessione del tasso di crescita. O se, al contrario, è la bassa crescita che spinge verso l’alto il debito pubblico preesistente. Può sembrare un discorso di lana caprina, del tipo è nato prima l’uovo o la gallina. Nel caso italiano, tuttavia, sono anni che si segue solo il primo indirizzo, con i risultati che tutti possono vedere. Pur con la necessaria prudenza, forse, sarebbe il caso di sperimentare nuove vie. All’insegna di quell’antico monito, secondo il quale “nati non foste a viver come bruti”, che costituisce uno dei fondamenti della nostra cultura nazionale.

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